La fine dell'insolenza
Stefano Bartezzaghi , di STEFANO BARTEZZAGHIUna speranza che non si osava più accarezzare: quella di una ritirata durevole se non definitiva della violenza verbale che ha inquinato la comunicazione politica negli ultimi anni
È dunque tutto davvero finito? Si diffonde una sensazione ormai inattesa, una speranza che non si osava più accarezzare: quella di una ritirata durevole se non definitiva della violenza verbale che ha inquinato la comunicazione politica negli ultimi anni.
Le parole bellicose che negli anni di piombo accompagnavano gli scontri fisici e armati provenivano dai margini del setting politico e costrinsero quello che allora si chiamava Sistema a definirsi in opposizione agli "opposti estremismi": l'"arco costituzionale" era il perimetro in cui gli avversari politici si riconoscevano omogenei almeno per metodi e linguaggi.
Ai nostri tempi la violenza verbale è invece interna al Sistema e a tratti è parsa costituirlo. Risiede nell'emiciclo diffuso del terzo ramo del Parlamento, quello mediale: studi televisivi, piazze e vie fra i palazzi Chigi, Montecitorio e Madama, colonne di giornali e bacheche dei social media. La sua causa remota &…
Le parole bellicose che negli anni di piombo accompagnavano gli scontri fisici e armati provenivano dai margini del setting politico e costrinsero quello che allora si chiamava Sistema a definirsi in opposizione agli "opposti estremismi": l'"arco costituzionale" era il perimetro in cui gli avversari politici si riconoscevano omogenei almeno per metodi e linguaggi.
Ai nostri tempi la violenza verbale è invece interna al Sistema e a tratti è parsa costituirlo. Risiede nell'emiciclo diffuso del terzo ramo del Parlamento, quello mediale: studi televisivi, piazze e vie fra i palazzi Chigi, Montecitorio e Madama, colonne di giornali e bacheche dei social media. La sua causa remota &…
È dunque tutto davvero finito? Si diffonde una sensazione ormai inattesa, una speranza che non si osava più accarezzare: quella di una ritirata durevole se non definitiva della violenza verbale che ha inquinato la comunicazione politica negli ultimi anni.
Le parole bellicose che negli anni di piombo accompagnavano gli scontri fisici e armati provenivano dai margini del setting politico e costrinsero quello che allora si chiamava Sistema a definirsi in opposizione agli "opposti estremismi": l'"arco costituzionale" era il perimetro in cui gli avversari politici si riconoscevano omogenei almeno per metodi e linguaggi.
Ai nostri tempi la violenza verbale è invece interna al Sistema e a tratti è parsa costituirlo. Risiede nell'emiciclo diffuso del terzo ramo del Parlamento, quello mediale: studi televisivi, piazze e vie fra i palazzi Chigi, Montecitorio e Madama, colonne di giornali e bacheche dei social media. La sua causa remota è stata la caduta delle ideologie, già avvenuta quando nel 1993 Silvio Berlusconi entrò in politica additando i pur pallidissimi esponenti del centrosinistra come "comunisti".
Ogni ovvia confutazione di merito allora finì nel nulla perché se sul piano ideologico l'accusa era ridicola, su quello comunicativo risultava efficace. Già allora per la formazione del consenso il primo non contava più ma se n'era accorto solo Berlusconi, che ci scommise tutto. Finì come altrimenti non poteva.
Sul piano della comunicazione far passare il proprio messaggio significa riuscire a dargli forza e risalto, farlo spiccare sul rumore di fondo costituito dalla sommatoria dei messaggi che affollano la semiosfera. Lo stesso Berlusconi lo ha insegnato, pur detenendo lui la posizione dominante sui mass-media per proprietà, gerarchia, lobbying, carisma, abilità, intuito e persino per fascinazione di chi lo avversava. Il rumore di fondo si può sormontare soltanto superandolo in amplificazione, in enfasi, rendendo fenomenale ogni propria apparizione. "L'importante è esagerare", diceva Enzo Jannacci, primo discepolo di quel Dario Fo che qualcosa ha insegnato anche a Beppe Grillo e ai suoi.
Il modello comunicativo che - per lo sgomento dei politici più tradizionalmente formati - si è inizialmente imposto è stato quello del bar, tipico della Lega bossiana. Dirla grossa, figurazioni persecutorie e mitomaniali, gesto dell'ombrello e canottiera per la rozzezza identitaria, paralogismo che si invera proprio in quanto logicamente sconnesso e quindi non astratto. Fallace: dunque terra terra: dunque verace. Questo modello ha come fine il dileggio dell'avversario e ha raggiunto il suo limite con i V- Days.
