✕
(afp)

Mai più regali a Orbán

È irritante dover constatare il silenzio indifferente delle cancellerie europee sugli attacchi di Budapest a Roma
2 minuti di lettura
È quanto meno grottesco sentirsi fare lezioni di buona politica da un alfiere della “democrazia illiberale”, come Viktor Orbán, oltre che ascoltare dal suo ministro degli Esteri parole di deplorazione per le ultime scelte italiane in tema di porti e migranti. Ma è non poco irritante dover constatare in proposito il silenzio indifferente delle principali cancellerie europee quasi che i recenti attacchi di Budapest contro Roma siano da considerarsi niente più di una “querelle” italo-ungherese. Questa benevola negligenza verso la fronda sovranista in atto in alcuni Paesi dell’Est pone un problema assai serio che riguarda l’Unione nel suo complesso perché sottende il rischio di indebolire i canoni fondamentali della costruzione europea, a cominciare da quel piccolo dettaglio che si chiama Stato di diritto.

Al riguardo la commissione in scadenza, presieduta da Jean-Claude Juncker, ha dovuto superare mille ostacoli per …
È quanto meno grottesco sentirsi fare lezioni di buona politica da un alfiere della “democrazia illiberale”, come Viktor Orbán, oltre che ascoltare dal suo ministro degli Esteri parole di deplorazione per le ultime scelte italiane in tema di porti e migranti. Ma è non poco irritante dover constatare in proposito il silenzio indifferente delle principali cancellerie europee quasi che i recenti attacchi di Budapest contro Roma siano da considerarsi niente più di una “querelle” italo-ungherese. Questa benevola negligenza verso la fronda sovranista in atto in alcuni Paesi dell’Est pone un problema assai serio che riguarda l’Unione nel suo complesso perché sottende il rischio di indebolire i canoni fondamentali della costruzione europea, a cominciare da quel piccolo dettaglio che si chiama Stato di diritto.

Al riguardo la commissione in scadenza, presieduta da Jean-Claude Juncker, ha dovuto superare mille ostacoli per far partire una procedura d’infrazione contro Ungheria e Polonia, contestando espressamente la violazione di alcune regole basilari in tema di libertà d’informazione e di separazione fra potere politico e giudiziario. Ma ora nelle more di una procedura di giudizio che s’annuncia comunque non breve a Bruxelles vi sarà un cambio della guardia con l’esordio della commissione guidata da Ursula von der Leyen. Le cui sortite in tema di rispetto dei diritti fondamentali nella democrazia liberale sono state equivoche e quanto mai oscillanti. Dapprima sul nodo degli impulsi illiberali che guidano i governi di Budapest e Varsavia ha detto che «lo Stato di diritto è il nostro obiettivo» ma affrettandosi ad aggiungere «non sempre lo realizziamo». Un’apertura di credito verso le deviazioni nazional-sovraniste dell’Est mai finora concessa dal più alto seggio di Bruxelles. Non paga di una simile cantonata si è poi esibita nella pessima trovata di affidare al commissario che si occuperà delle immigrazioni anche un nuovo portafoglio con il titolo “Protezione dello stile di vita europeo”. Doppio scivolone stavolta. Primo, per aver giustapposto la difesa di un indeterminato stile di vita europeo alla gestione del fenomeno migranti. Secondo, per aver di fatto assorbito nel suo programma proprio uno di quei temi che caratterizzano la propaganda dei nazional-sovranisti che spiegano la chiusura dei loro confini con la volontà di respingere chi non condivida i propri costumi, la propria religione, per non dire più esplicitamente la propria razza. Un altro regalo agli Orbán e ai Kaczynski.

Investita da una valanga di critiche per questa gaffe, ha fatto una mezza marcia indietro, spiegando che per stile di vita europeo si devono ovviamente intendere i principi fissati nell’articolo due del Trattato Ue. E quindi Stato di diritto, rispetto delle minoranze, delle libertà fondamentali, del pluralismo culturale e così via. Resta da capire perché un personaggio di collaudata esperienza politica si sia esposta a una simile figuraccia. Che riflette, tuttavia, la posizione equivoca del suo stesso partito (la Cdu) sul caso Orbán. A causa, dicono i più pragmatici, del tornaconto delle grandi imprese tedesche che lucrano in Ungheria sia bassi salari sia misera tassazione.

Nel trattato Ue non risulta che simili interessi possano giustificare ogni benevolenza verso quei governi che fanno da veicolo delle metastasi sovraniste dall’Est all’Ovest. Ecco un buon tema per un’Italia che voglia tornare in Europa per non parlare sempre e soltanto di disavanzi contabili.