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(agf)

Il gioco di specchi del governo Conte

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Ieri sera ci voleva tutto l'ottimismo di Di Maio per convincere gli italiani davanti alle tv che avevano appena assistito a una pagina straordinaria di democrazia diretta e che la crisi di governo si era risolta per la prima volta "fuori dalle segrete stanze". Purtroppo ciò che è andato in onda è invece uno spettacolo poco decoroso. Non tanto per le modalità con cui il M5S ha deciso di sciogliere i propri nodi interni, quanto per la pretesa di presentare una vicenda opaca, priva di tensione e di slancio ideale, come una svolta storica da cui dipenderanno i destini dell'Italia e magari dell'Europa. La verità è più prosaica.

L'obiettivo consisteva nell'allontanare dall'area del governo l'uomo che voleva farsi re, Matteo Salvini: il populista più goffo e autolesionista della storia. Quell'obiettivo è stato raggiunto. Adesso assisteremo alla riforma della legge elettorale in senso pro…
Ieri sera ci voleva tutto l'ottimismo di Di Maio per convincere gli italiani davanti alle tv che avevano appena assistito a una pagina straordinaria di democrazia diretta e che la crisi di governo si era risolta per la prima volta "fuori dalle segrete stanze". Purtroppo ciò che è andato in onda è invece uno spettacolo poco decoroso. Non tanto per le modalità con cui il M5S ha deciso di sciogliere i propri nodi interni, quanto per la pretesa di presentare una vicenda opaca, priva di tensione e di slancio ideale, come una svolta storica da cui dipenderanno i destini dell'Italia e magari dell'Europa. La verità è più prosaica.

L'obiettivo consisteva nell'allontanare dall'area del governo l'uomo che voleva farsi re, Matteo Salvini: il populista più goffo e autolesionista della storia. Quell'obiettivo è stato raggiunto. Adesso assisteremo alla riforma della legge elettorale in senso proporzionale, logica conseguenza del taglio dei parlamentari voluto dai 5S e accettato dal Pd. Così l'Italia che anni fa intendeva rinnovarsi con il sistema maggioritario e con partiti, come appunto il Pd, costruiti per tale scopo, cambierà per l'ennesima volta in pochi anni il suo modello elettorale. Compiacendosi oltretutto di aver dato una lezione al resto d'Europa grazie all'ipocrisia del referendum Rousseau. Un gioco di specchi in cui nessuno crede alla parte che la commedia gli ha riservato.

Che poi il Conte-due arrivi davvero fino al 2023, come qualcuno garantisce con insistenza sospetta, è tutto da vedere. Le garanzie astratte del primo giorno valgono poco: lo sa chi ricorda le promesse di Salvini, reiterate ancora un paio di mesi fa, circa la durata quinquennale del Conte-uno. Di sicuro l'esecutivo che sta per nascere dovrà essere valutato in base a due criteri prevalenti. Il primo è la qualità dei ministri. Ossia il profilo politico di alcuni e la competenza tecnica degli altri. Per ora sappiamo che il Pd avrà come capofila Dario Franceschini, uno dei nomi di vertice, ma potrebbe essere l'unico se Orlando resterà fuori: gli altri sembrano seconde linee scelte per rappresentare le correnti. Non è l'indizio di un impegno totale del partito nel governo, semmai è la prova di un'occupazione dei posti di potere portata a termine con qualche riserva mentale. I 5S offrono Di Maio e alcuni precedenti ministri confermati, senza pretesa di indicare una classe dirigente: sono già paghi dall'essere riusciti a scansare le elezioni.

Quanto ai tecnici, li si giudicherà presto dai loro nomi e dalle loro storie. Ma il Conte-due avrebbe tutto l'interesse a presentarsi davanti ai partner europei con figure in grado di interloquire e magari di farsi valere. Sotto questo aspetto è cruciale il dicastero dell'Economia, come Mattarella sa bene. Da capire cosa si è deciso di concedere a Leu, che spinge a sinistra la coalizione, e se ci sarà uno spazio "centrista" per contrappasso. Certo, è poco comprensibile che in un governo super-europeista non ci sia spazio per Emma Bonino.

Il secondo criterio riguarda le cose da fare. Ci sarà tempo per approfondire il punto. Ma la prima sfida di un esecutivo dal forte baricentro statalista - e con peso elettorale nel centro-Sud - riguarda la capacità di recuperare il Nord produttivo con i fatti e non solo con la retorica.