Franchi tiratori sul patto Pd-5S
Stefano Folli , di STEFANO FOLLISe il caso Sozzani doveva diventare il banco di prova per dimostrare che i Cinque Stelle non hanno smarrito la loro anima intransigente o "giustizialista", l'esito non è quello voluto
Potrebbe essere considerato un episodio minore, il voto a scrutinio segreto che alla Camera ha salvato dagli arresti domiciliari il deputato di Forza Italia Sozzani, se non fosse per l’aspetto politico che viene messo in luce a pochi giorni dalla nascita dell’esecutivo Conte. Nel rigetto da parte di oltre 40 deputati della maggioranza, si presume tutti del Pd, dell’accordo stipulato con i grillini c’è un significato tutt’altro che casuale. In sostanza, il voto dei franchi tiratori esprime la resistenza ad accettare una sorta di egemonia dei Cinque Stelle sui temi della giustizia e del rapporto con i magistrati. Soprattutto quando, come in questo caso, è in gioco la delegittimazione di un parlamentare. Difatti, a quanto pare, esisteva un accordo tra i due neo alleati, Pd e M5S, per concedere l’arresto, ma l’intesa è stata disattesa in Aula. E lo stesso era accaduto poco prima quando era stata negata l’autorizzazione a…
Potrebbe essere considerato un episodio minore, il voto a scrutinio segreto che alla Camera ha salvato dagli arresti domiciliari il deputato di Forza Italia Sozzani, se non fosse per l’aspetto politico che viene messo in luce a pochi giorni dalla nascita dell’esecutivo Conte. Nel rigetto da parte di oltre 40 deputati della maggioranza, si presume tutti del Pd, dell’accordo stipulato con i grillini c’è un significato tutt’altro che casuale. In sostanza, il voto dei franchi tiratori esprime la resistenza ad accettare una sorta di egemonia dei Cinque Stelle sui temi della giustizia e del rapporto con i magistrati. Soprattutto quando, come in questo caso, è in gioco la delegittimazione di un parlamentare. Difatti, a quanto pare, esisteva un accordo tra i due neo alleati, Pd e M5S, per concedere l’arresto, ma l’intesa è stata disattesa in Aula. E lo stesso era accaduto poco prima quando era stata negata l’autorizzazione a usare il trojan, lo strumento iper-tecnologico per le intercettazioni telefoniche.
Se il caso Sozzani doveva diventare il banco di prova per dimostrare che i Cinque Stelle non hanno smarrito la loro anima intransigente o “giustizialista”, l’esito non è quello voluto. I seguaci di Di Maio e Bonafede non sono riusciti a condizionare il Pd fino a ottenere che il partito di via del Nazareno votasse compatto quasi fosse una costola dei 5S. Oltre 40 franchi tiratori sono più dei renziani scissionisti che di sicuro hanno detto «no» all’arresto insieme a Forza Italia e alla Lega. Ne deriva che anche tra numerosi parlamentari leali al binomio Zingaretti-Franceschini il disagio è palpabile. S’intende, si tratta pur sempre di una vicenda che coinvolge la coscienza e il giudizio individuali; e non è certo la prima volta che viene negata l’autorizzazione all’arresto di un parlamentare, quando il caso non è clamoroso.
Tuttavia, se il buongiorno si vede dal mattino, è difficile negare che l’episodio sia rivelatore di un rapporto quanto meno diffidente tra i due partner di una coalizione cucita insieme con troppa fretta. È ancora presto per stabilire chi dei due sta cedendo di più all’altro o chi si avvia a compiere le maggiori rinunce sul piano dell’immagine e dell’identità. Ieri i Cinque Stelle avrebbero voluto prendere un vantaggio e rendere chiaro che sono loro gli elementi trainanti della maggioranza quando sono in ballo situazioni che rinviano alla vecchia cornice della «guerra alla casta». La ragione è ovvia e riguarda le perplessità tutt’altro che riassorbite tra i militanti circa l’alleanza con il Pd «partito del malaffare». In Parlamento l’operazione è fallita, il che rimanda ad altri piani.
Ad esempio alla possibilità che nelle regioni, a cominciare dall’Umbria, sia possibile e conveniente stipulare intese a due (o a tre con LeU) dietro lo schermo delle liste civiche. I 5S sono favorevoli al patto, ma lo intendono come punitivo verso il Pd: candidati neutri, tutti slegati da una visibile radice politica. Non è ancora chiaro se il partito di Zingaretti alla fine accetterà o se emergeranno delle riserve paragonabili a quelle manifestatesi ieri alla Camera. «Non possiamo considerare i 5S degli alleati strategici» dice Orfini a Huffington Post. È un punto di vista più diffuso di quanto si immagini.
Se il caso Sozzani doveva diventare il banco di prova per dimostrare che i Cinque Stelle non hanno smarrito la loro anima intransigente o “giustizialista”, l’esito non è quello voluto. I seguaci di Di Maio e Bonafede non sono riusciti a condizionare il Pd fino a ottenere che il partito di via del Nazareno votasse compatto quasi fosse una costola dei 5S. Oltre 40 franchi tiratori sono più dei renziani scissionisti che di sicuro hanno detto «no» all’arresto insieme a Forza Italia e alla Lega. Ne deriva che anche tra numerosi parlamentari leali al binomio Zingaretti-Franceschini il disagio è palpabile. S’intende, si tratta pur sempre di una vicenda che coinvolge la coscienza e il giudizio individuali; e non è certo la prima volta che viene negata l’autorizzazione all’arresto di un parlamentare, quando il caso non è clamoroso.
Tuttavia, se il buongiorno si vede dal mattino, è difficile negare che l’episodio sia rivelatore di un rapporto quanto meno diffidente tra i due partner di una coalizione cucita insieme con troppa fretta. È ancora presto per stabilire chi dei due sta cedendo di più all’altro o chi si avvia a compiere le maggiori rinunce sul piano dell’immagine e dell’identità. Ieri i Cinque Stelle avrebbero voluto prendere un vantaggio e rendere chiaro che sono loro gli elementi trainanti della maggioranza quando sono in ballo situazioni che rinviano alla vecchia cornice della «guerra alla casta». La ragione è ovvia e riguarda le perplessità tutt’altro che riassorbite tra i militanti circa l’alleanza con il Pd «partito del malaffare». In Parlamento l’operazione è fallita, il che rimanda ad altri piani.
Ad esempio alla possibilità che nelle regioni, a cominciare dall’Umbria, sia possibile e conveniente stipulare intese a due (o a tre con LeU) dietro lo schermo delle liste civiche. I 5S sono favorevoli al patto, ma lo intendono come punitivo verso il Pd: candidati neutri, tutti slegati da una visibile radice politica. Non è ancora chiaro se il partito di Zingaretti alla fine accetterà o se emergeranno delle riserve paragonabili a quelle manifestatesi ieri alla Camera. «Non possiamo considerare i 5S degli alleati strategici» dice Orfini a Huffington Post. È un punto di vista più diffuso di quanto si immagini.