C’è il Parlamento contro i pieni poteri
Andrea Manzella , di ANDREA MANZELLA
La crisi italiana è cominciata a Strasburgo il 16 luglio. Quando al Parlamento europeo i deputati leghisti hanno tradito l'impegno ufficialmente assunto dal presidente del Consiglio italiano, di eleggere Ursula von der Leyen al "governo" dell'Ue.
In quello stesso momento i deputati del M5S non solo rispettavano l'accordo preso dall'Italia con gli altri 26 Paesi, ma con i loro 14 voti diventavano determinanti nell'elezione della von der Leyen, avvenuta per nove voti. Quel flash di verità parlamentare rivelava però anche altro: i leghisti abbracciati agli anti-europeisti francesi della Le Pen; mentre i deputati del M5S entravano inopinatamente "nell'arco costituzionale" europeo.
Svaniva pure, in quel preciso istante, la pretesa leghista di designare il membro italiano della Commissione comunitaria (come se in un qualsiasi regime parlamentare l'opposizione pretendesse di avere un proprio ministro nel governo). Era mat…
In quello stesso momento i deputati del M5S non solo rispettavano l'accordo preso dall'Italia con gli altri 26 Paesi, ma con i loro 14 voti diventavano determinanti nell'elezione della von der Leyen, avvenuta per nove voti. Quel flash di verità parlamentare rivelava però anche altro: i leghisti abbracciati agli anti-europeisti francesi della Le Pen; mentre i deputati del M5S entravano inopinatamente "nell'arco costituzionale" europeo.
Svaniva pure, in quel preciso istante, la pretesa leghista di designare il membro italiano della Commissione comunitaria (come se in un qualsiasi regime parlamentare l'opposizione pretendesse di avere un proprio ministro nel governo). Era mat…
La crisi italiana è cominciata a Strasburgo il 16 luglio. Quando al Parlamento europeo i deputati leghisti hanno tradito l'impegno ufficialmente assunto dal presidente del Consiglio italiano, di eleggere Ursula von der Leyen al "governo" dell'Ue.
In quello stesso momento i deputati del M5S non solo rispettavano l'accordo preso dall'Italia con gli altri 26 Paesi, ma con i loro 14 voti diventavano determinanti nell'elezione della von der Leyen, avvenuta per nove voti. Quel flash di verità parlamentare rivelava però anche altro: i leghisti abbracciati agli anti-europeisti francesi della Le Pen; mentre i deputati del M5S entravano inopinatamente "nell'arco costituzionale" europeo.
Svaniva pure, in quel preciso istante, la pretesa leghista di designare il membro italiano della Commissione comunitaria (come se in un qualsiasi regime parlamentare l'opposizione pretendesse di avere un proprio ministro nel governo). Era matematico che un tale sbrindellamento della maggioranza si riproducesse in casa nostra. Cioè in uno spazio "interno" strettamente connesso al sistema istituzionale europeo.
Con ritardo di riflessi, il ministro Salvini si è così accorto di aver fatto votare non solo contro la von der Leyen (un'avversaria che già, da sola, lo sovrasta) ma anche contro il "proprio" presidente del Consiglio e contro il suo socio di maggioranza nel famoso "contratto di governo". Fallito l'attacco all'Unione, basato su una immaginaria "solidarietà sovranista", il ministro leghista ha allora pensato di utilizzare i "dividendi" della sconfitta inseguendo un altro suo sogno, questa volta a casa. Ha così confuso i sondaggi a lui favorevoli per futuribili elezioni come dati reali. Tali da rendere obsolete le attuali Camere, dopo neppure metà legislatura.
"Per capitalizzare il consenso", i suoi attuali modesti gruppi parlamentari, gonfiati dalle telefonate dei sondaggi e dalla moltiplicazione dei selfie balneari, avrebbero imposto lo "scioglimento" di quelli più numerosi. Un nuovo parlamento gli avrebbe dato infine quei, "pieni poteri" che non esistono in Costituzione: se non abolendo tutti gli altri.
