Un governo di decantazione
Michele Ainis , di MICHELE AINISDecantare significa purificare, liberare un corpo da scorie e incrostazioni. In questo caso significa formare un esecutivo che duri il tempo necessario a disintossicare i rapporti fra partiti nemici
Come ne usciamo? Le ipotesi in campo sono tre, tal quali le cantiche della Divina commedia; ma forse ci salverà una quarta soluzione, benché Dante non ci abbia mai pensato. D’altronde la crisi più astrusa della storia universale reclama risposte fuori dal comune, dopo questa girandola d’azioni incoerenti, di gesti incongruenti. Risposte dettate sul filo della logica, ammesso che logica e politica vadano a braccetto; non per nulla Aristotele ne trattò in due opere distinte. Ma la via d’uscita, in questo caso, deriva dal vicolo cieco in cui ci cacciano le altre soluzioni.
In primo luogo, un governo politico. O addirittura un governo di legislatura, con un patto di ferro tra 5 Stelle e Pd. Difficile, molto difficile. Quando due eserciti si sparano addosso per un anno e mezzo (la guerra d’Abissinia fu più breve), nemmeno San Francesco saprebbe unirli in un matrimonio repentino. Per dimenticare serve tempo, ma stavolta di tempo no…
In primo luogo, un governo politico. O addirittura un governo di legislatura, con un patto di ferro tra 5 Stelle e Pd. Difficile, molto difficile. Quando due eserciti si sparano addosso per un anno e mezzo (la guerra d’Abissinia fu più breve), nemmeno San Francesco saprebbe unirli in un matrimonio repentino. Per dimenticare serve tempo, ma stavolta di tempo no…
Come ne usciamo? Le ipotesi in campo sono tre, tal quali le cantiche della Divina commedia; ma forse ci salverà una quarta soluzione, benché Dante non ci abbia mai pensato. D’altronde la crisi più astrusa della storia universale reclama risposte fuori dal comune, dopo questa girandola d’azioni incoerenti, di gesti incongruenti. Risposte dettate sul filo della logica, ammesso che logica e politica vadano a braccetto; non per nulla Aristotele ne trattò in due opere distinte. Ma la via d’uscita, in questo caso, deriva dal vicolo cieco in cui ci cacciano le altre soluzioni.
In primo luogo, un governo politico. O addirittura un governo di legislatura, con un patto di ferro tra 5 Stelle e Pd. Difficile, molto difficile. Quando due eserciti si sparano addosso per un anno e mezzo (la guerra d’Abissinia fu più breve), nemmeno San Francesco saprebbe unirli in un matrimonio repentino. Per dimenticare serve tempo, ma stavolta di tempo non ce n’è.
Da qui la seconda opzione: governo tecnico. Alla Monti, con una pattuglia di professori e d’alti burocrati di Stato. Peccato che non sia più stagione. Nel 2011 quell’esecutivo era sorretto dal consenso popolare, dopo l’impennata dello spread e i disastri del IV governo Berlusconi; oggi riuscirebbe sommamente impopolare. Giacché nel frattempo le classi dirigenti sono finite in purgatorio, guai a evocare un altro governo delle élite. Darebbe benzina al populismo, che ne ha già pieni i serbatoi.
Sicché non rimane che la terza soluzione: scioglimento delle Camere, voto anticipato. Col rischio di far saltare il banco, insieme alle banche. D’avvitarci in una crisi dei consumi, per l’aumento dell’Iva. Di spaccare l’Italia in due come una mela, postfascisti di qua, neoresistenti di là. E con la certezza di chiudere la legislatura più breve dell’età repubblicana. Il record negativo è di un paio d’anni (1992-1994, 1994-1996, 2006-2008). Stavolta avremmo fatto peggio: una medaglia che il presidente Mattarella dovrebbe accettare suo malgrado.
A meno che non si profili, viceversa, una quarta alternativa: governo di decantazione. Decantare significa purificare, liberare un corpo da scorie e incrostazioni. In questo caso significa formare un esecutivo che duri il tempo necessario a disintossicare i rapporti fra partiti nemici fino all’altro ieri. Significa perciò che dovrebbe farne parte una squadra di politici, ma non di primo piano. Che il nuovo gabinetto dovrebbe reggersi sul voto del gruppo parlamentare che conta la maggioranza dei seggi nelle Camere, ovvero i 5 Stelle; e magari con l’astensione del Pd, di Leu, forse di Forza Italia. Significa, infine, un programma circoscritto, ma non senza respiro. Con misure tampone sull’economia, in attesa che un governo più solido decida programmi duraturi. E però con uno slancio su riforme istituzionali condivise. Dunque il taglio dei parlamentari, dunque una nuova legge elettorale, che a quel punto dovrà essere pienamente proporzionale, segando la quota di collegi uninominali. Dopo di che, a febbraio, o il voto o un governo tutto politico, senza vie di mezzo.
