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(ansa)

I manager non bastano più

La tragedia del Ponte Morandi sta facendo traballare una delle ultime aziende private italiane. E il sistema paese non c’è più
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L'Italia Spa non tiene più famiglia. E i guai di Atlantia e dei Benetton sono l'ultimo capitolo di quella crisi annunciata del capitalismo di casa nostra che Piazza Affari spiega nei numeri da tempo: le prime cinque aziende quotate sul listino sono o realtà pubbliche come Enel ed Eni o istituzioni finanziarie ad azionariato diffuso (Generali, Intesa e Unicredit). La grande industria privata, un pezzo alla volta e per mille motivi diversi, sta invece alzando bandiera bianca. Con la tragedia del Ponte Morandi che rischia ora di spazzar via uno degli ultimi panda sopravvissuti a questa selezione darwiniana.

La globalizzazione, ovviamente, ha giocato un ruolo importante. La trincea anacronistica dei vecchi salotti buoni, dei patti di sindacato e delle scatole cinesi che proteggeva i capitani d'industria italiani si è sgretolata.

E i capitalisti (spesso senza capitali) di casa nostra - costretti ad affrontare il mare magnum della libera concorrenza - hann…
L'Italia Spa non tiene più famiglia. E i guai di Atlantia e dei Benetton sono l'ultimo capitolo di quella crisi annunciata del capitalismo di casa nostra che Piazza Affari spiega nei numeri da tempo: le prime cinque aziende quotate sul listino sono o realtà pubbliche come Enel ed Eni o istituzioni finanziarie ad azionariato diffuso (Generali, Intesa e Unicredit). La grande industria privata, un pezzo alla volta e per mille motivi diversi, sta invece alzando bandiera bianca. Con la tragedia del Ponte Morandi che rischia ora di spazzar via uno degli ultimi panda sopravvissuti a questa selezione darwiniana.

La globalizzazione, ovviamente, ha giocato un ruolo importante. La trincea anacronistica dei vecchi salotti buoni, dei patti di sindacato e delle scatole cinesi che proteggeva i capitani d'industria italiani si è sgretolata.

E i capitalisti (spesso senza capitali) di casa nostra - costretti ad affrontare il mare magnum della libera concorrenza - hanno finito spesso per andare in affanno. Qualcuno - spesso in occasione di travagliati passaggi generazionali - ha venduto, accontentandosi di uscire di scena con il portafoglio gonfio. L'hanno fatto i Pesenti con Italcementi - su cui sventola ora la bandiera tedesca - o Marco Tronchetti Provera che ha venduto Pirelli ai cinesi.

Il sistema paese, latitante, non ha aiutato nella conservazione della specie. L'Italia non è la Francia, dove la rete di protezione di politica ed establishment difende a spada tratta campioni e interessi nazionali, come dimostrano le nozze sfumate (per ora) tra Fiat e Renault. L'assenza di una cabina di regia di questo tipo - al netto degli ultimi timidi tentativi della Cdp - ci è costata cara: la moda tricolore non è mai riuscita a creare un polo aggregante del lusso come Lvmh o Kering.

Illy, Barilla e Lavazza sono leader mondiali nelle loro nicchie. Ma la nostra biodiversità alimentare non è mai riuscita a partorire una Danone o una Nestlè e l'unico tentativo di questo tipo - quello della Parmalat - è andato a finire male per le truffe dei Tanzi. Con latte e yogurt di Collecchio finiti, guarda un po', nelle braccia francesi di Lactalis. Lo stesso è successo alla nostra ex-grande industria chimica e alla farmaceutica, emigrate all'estero (come proprietà e stabilimenti) assieme ai gloriosi marchi del bianco nazionale come Indesit, Candy, Zanussi e Ignis, mangiati da Whirlpool & C. che, come dimostra il caso di Napoli di queste ore, non hanno alcuna remora a spostare testa e cuore del business altrove.

I Benetton - come hanno fatto gli Agnelli cedendo la guida del gruppo a Marchionne e comprando Chrysler, i Ferrero con la recente campagna acquisti e Leonardo Del Vecchio con le fusioni internazionali di Luxottica - sono tra i pochi che hanno provato a ribellarsi all'ineluttabilità del nanismo o della svendita dell'impero di famiglia. La fortuna dei quattro fratelli di Ponzano - è vero - arriva più che dai maglioncini dalla rendita di posizione di un monopolio naturale "affittato" dallo Stato come le Autostrade e Fiumicino. Ma di fronte ai primi "screzi" familiari i quattro fratelli veneti hanno deciso di affidare le redini del loro impero ai manager - premiati a peso d'oro come dimostrano la buonuscita da 13 milioni e il bonus (preso nell'anno della tragedia di Genova) garantiti a Giovanni Castellucci - provando a investire all'estero i soldi facili (7,4 miliardi di dividendi solo dal 2008) riscossi al casello. Dopo l'operazione Abertis in Spagna più del 50% dei profitti del gruppo arriva da oltrefrontiera. La società ha "esportato" il sistema Telepass in mezzo mondo, comprato un pezzo del tunnel sotto la Manica, gestisce 4mila kilometri di strade in Brasile, mille in Cile, 2mila in Francia e Spagna.

La tragedia del Ponte Morandi - su cui saranno accertate tutte le responsabilità comprese quelle eventualmente in carico ai vertici di Atlantia - sta facendo così traballare una delle ultime mini-multinazionali italiane. E le prossime mosse, della famiglia e del governo, sono così fondamentali per la sua sopravvivenza. Altrimenti, per consolarci, valgono le parole del neo ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: "Lo Stato italiano dispone fortunatamente di grandi aziende pubbliche strategiche, efficienti, che portano dividendi corposi e sono uno strumento importante di politica industriale". A questo punto - con l'aria che tira e con buona pace di Bruxelles che vuole privatizzarle - ci dovremo accontentare di quelle.