Deputati e voto, il grande equivoco
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIA breve si realizzerà il taglio dei parlamentari senza nemmeno aver abbozzato una legge elettorale appropriata, applicabile in caso di ritorno imprevisto alle urne
Contestato dal gruppo del Senato e messo sotto pressione come mai era accaduto finora, Di Maio si aggrappa a quel che può. Da New York ha ricordato di essere impegnato nella riduzione dei parlamentari (345 tra Camera e Senato) e ha invitato il Pd a mantenere gli impegni, ossia a sostenere la quarta e ultima lettura del testo costituzionale. Di fatto l’ha avuta vinta perché Montecitorio si esprimerà l’8 ottobre. La vicenda è emblematica del modo approssimativo con cui il duopolio al governo procede su un tema che richiederebbe la massima sensibilità istituzionale. Stipulato allo scopo prioritario di scansare le elezioni, il patto tra Cinquestelle e Pd si trova a fronteggiare un passaggio impegnativo qual è il taglio di circa un terzo dei parlamentari della Repubblica. Riforma mal concepita e che piace quasi a nessuno, salvo ai “grillini” dai quali è stata trasformata nell’ultima bandiera anticasta, intrisa d…
Contestato dal gruppo del Senato e messo sotto pressione come mai era accaduto finora, Di Maio si aggrappa a quel che può. Da New York ha ricordato di essere impegnato nella riduzione dei parlamentari (345 tra Camera e Senato) e ha invitato il Pd a mantenere gli impegni, ossia a sostenere la quarta e ultima lettura del testo costituzionale. Di fatto l’ha avuta vinta perché Montecitorio si esprimerà l’8 ottobre. La vicenda è emblematica del modo approssimativo con cui il duopolio al governo procede su un tema che richiederebbe la massima sensibilità istituzionale. Stipulato allo scopo prioritario di scansare le elezioni, il patto tra Cinquestelle e Pd si trova a fronteggiare un passaggio impegnativo qual è il taglio di circa un terzo dei parlamentari della Repubblica. Riforma mal concepita e che piace quasi a nessuno, salvo ai “grillini” dai quali è stata trasformata nell’ultima bandiera anticasta, intrisa di un disprezzo appena dissimulato verso l’istituto parlamentare.
Sta di fatto che il movimento è riuscito a ottenere tre voti favorevoli su quattro, senza che nessuno si sia posto il problema degli scompensi che l’improvvisa sforbiciata provocherà. Solo di recente ci si è accorti che l’attuale legge elettorale, il “Rosatellum”, non è funzionale al nuovo assetto per la semplice ragione che non garantisce un’equilibrata rappresentanza popolare in tutto il territorio nazionale. Di qui la spinta a immaginare un nuovo sistema proporzionale, eliminando la porzione di maggioritario contenuto nella legge vigente. Ed è ancora qui che l’eterna diatriba sulla riforma s’intreccia con il gioco politico in atto. Da un lato Di Maio in affanno che ha bisogno dello scalpo dei 345 deputati e senatori per rilanciarsi. Dall’altro il Pd che glielo concede pur senza essere convinto. In mezzo c’è Renzi che ha messo in piedi il suo partito, Italia Viva, fidando — senza mai ammetterlo — nella deriva ineluttabile verso il proporzionale, lo schema che gli permetterà in futuro la massima rendita di posizione.
Sull’altro versante, nel centrodestra, vediamo Salvini che si batte per un referendum da cui dovrebbe scaturire un maggioritario “all’americana”, senza rendersi conto che un simile progetto non solo non è condiviso dal suo riluttante alleato, Berlusconi, ma con ragionevole certezza non otterrebbe mai il via libera della Corte Costituzionale. Salvini bada al sodo, cioè a far fruttare al massimo il suo consenso, tuttavia è vero che soprattutto a sinistra i nostalgici della “vocazione maggioritaria”, da Prodi a Veltroni, sono ancora numerosi e li si può capire, visto che si tratta della pietra angolare da cui nacque l’Ulivo e lo stesso Pd. L’attrito degli anti-proporzionalisti è sufficiente a complicare le cose. Anche perché al vertice del Pd si preferisce aspettare prima di agevolare il piano politico di Renzi. Aspettare cosa? Intanto c’è da verificare come andrà il voto in Umbria, prima scommessa del blocco elettorale con i 5S. E poi si guarderà all’Emilia-Romagna, dove peraltro l’intesa è molto più difficile. Solo allora si penserà a sciogliere l’ennesimo nodo della riforma elettorale. Il che significa che tra pochi giorni si realizzerà il taglio dei parlamentari senza nemmeno aver abbozzato una legge elettorale appropriata, applicabile in caso di ritorno imprevisto alle urne. Un pericoloso pasticcio istituzionale.
Sta di fatto che il movimento è riuscito a ottenere tre voti favorevoli su quattro, senza che nessuno si sia posto il problema degli scompensi che l’improvvisa sforbiciata provocherà. Solo di recente ci si è accorti che l’attuale legge elettorale, il “Rosatellum”, non è funzionale al nuovo assetto per la semplice ragione che non garantisce un’equilibrata rappresentanza popolare in tutto il territorio nazionale. Di qui la spinta a immaginare un nuovo sistema proporzionale, eliminando la porzione di maggioritario contenuto nella legge vigente. Ed è ancora qui che l’eterna diatriba sulla riforma s’intreccia con il gioco politico in atto. Da un lato Di Maio in affanno che ha bisogno dello scalpo dei 345 deputati e senatori per rilanciarsi. Dall’altro il Pd che glielo concede pur senza essere convinto. In mezzo c’è Renzi che ha messo in piedi il suo partito, Italia Viva, fidando — senza mai ammetterlo — nella deriva ineluttabile verso il proporzionale, lo schema che gli permetterà in futuro la massima rendita di posizione.
Sull’altro versante, nel centrodestra, vediamo Salvini che si batte per un referendum da cui dovrebbe scaturire un maggioritario “all’americana”, senza rendersi conto che un simile progetto non solo non è condiviso dal suo riluttante alleato, Berlusconi, ma con ragionevole certezza non otterrebbe mai il via libera della Corte Costituzionale. Salvini bada al sodo, cioè a far fruttare al massimo il suo consenso, tuttavia è vero che soprattutto a sinistra i nostalgici della “vocazione maggioritaria”, da Prodi a Veltroni, sono ancora numerosi e li si può capire, visto che si tratta della pietra angolare da cui nacque l’Ulivo e lo stesso Pd. L’attrito degli anti-proporzionalisti è sufficiente a complicare le cose. Anche perché al vertice del Pd si preferisce aspettare prima di agevolare il piano politico di Renzi. Aspettare cosa? Intanto c’è da verificare come andrà il voto in Umbria, prima scommessa del blocco elettorale con i 5S. E poi si guarderà all’Emilia-Romagna, dove peraltro l’intesa è molto più difficile. Solo allora si penserà a sciogliere l’ennesimo nodo della riforma elettorale. Il che significa che tra pochi giorni si realizzerà il taglio dei parlamentari senza nemmeno aver abbozzato una legge elettorale appropriata, applicabile in caso di ritorno imprevisto alle urne. Un pericoloso pasticcio istituzionale.