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La politica non riscriva la storia

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Per come la si conosce, la mozione del Parlamento europeo che equipara nazismo e comunismo non è un buon segnale, all'inizio di una legislatura destinata ad essere estremamente importante. Non lo è, in primo luogo, perché la politica si arroga il compito di intervenire nella scrittura della storia, e di farlo con le semplificazioni e le deformazioni dei comunicati.

Che senso ha, ad esempio, affermare che la seconda guerra mondiale è scoppiata "come conseguenza immediata del famigerato patto di non aggressione nazi-sovietico"(il patto Molotov-Ribbentrop)? Non fu in primo luogo conseguenza della strategia nazista volta a imporre a tutta l'Europa il proprio dominio e il proprio "ordine"? E l'impotenza con cui le democrazie europee assistettero all'escalation hitleriana, sino al sostanziale avallo dato ad essa a Monaco, non ebbe nessuna responsabilità nelle dinamiche che portarono alla guerra? E la vittoria del nazism…
Per come la si conosce, la mozione del Parlamento europeo che equipara nazismo e comunismo non è un buon segnale, all'inizio di una legislatura destinata ad essere estremamente importante. Non lo è, in primo luogo, perché la politica si arroga il compito di intervenire nella scrittura della storia, e di farlo con le semplificazioni e le deformazioni dei comunicati.

Che senso ha, ad esempio, affermare che la seconda guerra mondiale è scoppiata "come conseguenza immediata del famigerato patto di non aggressione nazi-sovietico"(il patto Molotov-Ribbentrop)? Non fu in primo luogo conseguenza della strategia nazista volta a imporre a tutta l'Europa il proprio dominio e il proprio "ordine"? E l'impotenza con cui le democrazie europee assistettero all'escalation hitleriana, sino al sostanziale avallo dato ad essa a Monaco, non ebbe nessuna responsabilità nelle dinamiche che portarono alla guerra? E la vittoria del nazismo non avrebbe significato anche la fine dell'Europa, così come la conosciamo e la amiamo?

Come si vede sono temi centrali, con i quali misurarsi seriamente e con il compito prioritario di tenere aperti confronti continui fra memorie e narrazioni "divise". Ovviamente è un nodo presente sin dall'inizio della costruzione europea, e paradossalmente il superamento della divisione del vecchio continente lo ha reso ancor acuto. Si pensi alla cerimonia per il sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale che si tenne a Mosca nel 2005 (all'indomani dell'allargamento a est dell'Unione europea): ad essa Lettonia ed Estonia non parteciparono dichiarando che quella data segnava per esse un infausto inizio.

È del tutto legittimo, naturalmente, che i paesi annessi a forza all'Urss vedano nella fine della guerra anche l'inizio di una lunga oppressione, e poi allontanino i monumenti ai soldati sovietici dai luoghi centrali delle città. Si varca un confine però quando si inaugurano monumenti ai giovani "morti combattendo per la libertà" (contro l'Armata rossa) nelle fila delle SS o si riabilitano collaborazionisti, come pur è avvenuto in alcuni paesi. O quando in alcuni "musei delle vittime del genocidio", o "del terrore", eretti a est dopo il 1989 la centralità della shoah progressivamente scompare.

Ha una storia nobilissima la discussione sui totalitarismi, e ci aiuta a far emergere questioni enormi. A comprendere realmente le radici delle grandi tragedie del Novecento: questo dobbiamo avere al centro, non le parificazioni e le semplificazioni dei comunicati politici. E questo ci conduce a un altro nodo, anch'esso centrale. Sottovalutiamo gravemente, credo, la riscrittura nazionalistica della storia che la politica sta imponendo in Ungheria, in Polonia e altrove: che Europa pensiamo di costruire se ai ragazzi viene insegnata una storia vittimistica e vendicativa? O vengono proposte letture d'occasione in cui la irta e drammatica difficoltà della vicenda storica si appanna e scompare?

Anche con questi nodi dobbiamo misurarci, ed è un compito che abbiamo rimandato troppo a lungo. Forse il Parlamento europeo poteva ricordarcelo in altro modo.