✕

Il tabù dell’evasione fiscale

Ascolta l'audio

Sull'economia aspettiamo tutti una svolta. Ma in attesa della nota di aggiornamento al Def, i ministri dovrebbero dosare pretese e promesse
3 minuti di lettura
Sembra un paradosso, ma l'ultimo contatto visibile tra "massa e potere" è stato il Papeete. Salvini ministro che sguazza nel bagno di folla. Tutto quello che è accaduto dopo è successo dentro il Palazzo romano. La crisi, le consultazioni, il Conte-bis, la scissione nel Pd, la scelta dei candidati alle regionali. È come se la politica, dopo l'ubriacatura populista, avesse tirato su il ponte levatoio. Parla solo a se stessa e di se stessa. Non c'è un solo passaggio di questa pazza estate italiana in cui, oltre al Palazzo, si veda anche il Paese. Con i suoi problemi, i suoi bisogni, le sue speranze.

Ogni partito attraversa un suo deserto, vagando nella terra incognita della transizione. Ma in questo vagare la politica non può perdere di vista l'Italia. Di Maio risponde subito a un descamisado deluso dal governo giallorosso, invece di rispondere ai milioni di italiani delusi dal governo giallo-verde: Di Battista gli dice…
Sembra un paradosso, ma l'ultimo contatto visibile tra "massa e potere" è stato il Papeete. Salvini ministro che sguazza nel bagno di folla. Tutto quello che è accaduto dopo è successo dentro il Palazzo romano. La crisi, le consultazioni, il Conte-bis, la scissione nel Pd, la scelta dei candidati alle regionali. È come se la politica, dopo l'ubriacatura populista, avesse tirato su il ponte levatoio. Parla solo a se stessa e di se stessa. Non c'è un solo passaggio di questa pazza estate italiana in cui, oltre al Palazzo, si veda anche il Paese. Con i suoi problemi, i suoi bisogni, le sue speranze.

Ogni partito attraversa un suo deserto, vagando nella terra incognita della transizione. Ma in questo vagare la politica non può perdere di vista l'Italia. Di Maio risponde subito a un descamisado deluso dal governo giallorosso, invece di rispondere ai milioni di italiani delusi dal governo giallo-verde: Di Battista gli dice "non fidarti del Pd", lui replica "il test sarà il taglio dei parlamentari". Palazzo, dunque. Zingaretti lancia la campagna tesseramenti accogliendo la transfuga Lorenzin con gli onori non dovuti alla Rosa Luxemburg de' Noantri: partita da Berlusconi, spiaggiata su Alfano, e infine approdata al Pd. Ancora Palazzo. Renzi fa la scissione perché vuole "un partito divertente", perché "si sentiva un intruso", perché "tanto adesso rientrano Bersani e D'Alema": ora farà l'Ego della bilancia, battezzando o sabotando governi. Di nuovo Palazzo. Il povero Conte, capita l'antifona, si affanna per tenere insieme una coalizione troppo ripiegata su se stessa. Alla festa di Leu, ha detto "sono di sinistra" (e speriamo che oggi, a quella di Fratelli d'Italia, non dica "sono di destra"). Ma nel frattempo fa anche l'unica mossa sensata della settimana: ripristina la concertazione con i sindacati, dopo la dissennata stagione del thatcherismo alle vongole. Cerca una sponda nelle parti sociali, perché potrebbe non trovarla in una maggioranza posticcia che esiste in Parlamento ma non nel Paese.

Dopo aver "sussurrato alla Merkel", è adesso all'Italia che bisogna parlare. Lo scenario è oggettivamente cambiato. Ma tutto è ancora da fare. Sull'economia aspettiamo tutti una svolta. Ma in attesa della nota di aggiornamento al Def, i ministri dovrebbero dosare pretese e promesse. Costa spara 19 miliardi per il suo Green New Deal, tra bonus per le auto verdi e detrazioni per gli edifici ecologici. Dadone vuole 5 miliardi per il pubblico impiego, tra aumenti retributivi e nuovi servizi. Speranza prenota 4 miliardi per la salute, tra abolizione del superticket e aumento del Fondo sanitario. Fioramonti opziona 3 miliardi per la scuola, tra regolarizzazione dei precari e 100 euro ai prof. Iniziative concrete e anche giuste. Ma purtroppo poco realistiche. Non sappiamo ancora quanta flessibilità europea sul deficit riuscirà a portare a casa il ministro Gualtieri. E finché non lo sappiamo, sarebbe meglio non rifare l'errore di sempre: vendere il Colosseo, senza dire chi paga. Nel vuoto, l'unica proposta convincente la sforna Prodi nell'intervista a Repubblica. "Un solo punto all'ordine del giorno", per ritrovare "l'anima della sinistra": "lotta spietata, organica e di lungo periodo all'evasione fiscale". Al Tesoro c'è un piano per contrastare l'uso del contante, con un meccanismo di incentivi e disincentivi. M5S e Pd, almeno su questo, dovrebbero agire subito. Sarebbe già un enorme passo avanti, prima ancora di minacciare manette agli evasori. Chi paga le tasse capirà. Chi non le paga si adeguerà.

Sull'immigrazione una prima svolta c'è stata: Lampedusa "porto aperto e sicuro" per la Ocean Viking è stato già un balsamo civico, dopo i quattordici mesi di odiocrazia salviniana. Ma se nel frattempo gli sbarchi raddoppiano, e l'hotspot dell'isola esplode, abbiamo un gigantesco problema. Salvini rioccupa piazze reali e digitali, alle quali può tornare a spacciare dosi massicce di sovranismo d'accatto: senza di me si riaprono i porti e ricomincia "l'invasione". È droga sociale e morale. Ma purtroppo ha funzionato per un anno. E se non si corre ai ripari funzionerà ancora. Non bastano la tregua bruxellese tra Conte e von der Leyen, né la pax romana tra Mattarella e Macron. Invece di marcare il territorio con inutili sub-governi, Di Maio dalla Farnesina farebbe bene a riprendere in mano il dossier libico. Invece di incartarsi nelle solite liturgie, l'Europa farebbe bene a riformare subito il trattato di Dublino, per via comunitaria o inter-governativa. Se tutto questo non accade, il virus del leghismo xenofobo tornerà a dilagare nel corpo infiacchito della società italiana.

La politica ha una missione: tornare ad essere "popolare", senza essere più populista. Un anno fa, dopo l'avanzata elettorale dell'estrema destra tedesca di Alternative fur Deutscheland, Roger Cohen lanciò un'idea provocatoria sul New York Times: "popolo" è una parola malata, smettiamo di usarla e sostituiamola con "popolazione". Non se n'è fatto nulla. "Popolo" continua ad essere un termine povero di significati ma ricco di retorica. In suo nome poteri vecchi e nuovi, speculando sul disincanto democratico e su quella che Yves Mény definisce "uberizzazione" della politica, continuano a compiere forzature e manipolazioni di ogni tipo. Ma è da lì che bisogna ripartire. Ceti sociali da recuperare, interessi in contrasto sui quali mediare. Territori da presidiare, riconnettendo le reti strappate del comunitarismo e del bene comune. Periferie da curare, frequentandole fisicamente ogni giorno e non solo a chiacchiere dopo l'ennesima sconfitta elettorale. Chiamiamola come vogliamo: popolo o popolazione. Ma è con quella "cosa" lì che soprattutto la sinistra deve riabituarsi a fare i conti.