Ma Di Maio parla a Conte
Stefano Folli , di STEFANO FOLLILa sua è una manovra diversiva volta a nascondere il vero obiettivo: conquistare la vicepresidenza del Consiglio che gli serve per avere ancora un futuro in politica
È persino ovvio constatare che la controffensiva messa in atto da Di Maio è in primo luogo una manovra diversiva volta a nascondere il vero obiettivo: la conquista della vicepresidenza del Consiglio che il Pd gli sta negando e su cui anche Conte, dietro le quinte, è piuttosto freddo. In fondo, parlare di contenuti (programmi) è una vecchia tattica per arrivare ai posti. E non c’è dubbio che il capo apparente dei Cinquestelle ha bisogno di quella vicepresidenza. Gli serve sul piano personale per avere ancora un futuro, per sottrarsi al gorgo del movimento che può risucchiarlo e distruggerlo dopo averlo reso responsabile della perdita di consensi. In ogni caso l’esito immediato è una rissa che dà l’idea di quanto sia poco realistica la coalizione Pd-M5S magari estesa all’estrema sinistra. Può nascere, ma di fatto non esiste.
E si capisce perché. Il massimalismo populista dei Cinquestelle ha bi…
E si capisce perché. Il massimalismo populista dei Cinquestelle ha bi…
È persino ovvio constatare che la controffensiva messa in atto da Di Maio è in primo luogo una manovra diversiva volta a nascondere il vero obiettivo: la conquista della vicepresidenza del Consiglio che il Pd gli sta negando e su cui anche Conte, dietro le quinte, è piuttosto freddo. In fondo, parlare di contenuti (programmi) è una vecchia tattica per arrivare ai posti. E non c’è dubbio che il capo apparente dei Cinquestelle ha bisogno di quella vicepresidenza. Gli serve sul piano personale per avere ancora un futuro, per sottrarsi al gorgo del movimento che può risucchiarlo e distruggerlo dopo averlo reso responsabile della perdita di consensi. In ogni caso l’esito immediato è una rissa che dà l’idea di quanto sia poco realistica la coalizione Pd-M5S magari estesa all’estrema sinistra. Può nascere, ma di fatto non esiste.
E si capisce perché. Il massimalismo populista dei Cinquestelle ha bisogno di una retorica in grado di auto-alimentarsi. L’incontro con i vecchi nemici del Pd, frettoloso nei tempi e privo di un orizzonte nobile, rischia non solo di dar vita a un governo molto debole, ma di creare una sorta di stagno politico in cui affondano insieme sia il populismo dei “grillini” sia il profilo riformatore del centrosinistra (ammesso che sia sopravvissuto alle ultime vicende). Ecco allora che i venti punti di Di Maio sono anche un tentativo di rincuorare la base, sottrarsi alle accuse di “poltronismo” venute da Beppe Grillo e in definitiva tamponare i rischi del referendum Rousseau pur edulcorato, quando non si potrà più rinviarlo.
Qui si arriva al nocciolo. Gli stessi venti punti possono essere il pretesto per rompere ogni trattativa, ben sapendo che un attimo dopo Mattarella scioglierà il Parlamento; oppure possono essere la base di un compromesso, una volta risolta la questione del vicepremier. Ma ieri sera il documento di Di Maio sembrava soprattutto un gesto polemico indirizzato contro Giuseppe Conte, assai più che contro il Pd. È il presidente incaricato che ora deve gestire la grana. È lui che deve smettere di scivolare abilmente sui problemi, senza citare nessuno dei punti controversi tra 5S e Pd (a cominciare dai decreti sicurezza). È ancora Conte, uomo di fiducia dell’Unione europea, ora elogiato anche dal Papa, che deve uscire dall’ambiguità e fare chiarezza. Egli è espressione dei 5S, come la logica vorrebbe, ovvero è una figura “terza”, come sostiene Di Maio che così difende il proprio ruolo?
Il leader declinante sta provando a minare l’ascesa dell’avvocato del popolo, il quale lascia intendere — senza dirlo troppo — di essere ormai il vero punto di riferimento del M5S: oggi e soprattutto, chissà, nel prossimo futuro, quando si andrà a votare. Ma il leader emergente — ecco l’ambiguità — ha edulcorato tutti i punti storici del movimentismo “grillino”, per cui oggi sembra più vicino al Pd che ai vecchi compagni da cui è stato portato in alto. Il “terzismo” a momenti alterni di Conte è forse il vero punto su cui può inciampare il negoziato. Il litigio sui vicepremier e le ambizioni frustrate di Di Maio sono la conseguenza di un nodo irrisolto tra la “star” di Palazzo Chigi e un M5S in confusione, ma pur sempre forza di maggioranza relativa in Parlamento.
E si capisce perché. Il massimalismo populista dei Cinquestelle ha bisogno di una retorica in grado di auto-alimentarsi. L’incontro con i vecchi nemici del Pd, frettoloso nei tempi e privo di un orizzonte nobile, rischia non solo di dar vita a un governo molto debole, ma di creare una sorta di stagno politico in cui affondano insieme sia il populismo dei “grillini” sia il profilo riformatore del centrosinistra (ammesso che sia sopravvissuto alle ultime vicende). Ecco allora che i venti punti di Di Maio sono anche un tentativo di rincuorare la base, sottrarsi alle accuse di “poltronismo” venute da Beppe Grillo e in definitiva tamponare i rischi del referendum Rousseau pur edulcorato, quando non si potrà più rinviarlo.
Qui si arriva al nocciolo. Gli stessi venti punti possono essere il pretesto per rompere ogni trattativa, ben sapendo che un attimo dopo Mattarella scioglierà il Parlamento; oppure possono essere la base di un compromesso, una volta risolta la questione del vicepremier. Ma ieri sera il documento di Di Maio sembrava soprattutto un gesto polemico indirizzato contro Giuseppe Conte, assai più che contro il Pd. È il presidente incaricato che ora deve gestire la grana. È lui che deve smettere di scivolare abilmente sui problemi, senza citare nessuno dei punti controversi tra 5S e Pd (a cominciare dai decreti sicurezza). È ancora Conte, uomo di fiducia dell’Unione europea, ora elogiato anche dal Papa, che deve uscire dall’ambiguità e fare chiarezza. Egli è espressione dei 5S, come la logica vorrebbe, ovvero è una figura “terza”, come sostiene Di Maio che così difende il proprio ruolo?
Il leader declinante sta provando a minare l’ascesa dell’avvocato del popolo, il quale lascia intendere — senza dirlo troppo — di essere ormai il vero punto di riferimento del M5S: oggi e soprattutto, chissà, nel prossimo futuro, quando si andrà a votare. Ma il leader emergente — ecco l’ambiguità — ha edulcorato tutti i punti storici del movimentismo “grillino”, per cui oggi sembra più vicino al Pd che ai vecchi compagni da cui è stato portato in alto. Il “terzismo” a momenti alterni di Conte è forse il vero punto su cui può inciampare il negoziato. Il litigio sui vicepremier e le ambizioni frustrate di Di Maio sono la conseguenza di un nodo irrisolto tra la “star” di Palazzo Chigi e un M5S in confusione, ma pur sempre forza di maggioranza relativa in Parlamento.