A un certo grado di ripetitività persino i vaffanculo non fanno più tanto effetto e infatti non sono più riusciti a stagliarsi sullo sfondo della comunicazione, ormai omogeneo alla loro raggiunta banalità. In una logica di escalation si è allora affiancato e sovrapposto a questo il modello ingiurioso della cavalleria rusticana.
La sorpresa che desta attenzione non viene più raggiunta, come nel caso del vaffanculo, mediante oscenità sino ad allora inaudite in contesti ufficiali, ma dal fatto che l'ingiuria è mirata a un obiettivo preciso e vi si dirige con sprezzo di sé e delle eventuali conseguenze. Obiettivo: non più dileggiare, ma infamare l'avversario. È il caso del "Partito di Bibbiano" e di "Venditori di bambini!"; ma è anche una delle tecniche che in campo opposto ha reso popolare Vincenzo De Luca.
Il modello più estremo, nella progressione, è stato il terzo, il più recente: quello della curva ultras. Continue allusioni muscolari, adesione a "leggi" non scritte, la dignità civica del singolo sostituita dal "rispetto" mafioso e omertoso per il capo, mitologie combattenti, coralità identitarie, rigetto di ogni dialettica, stillicidio di stilemi (linguistici e no) di diretta ascendenza fascista. L'obiettivo: non più il dileggio o la diffamazione ma l'intimidazione fisica dell'avversario.
Torniamo all'inizio: davvero con l'uscita di Matteo Salvini da Palazzo Chigi e dal Viminale tutto questo è finito? L'escalation pare in effetti interrompersi, ed è certo una fortuna: oltre la semiotica hooligan è difficile immaginare qualcosa di diverso dall'aperta guerra civile. Che la pagina sia definitivamente voltata è però presto per dirlo, e forse persino per sperarlo.
È presto non solo perché sino a che la formazione del consenso non troverà altri canali il populismo continuerà a essere intrinseco ai media contemporanei (i social media ma anche la vecchia televisione e la vecchia stampa, ora trasformate dalla convivenza con essi). Non solo perché i titoli dei giornali di destra hanno intanto decuplicato la loro ormai tradizionale ricerca del successo di scandalo, né perché si sono registrate nuove insolenze volgari e insensate contro le ministre De Micheli e Bellanova, contro lo stesso Salvini e persino contro sua figlia.
È presto per pensare a una reale svolta della semiotica italiana del potere perché su di essa sino a questo momento non c'è stata alcuna riflessione pubblica che sia andata oltre all'elogio di una moscia "moderazione", all'esortazione ad "abbassare i toni" e "svelenire il dibattito", e al liturgico richiamo a "le parole sono importanti".
Adempiute le necessarie salmodie, c'è qualche impegno meno volatile che la politica intenda prendersi - pubblicamente, e per poi risponderne - a proposito della propria parola? I partiti oggi al governo, tutti e tre così distintamente convinti delle rispettive virtù, hanno qualcosa da dirci sul loro dire, presente e futuro? Che statuto potremo attribuire ai loro presenti e futuri atti linguistici, promesse, impegni, annunci, negazioni, affermazioni? La rinuncia all'insolenza che Giuseppe Conte ha (appunto) annunciato nel chiedere la fiducia al Parlamento resterebbe sul piano del puro bon ton se non accompagnasse una ben più sostanziale rinuncia di tutta la politica alla comoda inconsistenza della propria parola.
Le parole bellicose che negli anni di piombo accompagnavano gli scontri fisici e armati provenivano dai margini del setting politico e costrinsero quello che allora si chiamava Sistema a definirsi in opposizione agli "opposti estremismi": l'"arco costituzionale" era il perimetro in cui gli avversari politici si riconoscevano omogenei almeno per metodi e linguaggi.
Ai nostri tempi la violenza verbale è invece interna al Sistema e a tratti è parsa costituirlo. Risiede nell'emiciclo diffuso del terzo ramo del Parlamento, quello mediale: studi televisivi, piazze e vie fra i palazzi Chigi, Montecitorio e Madama, colonne di giornali e bacheche dei social media. La sua causa remota è stata la caduta delle ideologie, già avvenuta quando nel 1993 Silvio Berlusconi entrò in politica additando i pur pallidissimi esponenti del centrosinistra come "comunisti".
Ogni ovvia confutazione di merito allora finì nel nulla perché se sul piano ideologico l'accusa era ridicola, su quello comunicativo risultava efficace. Già allora per la formazione del consenso il primo non contava più ma se n'era accorto solo Berlusconi, che ci scommise tutto. Finì come altrimenti non poteva.
