La rivolta della base social (senza "e") grillina contro il governo Pd-5Stelle stupisce e spaventa alcuni cultori del patto. In particolare, si chiedono dove sia finito il tradizionale monolitismo imposto da Casaleggio alle vicende interne, la fedeltà cieca e assoluta alle peggiori capriole opportunistiche, l'immunità di gregge al pensiero critico che così bene aveva retto per un paio di lustri.
Le risposte sono tre. La prima in realtà rappresenta un'ipotesi, ossia che la Srl di Ivrea stia scientemente giocando sporchissimo per tornare dalla Lega a condizioni migliorative. E cioè che lo sbandierato nome di Conte sia un giochetto tattico da farsi bocciare per arrivare a un governo Di Maio. Una mossa da Dc 2.0 così spregiudicata e vile che potrebbe funzionare perfettamente.
La seconda è oggettiva: metà elettorato è passato armi e bagagli alla Lega.
La terza è culturale, prepolitica: buonissima part…
Le risposte sono tre. La prima in realtà rappresenta un'ipotesi, ossia che la Srl di Ivrea stia scientemente giocando sporchissimo per tornare dalla Lega a condizioni migliorative. E cioè che lo sbandierato nome di Conte sia un giochetto tattico da farsi bocciare per arrivare a un governo Di Maio. Una mossa da Dc 2.0 così spregiudicata e vile che potrebbe funzionare perfettamente.
La seconda è oggettiva: metà elettorato è passato armi e bagagli alla Lega.
La terza è culturale, prepolitica: buonissima part…
La rivolta della base social (senza "e") grillina contro il governo Pd-5Stelle stupisce e spaventa alcuni cultori del patto. In particolare, si chiedono dove sia finito il tradizionale monolitismo imposto da Casaleggio alle vicende interne, la fedeltà cieca e assoluta alle peggiori capriole opportunistiche, l'immunità di gregge al pensiero critico che così bene aveva retto per un paio di lustri.
Le risposte sono tre. La prima in realtà rappresenta un'ipotesi, ossia che la Srl di Ivrea stia scientemente giocando sporchissimo per tornare dalla Lega a condizioni migliorative. E cioè che lo sbandierato nome di Conte sia un giochetto tattico da farsi bocciare per arrivare a un governo Di Maio. Una mossa da Dc 2.0 così spregiudicata e vile che potrebbe funzionare perfettamente.
La seconda è oggettiva: metà elettorato è passato armi e bagagli alla Lega.
La terza è culturale, prepolitica: buonissima parte di base e vertici pentastellati coincidono appieno con quelli della Lega, figli come sono del medesimo bombardamento populista che ha elevato a potenza l'italico Dna. Un assemblaggio rancoroso che basa le proprie rivendicazioni non già su dati oggettivi, su quella che un tempo si sarebbe chiamata coscienza di classe, su obiettivi concreti, ma che si contenta di sublimare la propria ostilità con un insulto su Facebook. O, in caso di elezione, con una dichiarazione sul nulla a un giornale amico.
Grazie a Beppe Grillo, il vero erede scapigliato di Berlusconi, è nato un italiano prêt-à-voter che può scegliere tra i mussoliniani anonimi di Salvini, il postfascismo dichiarato della Meloni, l'autocrazia complottista che ha espresso l'ultimo premier e ambisce a designare il prossimo. Un monolite, quello sì, cui il Pd non ha saputo parlare. Al quale non ha saputo opporre altro che una pallida imitazione di temi e linguaggi, con cui ha ammantato anche i segnali in direzione opposta - la legge Cirinnà, il reddito di inclusione - e del quale non ha intuito l'unico punto debole su cui picchiare compatto: la realtà. E la realtà è che i denari per regalare la flat tax ai ricchi dovranno toglierli a qualcosa e a qualcuno. Che il qualcosa è il welfare residuo. E che il qualcuno sono le classi meno abbienti. Imprigionate, in parte, nella melassa propagandista che li porta ad applaudire chi lavora contro di loro. Con un'unica possibile concessione baronale: scudi, condoni. Briciole da raccogliere al tavolo dei grandi evasori. Al prezzo di trasformarsi da cittadini in sudditi. Altro che popolo.
Negli anni del cinismo e della furbizia elevate a progetto di governo del Paese, quelli in cui non a caso è nato l'epiteto "buonista", il Pd si è cacciato in una situazione loose-loose di rara cogenza. Da una parte, è diventato il bersaglio esclusivo del PuC, il partito unico cattivista. Dall'altra, invece di costruire una via di fuga alternativa e riconoscibile, ha ceduto quote parte di identità propria e della propria base. Nonché di elettori, transitati da Ivrea e oggi diventati leghisti persino in zone (penso a Ferrara: praticamente Oslo con più biciclette) laddove l'humus del risentimento non avrebbe avuto ragione di attecchire sulla buona amministrazione.
