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L'aula del Senato 

La democrazia schizofrenica

Tagliare le poltrone per salvare la poltrona. È l'ultimo paradosso della politica italiana
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Tagliare le poltrone per salvare la poltrona. È l'ultimo paradosso della politica italiana, copyright Matteo Renzi: siccome la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è in dirittura d'arrivo, siccome quella riforma a lui non piace però nemmeno gli dispiace, allora dopo la crisi del gabinetto Conte dev'esserci un nuovo governo, che ne concluda l'iter scongiurando le elezioni.

Ma è ancora più paradossale l'idea dell'altro Matteo (Salvini): tagliare le poltrone per tagliare la legislatura. Ossia approvare immediatamente la riforma, e un minuto dopo chiamare gli elettori al voto anticipato. Tatticismi, astuzie, mani di poker in cui la Costituzione figura da pretesto, chissenefrega del suo testo. Sarebbe il caso, viceversa, di prenderla sul serio. Nel merito, ma altresì nel metodo.

Il primo aspetto solleva una domanda: è utile il taglio dei parlamentari? Meglio averne quasi mille o invece 600? M…
Tagliare le poltrone per salvare la poltrona. È l'ultimo paradosso della politica italiana, copyright Matteo Renzi: siccome la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è in dirittura d'arrivo, siccome quella riforma a lui non piace però nemmeno gli dispiace, allora dopo la crisi del gabinetto Conte dev'esserci un nuovo governo, che ne concluda l'iter scongiurando le elezioni.

Ma è ancora più paradossale l'idea dell'altro Matteo (Salvini): tagliare le poltrone per tagliare la legislatura. Ossia approvare immediatamente la riforma, e un minuto dopo chiamare gli elettori al voto anticipato. Tatticismi, astuzie, mani di poker in cui la Costituzione figura da pretesto, chissenefrega del suo testo. Sarebbe il caso, viceversa, di prenderla sul serio. Nel merito, ma altresì nel metodo.

Il primo aspetto solleva una domanda: è utile il taglio dei parlamentari? Meglio averne quasi mille o invece 600? Meglio 400 deputati e 200 senatori - risponde il Movimento 5 Stelle - perché così lo Stato risparmierà quattrini. Argomento becero (la democrazia costa) e anche un po' suicida, giacché per risparmiare veramente dovremmo abolire il Parlamento. Meglio una riforma complessiva del bicameralismo, diceva fino a ieri il Pd (adesso non si sa più che dice). Posizione filosofica nota come benaltrismo, secondo cui nessuna nuova è mai abbastanza nuova, serve ben altro, più su, più giù, più più.

In realtà il Parlamento è il grande ammalato delle nostre istituzioni. Soffre - ormai da decenni - una crisi d'autorevolezza, d'efficienza, di rappresentatività. Colpa del declino dei partiti, colpa delle cattive leggi elettorali che abbiamo messo in circolo, però anche colpa dei numeri, dei troppi numeri che ne intasano il lavoro. Se si eccettua il Regno Unito (appesantito dai 776 membri della Camera dei Lord), nessun altro Paese europeo ha più parlamentari dell'Italia, in rapporto alla popolazione. Alle nostre latitudini c'è un eletto ogni 64 mila abitanti; in Spagna ogni 76 mila; in Germania ogni 105 mila; senza dire degli Usa, dove il rapporto è dieci volte superiore (un parlamentare ogni 611 mila americani). Dunque una cura dimagrante ci metterebbe in linea con il resto dell'Occidente, aumentando il prestigio delle assemblee legislative. Altro è rappresentare una contrada, altro una città. Altro è riunirsi in uno stadio, altro in un salone: si fa meno fatica. Sicché questa riforma non sarà la panacea di tutti i mali, però è un buon passo in avanti.

Che diventerebbe però un passo all'indietro obbedendo alla tempistica dettata da Salvini. Ogni revisione costituzionale, infatti, risponde a sua volta a tempi, scansioni, procedure. Se in Parlamento si raggiunge la maggioranza dei due terzi, la riforma entra in vigore; altrimenti rimane sospesa per tre mesi, durante i quali può venire sottoposta a referendum. Proprio l'ipotesi che si è verificata in questa circostanza. Quindi l'ultima votazione delle Camere può effettuarsi anche stanotte, ma i suoi effetti si consumeranno in primavera. Oltretutto bisognerà poi attendere ancora 60 giorni per l'adozione d'un decreto sulla determinazione dei collegi elettorali, come prescrive l'articolo 4 del disegno di legge costituzionale.

E se nel frattempo gli italiani eleggessero un nuovo Parlamento, applicando i vecchi numeri? Sarebbe, né più né meno, una frode alla riforma, e dunque alla Costituzione. Sarebbe inoltre un esercizio schizofrenico della democrazia, giacché in pochi mesi gli elettori verrebbero chiamati a scegliere mille parlamentari, e poi a sceglierne 600. Sarebbe infine l'uccisione in culla della creatura. Perché le prossime assemblee legislative verrebbero subito delegittimate dal referendum che ne riduce i componenti, trasformando 345 parlamentari in altrettanti abusivi. E perché il capo dello Stato si troverebbe perciò stretto in un'alternativa diabolica: o mantenere in sella cavalieri screditati, o sciogliere le nuove Camere dopo aver sciolto le vecchie.

D'altronde c'è almeno un precedente. 16 gennaio 1994: il presidente Scalfaro interrompe anzitempo l'XI legislatura, dopo il referendum che sancì l'avvento del maggioritario. Motivo: permettere "che tale nuova legge venga in concreto applicata", senza prolungare l'esistenza di Camere elette con il proporzionale, quindi ormai prive di legittimazione popolare. Repetita iuvant, ma stavolta meglio non ripetere quella vecchia esperienza. Sicché o la riforma o il voto, pretenderli entrambi sa di bigamia. E la bigamia è un reato.