Sul piano della comunicazione far passare il proprio messaggio significa riuscire a dargli forza e risalto, farlo spiccare sul rumore di fondo costituito dalla sommatoria dei messaggi che affollano la semiosfera. Lo stesso Berlusconi lo ha insegnato, pur detenendo lui la posizione dominante sui mass-media per proprietà, gerarchia, lobbying, carisma, abilità, intuito e persino per fascinazione di chi lo avversava. Il rumore di fondo si può sormontare soltanto superandolo in amplificazione, in enfasi, rendendo fenomenale ogni propria apparizione. "L'importante è esagerare", diceva Enzo Jannacci, primo discepolo di quel Dario Fo che qualcosa ha insegnato anche a Beppe Grillo e ai suoi.
Il modello comunicativo che - per lo sgomento dei politici più tradizionalmente formati - si è inizialmente imposto è stato quello del bar, tipico della Lega bossiana. Dirla grossa, figurazioni persecutorie e mitomaniali, gesto dell'ombrello e canottiera per la rozzezza identitaria, paralogismo che si invera proprio in quanto logicamente sconnesso e quindi non astratto. Fallace: dunque terra terra: dunque verace. Questo modello ha come fine il dileggio dell'avversario e ha raggiunto il suo limite con i V- Days.
A un certo grado di ripetitività persino i vaffanculo non fanno più tanto effetto e infatti non sono più riusciti a stagliarsi sullo sfondo della comunicazione, ormai omogeneo alla loro raggiunta banalità. In una logica di escalation si è allora affiancato e sovrapposto a questo il modello ingiurioso della cavalleria rusticana.
La sorpresa che desta attenzione non viene più raggiunta, come nel caso del vaffanculo, mediante oscenità sino ad allora inaudite in contesti ufficiali, ma dal fatto che l'ingiuria è mirata a un obiettivo preciso e vi si dirige con sprezzo di sé e delle eventuali conseguenze. Obiettivo: non più dileggiare, ma infamare l'avversario. È il caso del "Partito di Bibbiano" e di "Venditori di bambini!"; ma è anche una delle tecniche che in campo opposto ha reso popolare Vincenzo De Luca.
Il modello più estremo, nella progressione, è stato il terzo, il più recente: quello della curva ultras. Continue allusioni muscolari, adesione a "leggi" non scritte, la dignità civica del singolo sostituita dal "rispetto" mafioso e omertoso per il capo, mitologie combattenti, coralità identitarie, rigetto di ogni dialettica, stillicidio di stilemi (linguistici e no) di diretta ascendenza fascista. L'obiettivo: non più il dileggio o la diffamazione ma l'intimidazione fisica dell'avversario.
Torniamo all'inizio: davvero con l'uscita di Matteo Salvini da Palazzo Chigi e dal Viminale tutto questo è finito? L'escalation pare in effetti interrompersi, ed è certo una fortuna: oltre la semiotica hooligan è difficile immaginare qualcosa di diverso dall'aperta guerra civile. Che la pagina sia definitivamente voltata è però presto per dirlo, e forse persino per sperarlo.
È presto non solo perché sino a che la formazione del consenso non troverà altri canali il populismo continuerà a essere intrinseco ai media contemporanei (i social media ma anche la vecchia televisione e la vecchia stampa, ora trasformate dalla convivenza con essi). Non solo perché i titoli dei giornali di destra hanno intanto decuplicato la loro ormai tradizionale ricerca del successo di scandalo, né perché si sono registrate nuove insolenze volgari e insensate contro le ministre De Micheli e Bellanova, contro lo stesso Salvini e persino contro sua figlia.
È presto per pensare a una reale svolta della semiotica italiana del potere perché su di essa sino a questo momento non c'è stata alcuna riflessione pubblica che sia andata oltre all'elogio di una moscia "moderazione", all'esortazione ad "abbassare i toni" e "svelenire il dibattito", e al liturgico richiamo a "le parole sono importanti".
Adempiute le necessarie salmodie, c'è qualche impegno meno volatile che la politica intenda prendersi - pubblicamente, e per poi risponderne - a proposito della propria parola? I partiti oggi al governo, tutti e tre così distintamente convinti delle rispettive virtù, hanno qualcosa da dirci sul loro dire, presente e futuro? Che statuto potremo attribuire ai loro presenti e futuri atti linguistici, promesse, impegni, annunci, negazioni, affermazioni? La rinuncia all'insolenza che Giuseppe Conte ha (appunto) annunciato nel chiedere la fiducia al Parlamento resterebbe sul piano del puro bon ton se non accompagnasse una ben più sostanziale rinuncia di tutta la politica alla comoda inconsistenza della propria parola.