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Il Vangelo in Parlamento

Mai il tema religioso è entrato in modo così eclatante nei discorsi dei leader. Un tempo bisognava leggere fra le righe
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L’irruzione del catechismo nel Senato della Repubblica è arrivata senza preavviso. L’Italia era abituata, su temi religiosi a una grande sobrietà, al limite della reticenza. Per riconoscere i discorsi dei presidenti della Repubblica cattolici da quelli laici bisognava cercare fra le pieghe del discorso di fine anno, in cui i credenti infilavano un sommesso “con l’aiuto di Dio”; e perfino nel 1948 in quell’adagio che ricordava agli elettori che “nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, c’era qualcosa quasi di pudico, di sanamente pudico. Poi qualcosa s’è rotto e ieri, nel dibattito ci sono state due lezioni di catechismo fornite al segretario della Lega da Giuseppe Conte e Matteo Renzi.

Salvini da tempo ha forzato la mano e ha deciso di cercare una contiguità con i segmenti di elettorato più estremi; non solo quelli politicamente più estremisti come Forza Nuova e CasaPound, ma…
L’irruzione del catechismo nel Senato della Repubblica è arrivata senza preavviso. L’Italia era abituata, su temi religiosi a una grande sobrietà, al limite della reticenza. Per riconoscere i discorsi dei presidenti della Repubblica cattolici da quelli laici bisognava cercare fra le pieghe del discorso di fine anno, in cui i credenti infilavano un sommesso “con l’aiuto di Dio”; e perfino nel 1948 in quell’adagio che ricordava agli elettori che “nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, c’era qualcosa quasi di pudico, di sanamente pudico. Poi qualcosa s’è rotto e ieri, nel dibattito ci sono state due lezioni di catechismo fornite al segretario della Lega da Giuseppe Conte e Matteo Renzi.

Salvini da tempo ha forzato la mano e ha deciso di cercare una contiguità con i segmenti di elettorato più estremi; non solo quelli politicamente più estremisti come Forza Nuova e CasaPound, ma anche con quelli religiosamente più integristi. Portatori di omofobia in nome del familismo, di islamofobia in nome di odii identitari, aree della devozione popolare — specialmente mariana — di cui qualche radio e qualche prete si è intestato la rappresentanza: che avrebbero dovuto restare ipnotizzati dall’agitazione ingrugnita del rosario, impugnato come fosse l’amuleto fallico del dio Po o un remake lombardo dell’esorcista.

Quella scelta, che secondo gli sceneggiatori delle propaganda salviniana avrebbero dovuto rendergli molto, ha sedotto solo qualche prete svitato e ha portato alle due lezioni di catechismo impartite nell’aula del Senato, quasi a dare il segno di una capacità di reazione del cattolicesimo che finora era rimasta afona ma non inesistente.

Se Giuseppe Conte, devoto di padre Pio, ha denunciato la blasfemia spirituale e costituzionale di quel gesto nell’aula del Senato dove il rosario era già stato molte volte, ma rimanendo chiuso nelle tasche di La Pira o di Scalfaro, è perché ha sentito dentro di sé e attorno a sé, di qua e di là dal Tevere, l’indignazione di tutto il cattolicesimo. Tutti disgustati da una strumentalità che è apparsa anche in una citazione (alquanto insipida a dire il vero, ma almeno non manipolata come quella d’una esortazione post-sinodale usata altre volte sulle migrazioni) di Giovanni Paolo II.
Matteo Renzi ha invocato lo sbarco per i migranti della Open Arms con la citazione della parabola del giudizio finale al capo 25 del vangelo di Matteo che ricorda ai giusti, che aver dato da mangiare a chi ha fame, da bere a chi ha sete, vestito l’ignudo e via dicendo è un gesto fatto al Cristo in persona. Quando Salvini diede del “povero comunista” a un ragazzo con lo striscione “ama il prossimo tuo” — forse non rendendosi conto che usava lo stesso cliché usato in America Latina dai militari contro i vescovi e anche contro Bergoglio — le reazioni sono state poche: ma se quelle a cui ha dato voce l’ex segretario del Pd sono state di più è perché nel cattolicesimo la convinzione che l’Italia, pur dovendo regolare i flussi migratori in entrata e in uscita, non può diventare il Paese dove la fede resta muta quando l’unità della famiglia umana viene messa in discussione verbis et operibus.

Qualcuno anche fra i leghisti avrà pensato fra sé e sé: «l’avevo detto» e si sarà ricordato dei fischi a Francesco in piazza Duomo e dell’adagio “chi mangia papa crepa”.