Del resto c’è almeno un precedente. 29 luglio 1987: giura il governo Goria. Il più giovane presidente del Consiglio fino a quel momento (43 anni), ma soprattutto un nano politico in un bosco di giganti (De Mita, Craxi, Andreotti, Fanfani). Era il suo limite, però anche la sua forza. Giacché i veti incrociati fra democristiani e socialisti impedivano qualsiasi accordo sulla premiership, nonché un’alleanza a tutto tondo. E allora venne battezzato un governo di tregua, su specifici punti programmatici. Quell’esecutivo rimase in carica 8 mesi, consentendo la prosecuzione della legislatura. E lasciando successivamente il testimone a governi più autorevoli, che la condussero al suo naturale compimento. Ecco, qui e oggi potremmo cercare di ripetere quella remota esperienza. Repetita iuvant, almeno in questo caso.
In primo luogo, un governo politico. O addirittura un governo di legislatura, con un patto di ferro tra 5 Stelle e Pd. Difficile, molto difficile. Quando due eserciti si sparano addosso per un anno e mezzo (la guerra d’Abissinia fu più breve), nemmeno San Francesco saprebbe unirli in un matrimonio repentino. Per dimenticare serve tempo, ma stavolta di tempo non ce n’è.
Da qui la seconda opzione: governo tecnico. Alla Monti, con una pattuglia di professori e d’alti burocrati di Stato. Peccato che non sia più stagione. Nel 2011 quell’esecutivo era sorretto dal consenso popolare, dopo l’impennata dello spread e i disastri del IV governo Berlusconi; oggi riuscirebbe sommamente impopolare. Giacché nel frattempo le classi dirigenti sono finite in purgatorio, guai a evocare un altro governo delle élite. Darebbe benzina al populismo, che ne ha già pieni i serbatoi.
Sicché non rimane che la terza soluzione: scioglimento delle Camere, voto anticipato. Col rischio di far saltare il banco, insieme alle banche. D’avvitarci in una crisi dei consumi, per l’aumento dell’Iva. Di spaccare l’Italia in due come una mela, postfascisti di qua, neoresistenti di là. E con la certezza di chiudere la legislatura più breve dell’età repubblicana. Il record negativo è di un paio d’anni (1992-1994, 1994-1996, 2006-2008). Stavolta avremmo fatto peggio: una medaglia che il presidente Mattarella dovrebbe accettare suo malgrado.
A meno che non si profili, viceversa, una quarta alternativa: governo di decantazione. Decantare significa purificare, liberare un corpo da scorie e incrostazioni. In questo caso significa formare un esecutivo che duri il tempo necessario a disintossicare i rapporti fra partiti nemici fino all’altro ieri. Significa perciò che dovrebbe farne parte una squadra di politici, ma non di primo piano. Che il nuovo gabinetto dovrebbe reggersi sul voto del gruppo parlamentare che conta la maggioranza dei seggi nelle Camere, ovvero i 5 Stelle; e magari con l’astensione del Pd, di Leu, forse di Forza Italia. Significa, infine, un programma circoscritto, ma non senza respiro. Con misure tampone sull’economia, in attesa che un governo più solido decida programmi duraturi. E però con uno slancio su riforme istituzionali condivise. Dunque il taglio dei parlamentari, dunque una nuova legge elettorale, che a quel punto dovrà essere pienamente proporzionale, segando la quota di collegi uninominali. Dopo di che, a febbraio, o il voto o un governo tutto politico, senza vie di mezzo.
Del resto c’è almeno un precedente. 29 luglio 1987: giura il governo Goria. Il più giovane presidente del Consiglio fino a quel momento (43 anni), ma soprattutto un nano politico in un bosco di giganti (De Mita, Craxi, Andreotti, Fanfani). Era il suo limite, però anche la sua forza. Giacché i veti incrociati fra democristiani e socialisti impedivano qualsiasi accordo sulla premiership, nonché un’alleanza a tutto tondo. E allora venne battezzato un governo di tregua, su specifici punti programmatici. Quell’esecutivo rimase in carica 8 mesi, consentendo la prosecuzione della legislatura. E lasciando successivamente il testimone a governi più autorevoli, che la condussero al suo naturale compimento. Ecco, qui e oggi potremmo cercare di ripetere quella remota esperienza. Repetita iuvant, almeno in questo caso.