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(ap)

Crisi di governo, la politica della convenienza

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È quella per cui mille parlamentari calcolano il rischio personale mentre 79 mila precari sono lasciati al loro destino. La tattica è vecchia come il cucco ma in più c’è l’assuefazione al metodo: che ciascuno faccia il suo interesse è normale
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La politica del “cosa mi conviene” è quella per cui mille parlamentari valutano se rischiano di più ad andare al voto o a restare in carica mentre settantanovemila insegnanti perdono la possibilità di avere un lavoro regolare, che permetta loro di fare meglio il loro mestiere (continutà didattica, si chiamava una volta quando ci si preoccupava della scuola) e al contempo di chiedere un prestito per accendere un mutuo o, per dire, avere un figlio senza rischiare l’indigenza. Dice: questa è demagogia. No, è aritmetica. I precari lasciati al loro destino dall’affondamento del decreto scuola sono l’equivalente di settantanove volte il numero dei parlamentari. Quaranta Camere, trentanove Senati di insegnanti (supplenti) che in tutta Italia si alzano ogni mattina per andare a spiegare storia geografia e consecutio temporum, d’altra parte nozioni chiaramente fuori moda, buone solo per costruire nuove élite. …
La politica del “cosa mi conviene” è quella per cui mille parlamentari valutano se rischiano di più ad andare al voto o a restare in carica mentre settantanovemila insegnanti perdono la possibilità di avere un lavoro regolare, che permetta loro di fare meglio il loro mestiere (continutà didattica, si chiamava una volta quando ci si preoccupava della scuola) e al contempo di chiedere un prestito per accendere un mutuo o, per dire, avere un figlio senza rischiare l’indigenza. Dice: questa è demagogia. No, è aritmetica. I precari lasciati al loro destino dall’affondamento del decreto scuola sono l’equivalente di settantanove volte il numero dei parlamentari. Quaranta Camere, trentanove Senati di insegnanti (supplenti) che in tutta Italia si alzano ogni mattina per andare a spiegare storia geografia e consecutio temporum, d’altra parte nozioni chiaramente fuori moda, buone solo per costruire nuove élite. Chi se ne frega degli insegnanti, pensa te se dobbiamo imparare il latino: alzino il culo e si cerchino da vivere senza rompere le palle — qui parte la ola dei social network con base in Russia.

La politica del “cosa mi conviene”, lei sì che è lungimirante, non ha bisogno di conoscere le disequazioni e nemmeno il teorema di Pitagora perché per calcolare quanti parlamentari sarebbero rieletti in caso di voto, sondaggi alla mano, basta la calcolatrice che sta nei telefoni. Anche se non sai fare le percentuali, c’è il tasto. Quindi è facilissimo sapere se convenga andare a votare subito, allearsi con gli antichi avversari o scindersi dai recenti compagni nell’interesse esclusivo — naturalmente — di sé medesimi. C’è sempre quello un po’ più esperto — uno a cui qualcuno l’ha spiegato bene — che ti mostra che rimarresti a casa senza pensione (c’è la nuova legge, ti ricordi? Non c’è più l’indennità) e senza lavoro. Del resto non sono moltissimi nell’attuale classe politica — tutta — coloro che abbiano un lavoro a cui tornare, alternativo alla politica medesima: a partire dai leader. E di nuovo: tutti. Nominarli mentalmente per credere. Quindi conviene calcolare cosa avrebbe Tizio in cambio della desistenza con Caio, che promessa potrebbe strappare (il Quirinale! Perché non l’elezione al Quirinale…) se decidesse di convergere su Sempronio.

La lettura delle ultime cronache è illuminante. A Renzi converrebbe allearsi coi Cinquestelle perché certo: ha la maggioranza dei gruppi parlamentari, se si andasse a votare la sua corrente sarebbe decimata dalla segreteria Zingaretti. A Zingaretti serve tempo per cercare di evitare scissioni, gli conviene avere almeno sei mesi di tempo per provare a esercitare una parvenza di leadership. Ma certo, se Mattarella chiedesse il contrario converrebbe far quel che dice il Presidente. A Grillo conviene cominciare la campagna elettorale antileghista subito, provare a frenare l’emorragia che dal 36 per cento lo ha portato al 17 e che dopo un anno di vassallaggio a Salvini — Diciotti, Tap, Tav, decreto sicurezza, Moscopoli, 49 milioni cosa vuoi che siano — minaccia ora di estinguere i suoi. Ai peones, tutti, conviene restare perché quando gli ricapita. Alla presidente del Senato conviene accelerare perché — si dice — Salvini gli ha già promesso un ministero. Lei nega, lo sanno tutti che preferirebbe il Quirinale. Anche a Berlusconi piacerebbe il Quirinale, e gli conviene farsi annettere da Salvini. D’altra parte quello che doveva salvare di suo l’ha già salvato nei trent’anni appena trascorsi.

