L’accordo siglato ieri a Malta rappresenta un primo passo avanti rispetto alla gestione comunitaria della questione immigrazione, ma soprattutto costituisce la più grande sconfitta del sovranismo italiano e del salvinismo. La delegittimazione di quattordici mesi di propaganda senza soluzioni. La dimostrazione che la linea seguita dall’ex ministro dell’Interno era utile soltanto a generare paura tra gli italiani e ostilità nella Ue. Risposte concrete: zero.
Per capire cosa è davvero accaduto nell’ultimo anno è allora doveroso partire dagli accordi siglati nell’estate del 2018. Il primo in particolare, quello del 29 giugno. In cui, incredibilmente l’Italia si piegava alle esigenze dei nostri nuovi alleati - per il capo leghista dei veri e propri punti di riferimenti - ossia i leader populisti e sovranisti di Visegrad. Fu accettato il principio della volontarietà - non della obbligatorietà - nella redist…
Per capire cosa è davvero accaduto nell’ultimo anno è allora doveroso partire dagli accordi siglati nell’estate del 2018. Il primo in particolare, quello del 29 giugno. In cui, incredibilmente l’Italia si piegava alle esigenze dei nostri nuovi alleati - per il capo leghista dei veri e propri punti di riferimenti - ossia i leader populisti e sovranisti di Visegrad. Fu accettato il principio della volontarietà - non della obbligatorietà - nella redist…
L’accordo siglato ieri a Malta rappresenta un primo passo avanti rispetto alla gestione comunitaria della questione immigrazione, ma soprattutto costituisce la più grande sconfitta del sovranismo italiano e del salvinismo. La delegittimazione di quattordici mesi di propaganda senza soluzioni. La dimostrazione che la linea seguita dall’ex ministro dell’Interno era utile soltanto a generare paura tra gli italiani e ostilità nella Ue. Risposte concrete: zero.
Per capire cosa è davvero accaduto nell’ultimo anno è allora doveroso partire dagli accordi siglati nell’estate del 2018. Il primo in particolare, quello del 29 giugno. In cui, incredibilmente l’Italia si piegava alle esigenze dei nostri nuovi alleati - per il capo leghista dei veri e propri punti di riferimenti - ossia i leader populisti e sovranisti di Visegrad. Fu accettato il principio della volontarietà - non della obbligatorietà - nella redistribuzione dei migranti.
Ecco, il patto sottoscritto ieri riporta le lancette indietro di 15 mesi: al tempo della ragionevolezza. Perché il punto è proprio questo: in una qualsiasi associazione come in una grande alleanza internazionale, i soci possono contare sulla mutua e reciproca assistenza se rispettano le regole. Se le decisioni vengono assunte con la forza del dialogo e non con quella di una presunta prestanza. Il nostro Paese nell’ultimo anno ha scelto di farsi abbandonare dall’Europa.
Salvini ha imboccato sistematicamente la strada della propaganda, anziché quella pragmatica ma faticosa delle effettive risoluzioni. Sbattere i pugni sul tavolo, in particolare quando ci si trova in una situazione di debolezza o minorità, non è mai conveniente. Può essere al massimo un enorme diversivo, una forma di distrazione di massa. Ma niente di più. Anche in questo caso c’è un dato che va rilevato: tutte le imbarcazioni (con un’unica eccezione), soprattutto delle Ong, bloccate in un primo momento dall’ex ministro al grido “porti chiusi”, sono alla fine regolarmente approdate alle nostre banchine. E i migranti sono tutti entrati nel territorio italiano. Lo hanno fatto dopo inutili e disumane sofferenze. Ma lo hanno fatto. Il resto era propaganda. Altro esempio: nei diciotto mesi precedenti l’avvento leghista al Viminale, l’Italia aveva proceduto alla ricollocazione concordata di 11500 migranti. Nell’ultimo anno, la nebbia: numeri da prefisso telefonico.
L’accordo di Malta è dunque una sorta di riduzione in pristino di quell’edificio oscuro costruito dal governo gialloverde. I suoi contenuti, certo, andranno verificati. Si tratta di una intesa preliminare che riguarda solo 4 partner. Tre dei quali, però, rappresentano i Paesi maggiori per popolazione ed economia nell’Unione. Tuttavia questa prima forma di cooperazione rafforzata introduce un principio che mai era stato accettato: quello del confine europeo. Chi sbarca a Lampedusa, non mette piede in Italia bensì in Europa. Le donne, gli uomini e bambini che verrano ricollocati, saranno amministrati esclusivamente dai Paesi di ultimo approdo. Saranno questi a valutare il diritto a rimanere o a ottenere l’ asilo, ed eventualmente a farsi carico del rimpatrio.
La modifica della Convenzione di Dublino resta al momento una chimera. Per correggerla serve l’unanimità e in tempi brevi sarà difficile convincere, ad esempio, l’Ungheria di Orban.
