Tappeti rossi e paletti stretti
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNIIn Europa le dichiarazioni di apprezzamento per l'Italia e di sollievo non si contano. Ma la fiducia europea nel nuovo corso nasce proprio dalla convinzione che il governo saprà finalmente dimostrarsi responsabile sia nelle dichiarazioni che nei comportamenti
Con il nuovo governo giallo-rosso l'Italia torna in Europa dopo un esilio autoimposto durato 14 mesi. E ci torna alla grande, mandando a Bruxelles un ex primo ministro, Paolo Gentiloni, che ha il curriculum politico più elevato tra tutti i membri della Commissione, compresa la stessa presidente von der Leyen. E designando a ministro dell'Economia un uomo come Roberto Gualtieri che ha esperienza e credenziali europeiste pari o superiori a quelle dei suoi colleghi di altri Paesi.
Come era prevedibile, davanti al figliol prodigo italiano che torna in famiglia, l'Europa stende il tappeto rosso. Le dichiarazioni di apprezzamento e di sollievo non si contano. Lo spread che penalizzava i titoli di debito italiani crolla, eliminando quella "tassa Salvini" che era il prodotto della sfiducia nelle capacità di un governo populista a trazione leghista e anti-Ue. L'uomo del Papeete che, dicendo di voler tagliare le tasse, è costato ai contribuenti mi…
Come era prevedibile, davanti al figliol prodigo italiano che torna in famiglia, l'Europa stende il tappeto rosso. Le dichiarazioni di apprezzamento e di sollievo non si contano. Lo spread che penalizzava i titoli di debito italiani crolla, eliminando quella "tassa Salvini" che era il prodotto della sfiducia nelle capacità di un governo populista a trazione leghista e anti-Ue. L'uomo del Papeete che, dicendo di voler tagliare le tasse, è costato ai contribuenti mi…
Con il nuovo governo giallo-rosso l'Italia torna in Europa dopo un esilio autoimposto durato 14 mesi. E ci torna alla grande, mandando a Bruxelles un ex primo ministro, Paolo Gentiloni, che ha il curriculum politico più elevato tra tutti i membri della Commissione, compresa la stessa presidente von der Leyen. E designando a ministro dell'Economia un uomo come Roberto Gualtieri che ha esperienza e credenziali europeiste pari o superiori a quelle dei suoi colleghi di altri Paesi.
Come era prevedibile, davanti al figliol prodigo italiano che torna in famiglia, l'Europa stende il tappeto rosso. Le dichiarazioni di apprezzamento e di sollievo non si contano. Lo spread che penalizzava i titoli di debito italiani crolla, eliminando quella "tassa Salvini" che era il prodotto della sfiducia nelle capacità di un governo populista a trazione leghista e anti-Ue. L'uomo del Papeete che, dicendo di voler tagliare le tasse, è costato ai contribuenti miliardi di interessi sui titoli di stato, è relegato all'opposizione insieme con i suoi amici e sodali che teorizzavano un'uscita dell'Italia dalla moneta unica. Il sollievo in Europa non potrebbe essere maggiore.
Nel giro di poche settimane Salvini e Boris Johnson, due leader della destra populista che avevano cercato di sfidare i rispettivi Parlamenti, sono stati in parte ridimensionati. Anche per questo, l'apertura di credito in Europa verso il nuovo governo italiano è reale. C'è fiducia, a Bruxelles come a Berlino e a Parigi, che ora Roma smetterà le sparate polemiche da campagna elettorale e cercherà seriamente di rimettere ordine nelle proprie finanze disastrate dalle scelte del governo giallo-verde. Questo offre a Gualtieri qualche ulteriore margine di manovra per ottenere un minimo di flessibilità sui nostri conti pubblici. Magari consentirà anche, come auspica il presidente Mattarella, di avviare una riflessione sugli aspetti troppo schematici del Patto di stabilità e soprattutto sulla rigidità di alcune sue norme applicative. In fondo è tutta l'Europa, ora, che ha necessità di una politica espansiva che sostenga la crescita.
Ma sarebbe un grave errore pensare che l'uscita di Salvini dal governo schiuda all'Italia verdi praterie di irresponsabilità dove galoppare a briglia sciolta. La fiducia europea nel nuovo corso nasce proprio dalla convinzione che il governo saprà finalmente dimostrarsi responsabile sia nelle dichiarazioni sia nei comportamenti. Il cambio della maggioranza politica, in sé, non riduce di un euro l'ammontare del nostro debito pubblico, che deve essere risanato. Né migliora ipso facto la competitività sempre in calo del Paese, o la sostanziale stagnazione della sua economia. Come ricorda nell'intervista a Repubblica il presidente dell'Eurogruppo Centeno, e come ha spiegato ieri il numero due della Bce, De Guindos, il problema dell'Italia è la scarsa competitività del sistema Paese e la sua crescita strutturalmente asfittica. È un problema che il governo Salvini-Di Maio ha aggravato, ma che non ha certo creato. Sono 25 anni che la produttività italiana perde terreno rispetto all'Europa e al resto del mondo, denuncia De Guindos.
