Il grande intrigo del proporzionale
Stefano Folli , di STEFANO FOLLI
Ancora una volta il tema della riforma elettorale sta per prendersi la scena nella commedia della politica inconcludente. L’Italia è il Paese in cui la legge che regola il voto viene capovolta con una frequenza sconosciuta altrove e dove si modifica con disinvoltura l’idea stessa del Paese che si vorrebbe modellare attraverso una certa tecnica elettorale.
Dopo anni in cui è prevalsa la “vocazione maggioritaria” (Prodi, Veltroni, Arturo Parisi e altri), strumento dichiarato indispensabile per spingere la società sulla via di un’alternanza virtuosa e bipolare, ecco che l’aria è cambiata nel giro di poche settimane.
Senza un dibattito, una riunione di organi collegiali, un minimo di riflessione comune, ha preso forma una maggioranza virtuale che è quasi pronta per tornare al proporzionale. Centrosinistra e Cinque Stelle uniti, insieme a LeU a cui peraltro va riconosciuta la coerenza.
A questi andrebbero aggiunti Ber…
Dopo anni in cui è prevalsa la “vocazione maggioritaria” (Prodi, Veltroni, Arturo Parisi e altri), strumento dichiarato indispensabile per spingere la società sulla via di un’alternanza virtuosa e bipolare, ecco che l’aria è cambiata nel giro di poche settimane.
Senza un dibattito, una riunione di organi collegiali, un minimo di riflessione comune, ha preso forma una maggioranza virtuale che è quasi pronta per tornare al proporzionale. Centrosinistra e Cinque Stelle uniti, insieme a LeU a cui peraltro va riconosciuta la coerenza.
A questi andrebbero aggiunti Ber…
Ancora una volta il tema della riforma elettorale sta per prendersi la scena nella commedia della politica inconcludente. L’Italia è il Paese in cui la legge che regola il voto viene capovolta con una frequenza sconosciuta altrove e dove si modifica con disinvoltura l’idea stessa del Paese che si vorrebbe modellare attraverso una certa tecnica elettorale.
Dopo anni in cui è prevalsa la “vocazione maggioritaria” (Prodi, Veltroni, Arturo Parisi e altri), strumento dichiarato indispensabile per spingere la società sulla via di un’alternanza virtuosa e bipolare, ecco che l’aria è cambiata nel giro di poche settimane.
Senza un dibattito, una riunione di organi collegiali, un minimo di riflessione comune, ha preso forma una maggioranza virtuale che è quasi pronta per tornare al proporzionale. Centrosinistra e Cinque Stelle uniti, insieme a LeU a cui peraltro va riconosciuta la coerenza.
A questi andrebbero aggiunti Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, se non fosse che l’esigenza di restare collegati a Salvini per ragioni tattiche impedisce per il momento l’aggancio al carro proporzionalista. Naturalmente c’è una ragione ufficiale per voltare pagina: è il taglio dei parlamentari voluto dai 5S che rende difficile dare rappresentanza equilibrata all’intero territorio nazionale. Una spiegazione zoppicante perché allora si dovrebbe ammettere che l’errore sta a monte, nella sforbiciata demagogica a deputati e senatori decisa dai grillini, contrastata all’inizio dal Pd e poi accettata di buon grado per non compromettere l’accordo sul Conte-2.
Accade così che il ritorno al proporzionale viene presentato come il corollario inevitabile dell’iniziativa dei 5S, benché abbia l’effetto di seppellire una storia recente del centrosinistra messa in crisi, è vero, dalle sconfitte dell’era Renzi, fino al disastro del 2018, ma tutt’altro che irrecuperabile. In concreto, anziché tentare una rivincita a viso aperto, il Pd preferisce cambiare cavallo e ritrovare il proporzionale con il suo sapore — ma solo quello — di Prima Repubblica, quando il modello elettorale aveva un senso e una logica interna e internazionale. Adesso è solo una questione di inquietudine circa il prossimo futuro.