Semmai, sarà bene concentrarsi sulle misure successive. Se questa intesa vale solo per i soccorsi delle Ong e delle navi militari e non per gli approdi autonomi (i cosiddetti barconi o barchini), probabilmente sarà indispensabile capire come affrontare questo aspetto del problema. Prima l’Europa aveva approntato la missione Sophia. Va riattivata? Va assegnato un compito nuovo alla Guardia costiera italiana? Di certo se l’Europa entra in gioco, dovrà farlo anche a tutela delle decisioni prese. A cominciare da una posizione unitaria sulla Libia. Il nostro Paese ha ormai perso nell’ultimo anno la leadership diplomatica nei rapporti con Tripoli, deve riconquistarla. Ma può farlo solo con il sostegno di Bruxelles. Basti pensare che Salvini è riuscito persino nell’impresa di fermare i rimpatri assistiti dalla Libia che fino al giugno dello scorso anno avevano riportato oltre 25 mila persone nelle rispettive patrie. In ogni caso fin quando l’Ue non prenderà atto che ogni soluzione ha origine nel rapporto cruciale con l’Africa, tutti gli accordi saranno evanescenti. E le pubbliche opinioni europee continueranno a essere esposte alla tentazione dei vari sovranismi.
Per capire cosa è davvero accaduto nell’ultimo anno è allora doveroso partire dagli accordi siglati nell’estate del 2018. Il primo in particolare, quello del 29 giugno. In cui, incredibilmente l’Italia si piegava alle esigenze dei nostri nuovi alleati - per il capo leghista dei veri e propri punti di riferimenti - ossia i leader populisti e sovranisti di Visegrad. Fu accettato il principio della volontarietà - non della obbligatorietà - nella redistribuzione dei migranti.
Ecco, il patto sottoscritto ieri riporta le lancette indietro di 15 mesi: al tempo della ragionevolezza. Perché il punto è proprio questo: in una qualsiasi associazione come in una grande alleanza internazionale, i soci possono contare sulla mutua e reciproca assistenza se rispettano le regole. Se le decisioni vengono assunte con la forza del dialogo e non con quella di una presunta prestanza. Il nostro Paese nell’ultimo anno ha scelto di farsi abbandonare dall’Europa.
Salvini ha imboccato sistematicamente la strada della propaganda, anziché quella pragmatica ma faticosa delle effettive risoluzioni. Sbattere i pugni sul tavolo, in particolare quando ci si trova in una situazione di debolezza o minorità, non è mai conveniente. Può essere al massimo un enorme diversivo, una forma di distrazione di massa. Ma niente di più. Anche in questo caso c’è un dato che va rilevato: tutte le imbarcazioni (con un’unica eccezione), soprattutto delle Ong, bloccate in un primo momento dall’ex ministro al grido “porti chiusi”, sono alla fine regolarmente approdate alle nostre banchine. E i migranti sono tutti entrati nel territorio italiano. Lo hanno fatto dopo inutili e disumane sofferenze. Ma lo hanno fatto. Il resto era propaganda. Altro esempio: nei diciotto mesi precedenti l’avvento leghista al Viminale, l’Italia aveva proceduto alla ricollocazione concordata di 11500 migranti. Nell’ultimo anno, la nebbia: numeri da prefisso telefonico.
L’accordo di Malta è dunque una sorta di riduzione in pristino di quell’edificio oscuro costruito dal governo gialloverde. I suoi contenuti, certo, andranno verificati. Si tratta di una intesa preliminare che riguarda solo 4 partner. Tre dei quali, però, rappresentano i Paesi maggiori per popolazione ed economia nell’Unione. Tuttavia questa prima forma di cooperazione rafforzata introduce un principio che mai era stato accettato: quello del confine europeo. Chi sbarca a Lampedusa, non mette piede in Italia bensì in Europa. Le donne, gli uomini e bambini che verrano ricollocati, saranno amministrati esclusivamente dai Paesi di ultimo approdo. Saranno questi a valutare il diritto a rimanere o a ottenere l’ asilo, ed eventualmente a farsi carico del rimpatrio.
La modifica della Convenzione di Dublino resta al momento una chimera. Per correggerla serve l’unanimità e in tempi brevi sarà difficile convincere, ad esempio, l’Ungheria di Orban.
Semmai, sarà bene concentrarsi sulle misure successive. Se questa intesa vale solo per i soccorsi delle Ong e delle navi militari e non per gli approdi autonomi (i cosiddetti barconi o barchini), probabilmente sarà indispensabile capire come affrontare questo aspetto del problema. Prima l’Europa aveva approntato la missione Sophia. Va riattivata? Va assegnato un compito nuovo alla Guardia costiera italiana? Di certo se l’Europa entra in gioco, dovrà farlo anche a tutela delle decisioni prese. A cominciare da una posizione unitaria sulla Libia. Il nostro Paese ha ormai perso nell’ultimo anno la leadership diplomatica nei rapporti con Tripoli, deve riconquistarla. Ma può farlo solo con il sostegno di Bruxelles. Basti pensare che Salvini è riuscito persino nell’impresa di fermare i rimpatri assistiti dalla Libia che fino al giugno dello scorso anno avevano riportato oltre 25 mila persone nelle rispettive patrie. In ogni caso fin quando l’Ue non prenderà atto che ogni soluzione ha origine nel rapporto cruciale con l’Africa, tutti gli accordi saranno evanescenti. E le pubbliche opinioni europee continueranno a essere esposte alla tentazione dei vari sovranismi.