Le forze populiste hanno cavalcato questa malattia cronica proponendo medicine miracolose che l'hanno solo peggiorata. Ma se vogliamo che il rientro dell'Italia in Europa sia permanente e non soltanto una breve boccata di ossigeno prima di un nuovo esilio, il governo giallo-rosso deve finalmente mettere mano ai veri problemi del Paese, che Bruxelles, e il buon senso, ci vanno indicando da anni.
L'Europa, è vero, ci ha accolto con il tappeto rosso. Ma i paletti che mette ai lati di quel tappeto restano molto stretti. E il nuovo governo dovrà rispettarli senza illudersi che la fiducia europea si trasformi in un assegno in bianco. Se varerà un programma di riforme che riqualifichi la spesa pubblica a favore di una crescita della competitività, troverà in Europa tutta la flessibilità di cui avrà bisogno. Se cercherà solo di allargare i cordoni della borsa per fare assistenzialismo e aumentare il peso dello stato nell'economia a sostegno di imprese decotte, come ha cercato di fare fino a oggi il M5S, il rientro dall'esilio sarà amaramente breve.
Come era prevedibile, davanti al figliol prodigo italiano che torna in famiglia, l'Europa stende il tappeto rosso. Le dichiarazioni di apprezzamento e di sollievo non si contano. Lo spread che penalizzava i titoli di debito italiani crolla, eliminando quella "tassa Salvini" che era il prodotto della sfiducia nelle capacità di un governo populista a trazione leghista e anti-Ue. L'uomo del Papeete che, dicendo di voler tagliare le tasse, è costato ai contribuenti miliardi di interessi sui titoli di stato, è relegato all'opposizione insieme con i suoi amici e sodali che teorizzavano un'uscita dell'Italia dalla moneta unica. Il sollievo in Europa non potrebbe essere maggiore.
Nel giro di poche settimane Salvini e Boris Johnson, due leader della destra populista che avevano cercato di sfidare i rispettivi Parlamenti, sono stati in parte ridimensionati. Anche per questo, l'apertura di credito in Europa verso il nuovo governo italiano è reale. C'è fiducia, a Bruxelles come a Berlino e a Parigi, che ora Roma smetterà le sparate polemiche da campagna elettorale e cercherà seriamente di rimettere ordine nelle proprie finanze disastrate dalle scelte del governo giallo-verde. Questo offre a Gualtieri qualche ulteriore margine di manovra per ottenere un minimo di flessibilità sui nostri conti pubblici. Magari consentirà anche, come auspica il presidente Mattarella, di avviare una riflessione sugli aspetti troppo schematici del Patto di stabilità e soprattutto sulla rigidità di alcune sue norme applicative. In fondo è tutta l'Europa, ora, che ha necessità di una politica espansiva che sostenga la crescita.
Ma sarebbe un grave errore pensare che l'uscita di Salvini dal governo schiuda all'Italia verdi praterie di irresponsabilità dove galoppare a briglia sciolta. La fiducia europea nel nuovo corso nasce proprio dalla convinzione che il governo saprà finalmente dimostrarsi responsabile sia nelle dichiarazioni sia nei comportamenti. Il cambio della maggioranza politica, in sé, non riduce di un euro l'ammontare del nostro debito pubblico, che deve essere risanato. Né migliora ipso facto la competitività sempre in calo del Paese, o la sostanziale stagnazione della sua economia. Come ricorda nell'intervista a Repubblica il presidente dell'Eurogruppo Centeno, e come ha spiegato ieri il numero due della Bce, De Guindos, il problema dell'Italia è la scarsa competitività del sistema Paese e la sua crescita strutturalmente asfittica. È un problema che il governo Salvini-Di Maio ha aggravato, ma che non ha certo creato. Sono 25 anni che la produttività italiana perde terreno rispetto all'Europa e al resto del mondo, denuncia De Guindos.
Le forze populiste hanno cavalcato questa malattia cronica proponendo medicine miracolose che l'hanno solo peggiorata. Ma se vogliamo che il rientro dell'Italia in Europa sia permanente e non soltanto una breve boccata di ossigeno prima di un nuovo esilio, il governo giallo-rosso deve finalmente mettere mano ai veri problemi del Paese, che Bruxelles, e il buon senso, ci vanno indicando da anni.
L'Europa, è vero, ci ha accolto con il tappeto rosso. Ma i paletti che mette ai lati di quel tappeto restano molto stretti. E il nuovo governo dovrà rispettarli senza illudersi che la fiducia europea si trasformi in un assegno in bianco. Se varerà un programma di riforme che riqualifichi la spesa pubblica a favore di una crescita della competitività, troverà in Europa tutta la flessibilità di cui avrà bisogno. Se cercherà solo di allargare i cordoni della borsa per fare assistenzialismo e aumentare il peso dello stato nell'economia a sostegno di imprese decotte, come ha cercato di fare fino a oggi il M5S, il rientro dall'esilio sarà amaramente breve.