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Chi sbaglia alla Rai

L'impianto dell'informazione è rimasto agli anni Settanta, come se fosse un latifondo da lottizzare
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È ovvio che la nuova maggioranza di Governo si rifletta pari pari dentro il consiglio di amministrazione della Rai. I numeri ci sono tutti. Non per caso appena finita la votazione di fiducia è cominciata, con verve nuova, l'analisi molto critica dell'evidente tracollo di ascolti subito questa estate da Rai Uno che l'anno scorso, per ascolti e ricavi essendo l'ammiraglia, fu consegnata al Capitano stesso (come era detto Salvini) ed ai suoi cari.

Ora che la nave ha imbarcato acqua è iniziato il rinfaccio: colpa di Diaco (Io e te) con le lacrimucce proprio all'ora della digestione oppure dell'incapacità della Grande Armata dei telegiornali e annessi di fare fronte agli improvvisi tsunami d'attenzione determinati dalla crisi politica, con quanto ne è seguito.
Dovessimo dire la nostra addebiteremmo il 10 per cento del disastro a Diaco e ad altre scelte di chi ha pensato bene di propinarci roba simile. Il restante 90 per cento …
È ovvio che la nuova maggioranza di Governo si rifletta pari pari dentro il consiglio di amministrazione della Rai. I numeri ci sono tutti. Non per caso appena finita la votazione di fiducia è cominciata, con verve nuova, l'analisi molto critica dell'evidente tracollo di ascolti subito questa estate da Rai Uno che l'anno scorso, per ascolti e ricavi essendo l'ammiraglia, fu consegnata al Capitano stesso (come era detto Salvini) ed ai suoi cari.

Ora che la nave ha imbarcato acqua è iniziato il rinfaccio: colpa di Diaco (Io e te) con le lacrimucce proprio all'ora della digestione oppure dell'incapacità della Grande Armata dei telegiornali e annessi di fare fronte agli improvvisi tsunami d'attenzione determinati dalla crisi politica, con quanto ne è seguito.
Dovessimo dire la nostra addebiteremmo il 10 per cento del disastro a Diaco e ad altre scelte di chi ha pensato bene di propinarci roba simile. Il restante 90 per cento invece è indubbio che dipenda proprio da quell'armata spiaggiata su se stessa, aggrappata al proprio ossessivo replicarsi tale e quale, che racchiude l'intero impianto dei telegiornali della Rai.

Un impianto di per sé stanziale, pensato ai tempi (gli anni '70) in cui pareva che idee, poteri e tecniche di comunicazione fossero ben fermi. Come un latifondo da lottizzare.

Mentre oggi nessuno saprebbe giustificare la persistenza di ben tre Testate nazionali, ognuna con la sua scia di edizioni, che tutte costano un occhio della testa sostanzialmente per rimpallarsi l'un l'altra le notizie.
Il tutto mentre corre in un canale fuori vista un altro canale - chiamato per l'appunto All News - che le notizie le dà e le commenta ad ogni quarto d'ora. Qui, per essere chiari, non si fa questione della qualità professionale dei giornalisti e dei direttori stessi. Il problema è la struttura, il numero dei canali generalisti (la BBC, richiamata negli enne punti del Governo, ne tiene in campo due) per non dire della marginalità dispersiva dell'altra decina di canaletti vari.

Peccato che il Piano Industriale, forse proprio perché commissionato a consulenti mercenari, abbia scritto e prescritto come oro colato e come d'uso, quello che il committente voleva sentirsi dire. Tocchi verbali qua e là, tipo le reti che trasfigurano nelle direzioni di "genere" come se non si trattasse di cosa in gran parte nei decenni già avvenuta.

E per il resto nisba, non si tocca nulla. In nome guarda un po', del pluralismo, nel senso che ci sia un posto un po' per tutti, a partire da quelli che ci sono. Ergo, il Cda - ora che è orientato verso il nuovo - deve soltanto scegliere se prendere per buono quello che ha detto prima, oppure cominciare a pensare per davvero.