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Achille Silvestrini (ansa)

Achille Silvestrini, il cardinale democratico

È morto a 95 anni il porporato che rivoluzionò la diplomazia vaticana inventando l'Ostpolitik
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Chi immagina che la diplomazia pontificia sia fatta di ecclesiastiche e untuose furberie avrà forse letto qualche romanzo su Richelieu, ma non ha mai conosciuto il cardinale Achille Silvestrini, scomparso a 95 anni di età. Romagnolo purosangue, era cresciuto in quella chiesa faentina che aveva fornito al servizio diplomatico e alla carriera vaticana cardinali come Mimmi, Sabattani, Monduzzi, e cardinali diplomatici come Laghi, i due fratelli Cicognani (uno segretario di Stato) e anche Achille Silvestrini; che Segretario di Stato non lo diventò mai, ma che nella politica italiana e internazionale ha avuto un ruolo rilevantissimo.

La sua scuola era quella di Tardini, il diplomatico romano feroce nelle battute e lucidissimo nei giudizi politici. Tardini era notorio per la sua penna tagliente: E Tardini era famoso per quella Villa Nazareth, in cui ospitava studenti meritevoli e bisognosi perché l'antidoto rispetto all'accecamento del potere non è…
Chi immagina che la diplomazia pontificia sia fatta di ecclesiastiche e untuose furberie avrà forse letto qualche romanzo su Richelieu, ma non ha mai conosciuto il cardinale Achille Silvestrini, scomparso a 95 anni di età. Romagnolo purosangue, era cresciuto in quella chiesa faentina che aveva fornito al servizio diplomatico e alla carriera vaticana cardinali come Mimmi, Sabattani, Monduzzi, e cardinali diplomatici come Laghi, i due fratelli Cicognani (uno segretario di Stato) e anche Achille Silvestrini; che Segretario di Stato non lo diventò mai, ma che nella politica italiana e internazionale ha avuto un ruolo rilevantissimo.

La sua scuola era quella di Tardini, il diplomatico romano feroce nelle battute e lucidissimo nei giudizi politici. Tardini era notorio per la sua penna tagliente: E Tardini era famoso per quella Villa Nazareth, in cui ospitava studenti meritevoli e bisognosi perché l'antidoto rispetto all'accecamento del potere non è la buona volontà, ma la condizione materiale di vita.

Di questo talento icastico e di Villa Nazareth - residenza per un po' dello studente Giuseppe Conte - Silvestrini fu erede, portando accanto ad Agostino Casaroli la politica vaticana dove non era mai giunta. Sul piano internazionale inventando l'Ostopolitik: che non era un modo per non vedere la ferocia del persecutore comunista, ma il tentativo di non far soffocare quelle chiese che (con sdegno furibondo di Wyszinski) l'anticomunismo occidentale chiamava "chiese del silenzio". Silvestrini partecipò allo sforzo per dare a quelle chiese un minimissimo di respiro e di ascolto; e a quelle società diede un apporto enorme con gli accordi di Helsinki, nei quali l'Urss accettava in linea di principio quelle tesi sui diritti umani e di libertà religiosa (citati ieri da Conte all'uscita dal Quirinale con silvestrianiana nonchalance...) che ne avrebbero travolto il sistema.

Non di meno sul piano nazionale Silvestrini fu il riferimento di tutto il cattolicesimo democratico: sia quello democratico e democristiano (Andreatta, Bodrato, Rognoni, De Mita) sia di quello non democristiano (Scoppola, Prodi, Letta). Con una azione diversa da quella di chi si intestava il diritto-dovere di dettare una linea politica, che rispondeva al vecchio istinto cattolico di formare le coscienze e le competenze, e poi "lasciar fare". Era questo che lo metteva agli antipodi del dirigismo di sinistra di un padre Sorge ma soprattutto da quello del cardinal Ruini, inventore di quel modello fatto di vescovi sempre muti e di un presidente che parla forte, di cui oggi è residuato solo il mutismo.

Uomo di un rigore evangelico semplice e mite, intriso di passione democratica, sembrava fatto per essere ciò che è stato: una pedina decisiva per Wojtyla (senza l'Ostpolitik il cardinale di Cracovia non sarebbe mai salito su un aereo nel 1978), ma alla quale Wojtyla non avrebbe mai dato ciò per cui era fatto, lasciando ad un suo erede come il cardinale Parolin il compito di riportare i "rampolliani" alla guida della Segreteria di Stato. Ma con la convinzione che le ragioni sue e di Casaroli avrebbero avuto modo di farsi largo. La sera della caduta del muro di Berlino il Papa mandò a chiamare Casaroli e lo fece accomodare accanto a sé, sul divano, col televisore acceso, dicendogli: "venga, lei credeva all'immortalità del comunismo". Casaroli non reagì ma lasciò le sue carte private fuori dal Vaticano perché la storia, se non il Papa, vedesse cosa quella vicenda era stata: Silvestrini fu custode di quel lascito; promosse l'edizione di una versione delle memorie di Casaroli e una serie di studi che hanno permesso di conoscere molto di quel patrimonio, i cui originali furono restituiti dall'Italia alla Santa Sede. Carte dalle quali emergeva la lungimiranza di chi fa una diplomazia in cui l'interesse nazionale non si identifica con territori e nemmeno valori: ma con il destino della faniglia umana. E perciò vede più lontano degli altri, al punto da indicare nel 2003 (sic!) la frontiera indopakistana come il luogo dove c'era il rischio di una guerra atomica e per il quale il Papa avrebbe dovuto fare una enciclica che Silvestrini non minutò e nessun papa ha firmato.