✕
(reuters)

Le fiamme che arrivano al G7

Per la prima volta un vertice a forte impronta ambientalista. La lotta al global warming parte dalle superpotenze
2 minuti di lettura
Per una volta un G7 sarà servito a qualcosa: questa sì, è una notizia. A Biarritz si litiga su quasi tutto, il caos è la cifra del mondo contemporaneo. Però è grazie a questo vertice che il presidente del Brasile è costretto al dietrofront sull'Amazzonia. "Proteggere la foresta vergine è un nostro dovere", ha detto Jair Bolsonaro. L'esercito brasiliano ora è mobilitato sul fronte contro il fuoco. Bisogna sperare che l'intervento di due C-130 a bombardare d'acqua gli incendi non sia troppo poco e troppo tardi.

Ma questo è il presidente che ancora due giorni prima, di fronte alle critiche della Germania e della Norvegia per la sua inazione, aveva ribattuto: "La Norvegia fa strage di balene. La Germania si occupi di riforestare a casa sua". Cosa lo ha indotto a rimangiarsi tutto? L'isolamento internazionale e la minaccia di sanzioni concrete. Emmanuel Macron in quanto padrone di…
Per una volta un G7 sarà servito a qualcosa: questa sì, è una notizia. A Biarritz si litiga su quasi tutto, il caos è la cifra del mondo contemporaneo. Però è grazie a questo vertice che il presidente del Brasile è costretto al dietrofront sull'Amazzonia. "Proteggere la foresta vergine è un nostro dovere", ha detto Jair Bolsonaro. L'esercito brasiliano ora è mobilitato sul fronte contro il fuoco. Bisogna sperare che l'intervento di due C-130 a bombardare d'acqua gli incendi non sia troppo poco e troppo tardi.

Ma questo è il presidente che ancora due giorni prima, di fronte alle critiche della Germania e della Norvegia per la sua inazione, aveva ribattuto: "La Norvegia fa strage di balene. La Germania si occupi di riforestare a casa sua". Cosa lo ha indotto a rimangiarsi tutto? L'isolamento internazionale e la minaccia di sanzioni concrete. Emmanuel Macron in quanto padrone di casa all'ultimo momento ha potuto inserire di prepotenza nell'agenda del G7 la tragedia dell'Amazzonia. Inoltre ha minacciato di non ratificare il trattato di libero scambio con i Paesi del Mercosur, dal quale Bolsonaro si aspettava nei prossimi 15 anni benefici pari a 80 miliardi di euro per il solo Brasile. I maligni dicono che Macron avrebbe preso due piccioni con una fava, ingraziandosi la lobby agricola francese, da sempre protezionista. Ma tant'è, il gioco ha funzionato. Si è aggiunta, da parte della Germania, la cancellazione immediata di decine di milioni per il Fondo Amazzonia, aiuti versati al governo di Brasilia perché faccia il contrario di quel che sta facendo: blocchi la deforestazione criminale del più importante polmone verde del pianeta. Le sanzioni economiche hanno piegato il negazionista Bolsonaro, almeno per adesso. Il New York Times ne dà atto al duo Macron-Merkel, con un titolo generoso: "L'Amazzonia brucia, l'Europa diventa la paladina del clima". Il resto del G7 probabilmente sarà meno fruttuoso. Però questo esordio ambientalista è stato efficace.

Involontariamente, l'asse franco-tedesco riscopre e rilancia un tema che fu caro agli alter-globalisti dalle giornate di Seattle (1999) in poi. Era ambientalista uno dei filoni originali di contestazione, contro quegli accordi di liberalizzazione che seguirono la nascita del Wto e l'adesione della Cina. Chiedeva la modifica dei trattati per inserire clausole verdi. L'obiettivo: impedire che il boom del commercio mondiale scatenasse una concorrenza al ribasso, a spostare produzioni e inquinamento nei paesi a minore tutela ambientale. Oggi il gesto di un presidente del G7 che minaccia di sabotare un trattato di libero scambio per salvare la più vasta foresta del pianeta, è un salutare ravvedimento vent'anni dopo.

Molti commentatori americani anti-Trump, sempre felici di trovare qualcuno che mette in difficoltà il loro presidente o ne evidenzia l'isolamento, rischiano di sopravvalutare però l'impatto ambientalista della coppia Macron-Merkel. Il primo ha dovuto rimangiarsi la carbon tax davanti alle proteste dei gilet gialli (che sono anche venuti a manifestare vicino a Biarritz). La cancelliera ha subito a casa sua l'onta del "Dieselgate", la truffa criminale dell'industria automobilistica sull'inquinamento. Soprattutto, Germania e Francia o l'intera Unione europea non possono supplire a un motore Usa-Cina che si è inceppato.

I due principali inquinatori del pianeta sono loro, tallonati da vicino dall'India. Barack Obama riuscì a trascinarli dentro gli accordi di Parigi, pur facendo tante concessioni al sovranismo di Xi Jinping e Narendra Modi (niente controlli, niente sanzioni sui tagli alle emissioni di CO2). La lotta al cambiamento climatico deve ripartire dalle superpotenze. L'esempio europeo però resterà come una pagina felice, in un periodo piuttosto avaro di queste soddisfazioni.