Lo stesso sentimento che ha guidato la nascita del Conte-2: il timore di una vittoria della Lega. Il ritorno al proporzionale, senza alcuna tensione ideale e persino senza un approfondimento delle conseguenze politiche, nasce da un altro riflesso difensivo. Si smonta un impianto che non garantisce più certezze dopo la vittoria dei populisti e se ne mette in piedi un altro contraddittorio con il primo. Alla sua ombra già nascono nuovi partiti personali, come quello imminente di Renzi: più che altro un cartello elettorale con l’obiettivo di rinverdire lo spirito del Craxi corsaro di quarant’anni fa.
Quanto al referendum in controtendenza proposto da Salvini per abolire il residuo proporzionale dalla legge attuale e ottenere un maggioritario puro è al momento solo una mossa politica: il tentativo di mettere un cuneo nella carovana del proporzionale. Con l’obiettivo, s’intende, di mobilitare la Lega contro una riforma che rischia di metterla in angolo. Peccato che Salvini non abbia mai manifestato i suoi dubbi sulla legge elettorale quando era al governo. Adesso sembra affrontare questioni di cui non sa molto. Così si profila un’altra occasione persa.
Dopo anni in cui è prevalsa la “vocazione maggioritaria” (Prodi, Veltroni, Arturo Parisi e altri), strumento dichiarato indispensabile per spingere la società sulla via di un’alternanza virtuosa e bipolare, ecco che l’aria è cambiata nel giro di poche settimane.
Senza un dibattito, una riunione di organi collegiali, un minimo di riflessione comune, ha preso forma una maggioranza virtuale che è quasi pronta per tornare al proporzionale. Centrosinistra e Cinque Stelle uniti, insieme a LeU a cui peraltro va riconosciuta la coerenza.
A questi andrebbero aggiunti Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, se non fosse che l’esigenza di restare collegati a Salvini per ragioni tattiche impedisce per il momento l’aggancio al carro proporzionalista. Naturalmente c’è una ragione ufficiale per voltare pagina: è il taglio dei parlamentari voluto dai 5S che rende difficile dare rappresentanza equilibrata all’intero territorio nazionale. Una spiegazione zoppicante perché allora si dovrebbe ammettere che l’errore sta a monte, nella sforbiciata demagogica a deputati e senatori decisa dai grillini, contrastata all’inizio dal Pd e poi accettata di buon grado per non compromettere l’accordo sul Conte-2.
Accade così che il ritorno al proporzionale viene presentato come il corollario inevitabile dell’iniziativa dei 5S, benché abbia l’effetto di seppellire una storia recente del centrosinistra messa in crisi, è vero, dalle sconfitte dell’era Renzi, fino al disastro del 2018, ma tutt’altro che irrecuperabile. In concreto, anziché tentare una rivincita a viso aperto, il Pd preferisce cambiare cavallo e ritrovare il proporzionale con il suo sapore — ma solo quello — di Prima Repubblica, quando il modello elettorale aveva un senso e una logica interna e internazionale. Adesso è solo una questione di inquietudine circa il prossimo futuro.
Lo stesso sentimento che ha guidato la nascita del Conte-2: il timore di una vittoria della Lega. Il ritorno al proporzionale, senza alcuna tensione ideale e persino senza un approfondimento delle conseguenze politiche, nasce da un altro riflesso difensivo. Si smonta un impianto che non garantisce più certezze dopo la vittoria dei populisti e se ne mette in piedi un altro contraddittorio con il primo. Alla sua ombra già nascono nuovi partiti personali, come quello imminente di Renzi: più che altro un cartello elettorale con l’obiettivo di rinverdire lo spirito del Craxi corsaro di quarant’anni fa.
Quanto al referendum in controtendenza proposto da Salvini per abolire il residuo proporzionale dalla legge attuale e ottenere un maggioritario puro è al momento solo una mossa politica: il tentativo di mettere un cuneo nella carovana del proporzionale. Con l’obiettivo, s’intende, di mobilitare la Lega contro una riforma che rischia di metterla in angolo. Peccato che Salvini non abbia mai manifestato i suoi dubbi sulla legge elettorale quando era al governo. Adesso sembra affrontare questioni di cui non sa molto. Così si profila un’altra occasione persa.