Chi fa il bene degli italiani
Pino Corrias , di PINO CORRIASSpesso i migliori sono lontani dalla politica. Si occupano di presente e di futuro. Come i professori o i sognatori
«Subito al voto per il bene degli italiani». No anzi: «Subito un governo per il bene dell’Italia». Ma «non un governo a qualsiasi costo, solo per il bene di tutti». Tranquilli, «non lasceremo affondare la barca Italia. L’Italia siamo tutti noi». E naturalmente lo faremo «con il coraggio di agire per l’Italia, per gli italiani, non per gli interessi di parte».
Trovate voi i titolari di queste frasi. Scoprirete che le hanno pronunciate tutti i partiti transitati sul palcoscenico della crisi. Proprio tutti, con cravatta e facce gravi, adatte alla circostanza e alle telecamere.
Ma se i partiti, nessuno escluso, vogliono prima di tutto «il bene degli italiani», com’è che ci ritroviamo in questo collettivo disastro che è certamente il male dell’Italia?
La prima risposta, la più semplice, è che tutti i partiti mentano, proprio come fanno nei cattivi gialli i ca…
Trovate voi i titolari di queste frasi. Scoprirete che le hanno pronunciate tutti i partiti transitati sul palcoscenico della crisi. Proprio tutti, con cravatta e facce gravi, adatte alla circostanza e alle telecamere.
Ma se i partiti, nessuno escluso, vogliono prima di tutto «il bene degli italiani», com’è che ci ritroviamo in questo collettivo disastro che è certamente il male dell’Italia?
La prima risposta, la più semplice, è che tutti i partiti mentano, proprio come fanno nei cattivi gialli i ca…
«Subito al voto per il bene degli italiani». No anzi: «Subito un governo per il bene dell’Italia». Ma «non un governo a qualsiasi costo, solo per il bene di tutti». Tranquilli, «non lasceremo affondare la barca Italia. L’Italia siamo tutti noi». E naturalmente lo faremo «con il coraggio di agire per l’Italia, per gli italiani, non per gli interessi di parte».
Trovate voi i titolari di queste frasi. Scoprirete che le hanno pronunciate tutti i partiti transitati sul palcoscenico della crisi. Proprio tutti, con cravatta e facce gravi, adatte alla circostanza e alle telecamere.
Ma se i partiti, nessuno escluso, vogliono prima di tutto «il bene degli italiani», com’è che ci ritroviamo in questo collettivo disastro che è certamente il male dell’Italia?
La prima risposta, la più semplice, è che tutti i partiti mentano, proprio come fanno nei cattivi gialli i cattivi maggiordomi. La seconda, la più rassicurante, è che lo faccia almeno qualcuno, ma in modo così ben congegnato da inceppare tutto. La terza — la più grave, la più minacciosa — è che non menta proprio nessuno. Che la loro personale incapacità di progettare, decidere, condurre, realizzare, sia così completa, così impermeabile al dubbio, così lontana da ogni competenza, da renderli inconsapevoli e dunque persino innocenti.
Ma se i politici sono innocenti, i colpevoli, con tutta evidenza, siamo noi. Che li abbiamo scelti, selezionati, votati, affidandogli per interesse o ignavia, per segreto nichilismo o completa noncuranza, il bene pubblico, non del tutto persuasi che coincida con i nostri, singoli, indifferibili beni privati. Abituati come siamo a considerali un diritto perpetuo.
Siamo noi che crediamo al taglio delle tasse gratuito, mentre l’evasione e il debito galoppano. Che vogliamo il salario minimo per tutti, mentre il lavoro nero schiavizza milioni di schiavi. Che crediamo di fermare il mare, fermando una barca alla settimana. Che abbandoniamo i fiumi, i boschi, le coste pretendendo che non ci siano conseguenze. Che costruiamo su antichi terremoti senza degnarci di ricostruire le case crollate di quelli nuovi. Che ci occupiamo di mafia, ‘ndrangheta, camorra solo negli anniversari del sangue versato. Che immaginiamo possibile un paese dove non nascono più bambini, i ragazzi più svegli studiano progettando di emigrare a Londra, gli adulti arrotondano il fine mese con le seconde case ereditate dai suoceri, e i nonni, com’è ovvio, vogliono tutti vivere il più a lungo possibile, con la pensione più alta possibile, anche se mancano i medici negli ospedali e i soldi nelle casse dell’Inps. Possibilmente senza immigrati tra i piedi, tranne le badanti in proprio.
Gli alfabeti politici del secolo scorso erano materia ardua. Venivano frequentati a lungo, prima di imbracciarli. Cattolici, laici, libertari e comunisti camminavano con lentezza dentro le parole della politica imparando a trasformarle in azioni. Prima nei quartieri, poi nei comuni, poi nei vasti collegi elettorali. Fino al teatro della politica nazionale che era selezione anche al netto degli scandali, delle trame, della corruzione. Era un lavoro che impegnava la giovinezza, le passioni, l’esperienza. Era apprendistato prima che comando. Era “esercizio sociale della prevenzione”. Al quale si dedicavano (non sempre, ma spesso) i migliori, capaci di ricostruire dalle macerie un’Italia fabbricandola più democratica, nonostante il disordine, più ricca, nonostante i soprusi e le ingiustizie, più tollerante, nonostante gli egoismi di classe, di casta, di campanile.
Oggi accade il contrario. Basta un’occhiata per accorgersi che i migliori (non sempre, ma spesso) stanno lontani dalla politica, indossano professioni complesse, oppure gravose, ma utili, si occupano di presente e futuro, sono i maestri di scuola elementare e gli ingegneri spaziali, i soldati del volontariato e gli informatici addetti all’innovazione. Sono gli artigiani, gli imprenditori, i sognatori che inventano, gli scienziati che studiano. Sono tutti quelli che fanno bene il loro lavoro, mettendoci un po’ di anima e di cuore. Mettendoci tempo.