Il risveglio è stato brusco, come nella "fatal" Strasburgo. E, come allora, lo sgarbo istituzionale si è rivelato catastrofico.
Aggravato poi da affannoso trasformismo: il potere solitario in cerca di coalizione; la offerta-truffa del taglio immediato dei parlamentari (per eleggerne subito dopo lo stesso numero). Oppure una indecorosa ritirata dopo il "colpaccio" abortito. La partita politica che si è aperta è assai complicata e sarebbe azzardato pronosticarne l'esito. Tuttavia, già vi pesano e turbano errori così grossolani commessi per ignoranza o disprezzo delle istituzioni.
Inevitabile, quindi, la ribellione parlamentare: a dimostrazione che ripetute spallate contro le ragioni del parlamentarismo-contrapposte alle sirene di un decisionismo illiberale - non possono prevalere. Vige ancora, insomma, il Trattato europeo: "Il funzionamento dell'Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa". Purché nessun dorma.
In quello stesso momento i deputati del M5S non solo rispettavano l'accordo preso dall'Italia con gli altri 26 Paesi, ma con i loro 14 voti diventavano determinanti nell'elezione della von der Leyen, avvenuta per nove voti. Quel flash di verità parlamentare rivelava però anche altro: i leghisti abbracciati agli anti-europeisti francesi della Le Pen; mentre i deputati del M5S entravano inopinatamente "nell'arco costituzionale" europeo.
Svaniva pure, in quel preciso istante, la pretesa leghista di designare il membro italiano della Commissione comunitaria (come se in un qualsiasi regime parlamentare l'opposizione pretendesse di avere un proprio ministro nel governo). Era matematico che un tale sbrindellamento della maggioranza si riproducesse in casa nostra. Cioè in uno spazio "interno" strettamente connesso al sistema istituzionale europeo.
Con ritardo di riflessi, il ministro Salvini si è così accorto di aver fatto votare non solo contro la von der Leyen (un'avversaria che già, da sola, lo sovrasta) ma anche contro il "proprio" presidente del Consiglio e contro il suo socio di maggioranza nel famoso "contratto di governo". Fallito l'attacco all'Unione, basato su una immaginaria "solidarietà sovranista", il ministro leghista ha allora pensato di utilizzare i "dividendi" della sconfitta inseguendo un altro suo sogno, questa volta a casa. Ha così confuso i sondaggi a lui favorevoli per futuribili elezioni come dati reali. Tali da rendere obsolete le attuali Camere, dopo neppure metà legislatura.
"Per capitalizzare il consenso", i suoi attuali modesti gruppi parlamentari, gonfiati dalle telefonate dei sondaggi e dalla moltiplicazione dei selfie balneari, avrebbero imposto lo "scioglimento" di quelli più numerosi. Un nuovo parlamento gli avrebbe dato infine quei, "pieni poteri" che non esistono in Costituzione: se non abolendo tutti gli altri.
Il risveglio è stato brusco, come nella "fatal" Strasburgo. E, come allora, lo sgarbo istituzionale si è rivelato catastrofico.
Aggravato poi da affannoso trasformismo: il potere solitario in cerca di coalizione; la offerta-truffa del taglio immediato dei parlamentari (per eleggerne subito dopo lo stesso numero). Oppure una indecorosa ritirata dopo il "colpaccio" abortito. La partita politica che si è aperta è assai complicata e sarebbe azzardato pronosticarne l'esito. Tuttavia, già vi pesano e turbano errori così grossolani commessi per ignoranza o disprezzo delle istituzioni.
Inevitabile, quindi, la ribellione parlamentare: a dimostrazione che ripetute spallate contro le ragioni del parlamentarismo-contrapposte alle sirene di un decisionismo illiberale - non possono prevalere. Vige ancora, insomma, il Trattato europeo: "Il funzionamento dell'Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa". Purché nessun dorma.