Ieri ho letto sui social (che sono solo un veicolo, talvolta persino di buone notizie) la storia vera di una venditrice ambulante africana e della sua piccola, che la scortava sulle spiagge della Sicilia durante il lavoro. Ho visto la foto della bambina che giocava insieme ad altri coetanei, dacché alcune mamme italiane si erano offerte di accoglierla mentre la migrante cercava di vendere la sua mercanzia. Ho sorriso di chi avrebbe etichettato come buonista il gesto. Ho tratto un po' di speranza da quelle donne, non necessariamente "di sinistra", anzi, forse semplicemente umane, cui ciò che resta dell'opposizione dovrebbe imparare a rivolgersi, per comunicare che non sono sole. L'eventuale bacio di Zingaretti non trasformerà mai Toninelli in un ministro, la Lezzi continuerà a non capire nulla di Sud e altri punti cardinali assortiti, Di Battista non smetterà di fare il ragazzo immagine di sé stesso. Solo la politica non basterà. Sarà bassa, per forza.
L'unico modo di provarci prevede due condizioni: 1) Nomi siderali nella squadra di governo. 2) Un progetto culturale alternativo, coraggioso, rivoluzionario per cui persino i social, tra tre anni e mezzo, possano diventare un posto meno infestato dal PuC. Abbiamo seminato il populismo nel mondo, con Berlusconi. Per primi. Potrebbe essere il momento di farci perdonare.
Le risposte sono tre. La prima in realtà rappresenta un'ipotesi, ossia che la Srl di Ivrea stia scientemente giocando sporchissimo per tornare dalla Lega a condizioni migliorative. E cioè che lo sbandierato nome di Conte sia un giochetto tattico da farsi bocciare per arrivare a un governo Di Maio. Una mossa da Dc 2.0 così spregiudicata e vile che potrebbe funzionare perfettamente.
La seconda è oggettiva: metà elettorato è passato armi e bagagli alla Lega.
La terza è culturale, prepolitica: buonissima parte di base e vertici pentastellati coincidono appieno con quelli della Lega, figli come sono del medesimo bombardamento populista che ha elevato a potenza l'italico Dna. Un assemblaggio rancoroso che basa le proprie rivendicazioni non già su dati oggettivi, su quella che un tempo si sarebbe chiamata coscienza di classe, su obiettivi concreti, ma che si contenta di sublimare la propria ostilità con un insulto su Facebook. O, in caso di elezione, con una dichiarazione sul nulla a un giornale amico.
Grazie a Beppe Grillo, il vero erede scapigliato di Berlusconi, è nato un italiano prêt-à-voter che può scegliere tra i mussoliniani anonimi di Salvini, il postfascismo dichiarato della Meloni, l'autocrazia complottista che ha espresso l'ultimo premier e ambisce a designare il prossimo. Un monolite, quello sì, cui il Pd non ha saputo parlare. Al quale non ha saputo opporre altro che una pallida imitazione di temi e linguaggi, con cui ha ammantato anche i segnali in direzione opposta - la legge Cirinnà, il reddito di inclusione - e del quale non ha intuito l'unico punto debole su cui picchiare compatto: la realtà. E la realtà è che i denari per regalare la flat tax ai ricchi dovranno toglierli a qualcosa e a qualcuno. Che il qualcosa è il welfare residuo. E che il qualcuno sono le classi meno abbienti. Imprigionate, in parte, nella melassa propagandista che li porta ad applaudire chi lavora contro di loro. Con un'unica possibile concessione baronale: scudi, condoni. Briciole da raccogliere al tavolo dei grandi evasori. Al prezzo di trasformarsi da cittadini in sudditi. Altro che popolo.
Negli anni del cinismo e della furbizia elevate a progetto di governo del Paese, quelli in cui non a caso è nato l'epiteto "buonista", il Pd si è cacciato in una situazione loose-loose di rara cogenza. Da una parte, è diventato il bersaglio esclusivo del PuC, il partito unico cattivista. Dall'altra, invece di costruire una via di fuga alternativa e riconoscibile, ha ceduto quote parte di identità propria e della propria base. Nonché di elettori, transitati da Ivrea e oggi diventati leghisti persino in zone (penso a Ferrara: praticamente Oslo con più biciclette) laddove l'humus del risentimento non avrebbe avuto ragione di attecchire sulla buona amministrazione.
Ieri ho letto sui social (che sono solo un veicolo, talvolta persino di buone notizie) la storia vera di una venditrice ambulante africana e della sua piccola, che la scortava sulle spiagge della Sicilia durante il lavoro. Ho visto la foto della bambina che giocava insieme ad altri coetanei, dacché alcune mamme italiane si erano offerte di accoglierla mentre la migrante cercava di vendere la sua mercanzia. Ho sorriso di chi avrebbe etichettato come buonista il gesto. Ho tratto un po' di speranza da quelle donne, non necessariamente "di sinistra", anzi, forse semplicemente umane, cui ciò che resta dell'opposizione dovrebbe imparare a rivolgersi, per comunicare che non sono sole. L'eventuale bacio di Zingaretti non trasformerà mai Toninelli in un ministro, la Lezzi continuerà a non capire nulla di Sud e altri punti cardinali assortiti, Di Battista non smetterà di fare il ragazzo immagine di sé stesso. Solo la politica non basterà. Sarà bassa, per forza.
L'unico modo di provarci prevede due condizioni: 1) Nomi siderali nella squadra di governo. 2) Un progetto culturale alternativo, coraggioso, rivoluzionario per cui persino i social, tra tre anni e mezzo, possano diventare un posto meno infestato dal PuC. Abbiamo seminato il populismo nel mondo, con Berlusconi. Per primi. Potrebbe essere il momento di farci perdonare.