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(reuters)

La guerra del petrolio

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L'Iran colpito dalle sanzioni americane si vendica con un attacco al cuore del suo grande rivale, l'Arabia saudita. I recenti blitz iraniani contro navi petroliere erano spettacolari ma l'ultima incursione di droni ha generato danni molto superiori, dimezzando nell'immediato la produzione di greggio saudita. L'escalation della tensione può danneggiare tutti i Paesi importatori di petrolio, dall'Europa alla Cina. Teheran nega di essere dietro l'attacco, ufficialmente attribuito ai guerriglieri Houthi , sciiti dello Yemen in guerra contro gli arabi.

Gli Houthi però agiscono con l'appoggio iraniano, le tecnologie e la copertura del potente alleato sciita. La spirale di rappresaglie può sfuggire di mano e sfociare nella "quarta guerra del Golfo": dopo il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta; la spedizione punitiva di Bush padre dopo l'invasione del Kuwait; e l'occupazione americana dell'Iraq iniziata nel 2003. S…
L'Iran colpito dalle sanzioni americane si vendica con un attacco al cuore del suo grande rivale, l'Arabia saudita. I recenti blitz iraniani contro navi petroliere erano spettacolari ma l'ultima incursione di droni ha generato danni molto superiori, dimezzando nell'immediato la produzione di greggio saudita. L'escalation della tensione può danneggiare tutti i Paesi importatori di petrolio, dall'Europa alla Cina. Teheran nega di essere dietro l'attacco, ufficialmente attribuito ai guerriglieri Houthi , sciiti dello Yemen in guerra contro gli arabi.

Gli Houthi però agiscono con l'appoggio iraniano, le tecnologie e la copertura del potente alleato sciita. La spirale di rappresaglie può sfuggire di mano e sfociare nella "quarta guerra del Golfo": dopo il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta; la spedizione punitiva di Bush padre dopo l'invasione del Kuwait; e l'occupazione americana dell'Iraq iniziata nel 2003. Sono tanti capitoli cruenti di un'unica storia, il cui antefatto è l'annus horribilis dell'Islam, il 1979.

Esattamente 40 anni fa, due shock stravolgevano gli equilibri geopolitici di quell'area. La rivolta contro lo Scià di Persia, la sua cacciata in esilio, il ritorno dell'ayatollah Khomeini a Teheran, la presa di ostaggi nell'ambasciata americana: in quell'anno l'Iran da alleato di ferro dell'America si trasforma in avversario implacabile. La sua teocrazia diventa una centrale di diffusione di un credo fondamentalista (sciita), modello e ispirazione per una svolta oscurantista nell'Islam che scuoterà ogni angolo del mondo. Nello stesso anno avviene alla Mecca l'occupazione della moschea più sacra da parte di estremisti sunniti. La monarchia dei Saud teme di fare la fine dello Scià. Per sopravvivere si allea con la parte più retriva del clero wahabita e comincia a esportare un'ideologia di odio anti-occidentale nelle madrasse di tutto il mondo.

La concorrenza tra fondamentalismo sunnita e sciita naviga su fiumi di petrodollari, perché il 1979 porta anche un secondo shock petrolifero. I due "imperalismi regionali", l'arabo e il persiano, riscoprono rivalità millenarie. L'Arabia stringe più che mai l'asse con Washington, l'Iran trova sponde in Russia e in Cina. È in questa sfida di lungo periodo che si innestano gli ultimi sviluppi.

Donald Trump ha solo aggiunto carburante su un conflitto aperto da anni. Barack Obama nel 2015 pensò che l'Iran poteva essere attirato in un percorso di disgelo e normalizzazione. Accettò un accordo nucleare con molti limiti: Teheran con quel patto si legava le mani solo per un decennio e solo per la bomba atomica, nulla concedeva sui missili o sull'appoggio a milizie terroriste come gli hezbollah. Obama puntava sul fatto che un Iran riammesso nell'economia globale rinunciato al ruolo di esportatore di violenza. Al tempo stesso Obama premeva per concessioni sui diritti umani nel regno dei Saud.

Trump, allineandosi con Benjamin Netanyahu e la monarchia saudita, ha fatto la scelta opposta: addio all'accordo nucleare, giro di vite sulle sanzioni economiche. La sua scommessa è di strangolare l'economia iraniana e costringere gli ayatollah a ridimensionare le proprie ambizioni geopolitiche. Finora ha ottenuto l'effetto contrario. L'isolamento dell'Iran riesce solo in parte: la Cina continua a importare greggio da Teheran in barba alle sanzioni di Washington. E i falchi iraniani aumentano l'aggressività su tutti i fronti: dagli attacchi contro la navigazione del Golfo al Libano alla Siria. I sauditi con le violenze in Yemen o l'assassinio del giornalista Khashoggi hanno spento le speranze su un'evoluzione liberale del regime.

Trump ha contribuito alle ultime convulsioni di crisi, ma eredita un bilancio pessimo da tutti i suoi predecessori: le indecisioni di Jimmy Carter sullo Scià anticiparono quelle di Obama sulle Primavere islamiche; l'invasione dell'Iraq voluta da Bush Junior fu la "levatrice" dell'Isis. E l'America non è sola. In quell'area tornano ad affiorare le mappe di imperi defunti ma pronti a rialzare la testa: oltre al persiano e all'arabo ci sono il russo, l'ottomano e il cinese. Troppi appetiti voraci, e nessuna cornice multilaterale dove cercare un nuovo equilibrio. Nell'immediato, l'America deve supplire all'Arabia pompando petrolio dalle sue riserve strategiche per evitare penurie e shock inflazionistici. Poi con l'assemblea generale Onu a New York si aprono le scommesse sul dialogo Trump-Rohani: la Casa Bianca continua a non escluderlo, i colpi di scena sono il suo forte; da Teheran finora c'è un rifiuto netto finché durano le sanzioni. La terza incognita è la risposta militare saudita all'attacco devastante.