Il tempo che la nuova politica ha abolito. E che i nuovi politici, astri sempre nascenti, per lo più mediocri in quasi tutto e dunque disponibili a quasi tutto, hanno trasformato in una mappa di scorciatoie. Da percorrere al rullo delle campagne elettorali, che è poi la vera specialità dei nuovi leader, delle loro macchine di propaganda orizzontale. Sventolando vessilli e furiosi attacchi ai nemici. Tutti in cordata, scalando di corsa la montagna del potere. E accorgendosi solo all’ultimo che in cima alla montagna del potere ci sono infinite altre montagne all’orizzonte. E tra l’una e l’altra il vuoto. E quel vuoto, riempito dai selfie della propaganda, è esattamente «il bene degli italiani» che loro ci hanno promesso. E noi distrattamente creduto.
Trovate voi i titolari di queste frasi. Scoprirete che le hanno pronunciate tutti i partiti transitati sul palcoscenico della crisi. Proprio tutti, con cravatta e facce gravi, adatte alla circostanza e alle telecamere.
Ma se i partiti, nessuno escluso, vogliono prima di tutto «il bene degli italiani», com’è che ci ritroviamo in questo collettivo disastro che è certamente il male dell’Italia?
La prima risposta, la più semplice, è che tutti i partiti mentano, proprio come fanno nei cattivi gialli i cattivi maggiordomi. La seconda, la più rassicurante, è che lo faccia almeno qualcuno, ma in modo così ben congegnato da inceppare tutto. La terza — la più grave, la più minacciosa — è che non menta proprio nessuno. Che la loro personale incapacità di progettare, decidere, condurre, realizzare, sia così completa, così impermeabile al dubbio, così lontana da ogni competenza, da renderli inconsapevoli e dunque persino innocenti.
Ma se i politici sono innocenti, i colpevoli, con tutta evidenza, siamo noi. Che li abbiamo scelti, selezionati, votati, affidandogli per interesse o ignavia, per segreto nichilismo o completa noncuranza, il bene pubblico, non del tutto persuasi che coincida con i nostri, singoli, indifferibili beni privati. Abituati come siamo a considerali un diritto perpetuo.
Siamo noi che crediamo al taglio delle tasse gratuito, mentre l’evasione e il debito galoppano. Che vogliamo il salario minimo per tutti, mentre il lavoro nero schiavizza milioni di schiavi. Che crediamo di fermare il mare, fermando una barca alla settimana. Che abbandoniamo i fiumi, i boschi, le coste pretendendo che non ci siano conseguenze. Che costruiamo su antichi terremoti senza degnarci di ricostruire le case crollate di quelli nuovi. Che ci occupiamo di mafia, ‘ndrangheta, camorra solo negli anniversari del sangue versato. Che immaginiamo possibile un paese dove non nascono più bambini, i ragazzi più svegli studiano progettando di emigrare a Londra, gli adulti arrotondano il fine mese con le seconde case ereditate dai suoceri, e i nonni, com’è ovvio, vogliono tutti vivere il più a lungo possibile, con la pensione più alta possibile, anche se mancano i medici negli ospedali e i soldi nelle casse dell’Inps. Possibilmente senza immigrati tra i piedi, tranne le badanti in proprio.
Gli alfabeti politici del secolo scorso erano materia ardua. Venivano frequentati a lungo, prima di imbracciarli. Cattolici, laici, libertari e comunisti camminavano con lentezza dentro le parole della politica imparando a trasformarle in azioni. Prima nei quartieri, poi nei comuni, poi nei vasti collegi elettorali. Fino al teatro della politica nazionale che era selezione anche al netto degli scandali, delle trame, della corruzione. Era un lavoro che impegnava la giovinezza, le passioni, l’esperienza. Era apprendistato prima che comando. Era “esercizio sociale della prevenzione”. Al quale si dedicavano (non sempre, ma spesso) i migliori, capaci di ricostruire dalle macerie un’Italia fabbricandola più democratica, nonostante il disordine, più ricca, nonostante i soprusi e le ingiustizie, più tollerante, nonostante gli egoismi di classe, di casta, di campanile.
Oggi accade il contrario. Basta un’occhiata per accorgersi che i migliori (non sempre, ma spesso) stanno lontani dalla politica, indossano professioni complesse, oppure gravose, ma utili, si occupano di presente e futuro, sono i maestri di scuola elementare e gli ingegneri spaziali, i soldati del volontariato e gli informatici addetti all’innovazione. Sono gli artigiani, gli imprenditori, i sognatori che inventano, gli scienziati che studiano. Sono tutti quelli che fanno bene il loro lavoro, mettendoci un po’ di anima e di cuore. Mettendoci tempo.
Il tempo che la nuova politica ha abolito. E che i nuovi politici, astri sempre nascenti, per lo più mediocri in quasi tutto e dunque disponibili a quasi tutto, hanno trasformato in una mappa di scorciatoie. Da percorrere al rullo delle campagne elettorali, che è poi la vera specialità dei nuovi leader, delle loro macchine di propaganda orizzontale. Sventolando vessilli e furiosi attacchi ai nemici. Tutti in cordata, scalando di corsa la montagna del potere. E accorgendosi solo all’ultimo che in cima alla montagna del potere ci sono infinite altre montagne all’orizzonte. E tra l’una e l’altra il vuoto. E quel vuoto, riempito dai selfie della propaganda, è esattamente «il bene degli italiani» che loro ci hanno promesso. E noi distrattamente creduto.