Fra i due media Denis Verdini, in questo momento per giunta di Salvini suocero in carica. Verdini è un evergreen, grandissimo esperto di calcoli e distributore di convenienze già ai tempi del governo Renzi, di cui era socio. Gianni Letta difatti tiene intanto i rapporti coi renziani, perché potrebbe convenire alla fine un governo istituzionale che tenga insieme Pd e Forza Italia, cosa che prima si chiamava larghe intese: è già successo. A Salvini conviene prendere tutta la posta. Che sia ora fra tre mesi o fra sei non importa, in fondo. Circola fra i leghisti la storiella che se si votasse subito prenderebbero il 40, dopo tre mesi di governo Pd-con-qualcun-altro il 50, dopo sei di governo tecnico o del presidente il 60. Risate a crepapelle. La stessa classe politica che ha preteso le dimissioni della campionessa olimpica Josefa Idem per l’accatastamento irregolare della sua palestra domestica e che ha mandato a casa irridendo Ignazio Marino per una dozzina di scontrini in Campidoglio (assoluzione definitiva, ma fa niente) è disposta a tacere sui 49 milioni sottratti agli italiani dalla Lega di governo che intanto chiede pieni poteri, bacia il rosario, balla il karaoke a torso nudo cantando l’inno di Mameli.

A parte le partner di ballo sul celebre lido non compaiono in questa foto di gruppo della crisi altre donne, se non rarissime e sempre più derise, con l’eccezione di Giorgia Meloni (utile, conveniente) e dei suoi pugnaci nerissimi Fratelli d’Italia, in ascesa nel pallottoliere dei conti. Questo mentre nel resto del mondo e persino d’Europa si eleggono donne di straordinarie qualità e competenze, a ogni latitudine politica, ai vertici di banche paesi istituzioni. E mentre sono le giovani donne, ancora ovunque nel mondo, a portare avanti la dissidenza per mare e per terra. A salvare persone dalla morte in mare, a fare opposizione a Trump, a dire che di ecologia si dovrebbe parlare. Giù risate dai Palazzi nostri. Ma non vorremo mica parlare di quote rosa, che tema deprimente da radical chic. L’agenda del popolo prevede piuttosto che ora qualcuno a caso, anche estratto a sorte, faccia una Finanziaria da 23 miliardi. Se dovesse essere Salvini sarà in spregio dell’Europa, dalla quale d’altronde prima o poi si dovrà uscire, tanto siamo amici di Putin. Poi si riforma la giustizia da zero, così anche con questa storia di Moscopoli la facciamo finita, e se il Papa continua a evocare Hitler tutti col rosario in mano, vediamo chi è più devoto alla Madonna. Conviene, la Madonna.

Detto questo. La politica del “cosa mi conviene” non è nuova, è vecchia come il cucco. Quel che c’è di nuovo, nella sonnolenza sull’orlo dell’abisso, è 1) la consistenza del pericolo democratico 2) l’assuefazione al metodo, non ci si fa nemmeno più caso, è normalissimo no che ciascuno faccia il suo interesse? Cosa c’è di strano. Si percepirebbe di più il rischio che stiamo correndo se ci fossero una cultura condivisa, una conoscenza capillare e comune, un’istruzione appropriata a decifrare la complessità nascosta dietro l’apparenza, dietro gli hashtag buongiorno amici. Se si investisse sulla scuola, per tornare a quei 79 mila precari. Un’idea politica, per esempio, potrebbe essere quella di puntare a migliorare le prossime generazioni mostrando loro che l’obiettivo dell’interesse collettivo può e deve prevalere su quello individuale, e mica solo in politica. Portare esempi di celebri passi indietro per il bene di tutti. Di grandi imprese corali realizzate correndo grandi rischi individuali. Di resistenze, di desistenze, di servizio civile e sacrificio. Mostrare come sono andate le cose nella storia recente e remota: dirlo.

Ma le parole — il logos, in una lingua inutile — stanno con evidenza perdendo questa battaglia, brutalizzate ogni giorno fra gli applausi. Quando le parole scompaiono resta il karaoke, così democratico: se non le sai sono scritte, devi solo ripeterle a tempo. Il leader politico che piace al popolo incarna un modello al ribasso, come se l’unico modo di essere uguali fosse arretrare tutti al livello minimo anziché ambire a un’uguaglianza che punti ad allargare e a innalzare i livelli di convivenza, etica, sapere, civiltà. Come se in una classe tutti, professore compreso, si adeguassero al livello dello studente peggiore anziché incoraggiarlo a migliorare. L’uguaglianza al ribasso è un disegno preciso che punta, a destinazione, al peggioramento collettivo. La docilità di chi non ha strumenti per capire e per reagire conviene a chi ambisce a comandare. Nella desolante e spesso tragica tradizione del “cosa mi conviene” è una regola sicura nota già prima di Salvini, del Nazareno e della piattaforma Rousseau. Funziona da millenni, e loro lo sanno.