Fine vita: il diritto e la misericordia
Luigi Manconi , di LUIGI MANCONIDopo la sentenza della Consulta sul suicidio assistito il Parlamento non potrà più sottrarsi al compito più alto e ineludibile della politica: comporre valori in apparenza non conciliabili, trovando l’intesa intorno a regole essenziali che non mortifichino i principi di alcuna delle componenti della società
La Corte Costituzionale ha fatto ricorso a quel “supplemento di saggezza” che Papa Francesco (nel Novembre 2017) aveva raccomandato come virtù indispensabile per trattare con la necessaria delicatezza le complesse problematiche relative al “fine vita”. Nessun tentativo, come si dirà, di “annettere il Papa”, bensì la consapevolezza, che dovrebbe essere di tutti, della necessità di un approccio che sappia combinare tutela dei principi e senso di umanità, le differenti opzioni presenti nella società e la virtù, non solo cristiana, della misericordia. La Consulta ha affrontato la questione con le argomentazioni e i termini che le sono propri. Ma nella sentenza di ieri non si coglie solo la più fondata e lungimirante interpretazione del dettato costituzionale, alla luce delle grandi trasformazioni avvenute nelle scienze biomediche e nella sensibilità collettiva. Si intuisce anche, in quella s…
La Corte Costituzionale ha fatto ricorso a quel “supplemento di saggezza” che Papa Francesco (nel Novembre 2017) aveva raccomandato come virtù indispensabile per trattare con la necessaria delicatezza le complesse problematiche relative al “fine vita”. Nessun tentativo, come si dirà, di “annettere il Papa”, bensì la consapevolezza, che dovrebbe essere di tutti, della necessità di un approccio che sappia combinare tutela dei principi e senso di umanità, le differenti opzioni presenti nella società e la virtù, non solo cristiana, della misericordia. La Consulta ha affrontato la questione con le argomentazioni e i termini che le sono propri. Ma nella sentenza di ieri non si coglie solo la più fondata e lungimirante interpretazione del dettato costituzionale, alla luce delle grandi trasformazioni avvenute nelle scienze biomediche e nella sensibilità collettiva. Si intuisce anche, in quella sentenza, l’elemento “umano troppo umano” suggerito dalla coscienza della fragilità del corpo, provato dalle patologie, e della crisi di senso indotta nell’individuo dalla prossimità della morte.
Nella decisione della Corte Costituzionale niente di quanto paventato da taluni ambienti cattolici: nessun “via libera all’eutanasia” e nemmeno quel “piano inclinato” che, secondo i critici apocalittici, porterebbe inevitabilmente a una società necrofila, dove la vita umana sarebbe considerata secondo parametri solo economicistici (parole del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinal Bassetti). All’opposto, la Consulta precisa che il suo intervento nasce, tra l’altro, dalla necessità “di evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili”. E, di conseguenza, ha ribadito quanto già anticipato, precisando le rigorose condizioni che consentono di ritenere “non punibile” chi assista il paziente che abbia maturato “autonomamente e liberamente” il proposito di togliersi la vita. Ovvero “una patologia irreversibile” che sia causa di “sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili per il malato”; in grado di sopravvivere solo attraverso “trattamenti di sostegno vitale”, ma capace comunque di “prendere decisioni libere e consapevoli”.
Con ciò la Corte Costituzionale ha realizzato un’operazione di verità e di affermazione del senso profondo e autentico del diritto, dichiarando l’incostituzionalità dell’equiparazione (voluta dal codice Rocco del 1930) di due fattispecie penali diverse, quali l’istigazione al suicidio e l’aiuto alla sua attuazione.
La Consulta segnala, inoltre, che le condizioni indicate sono “desunte da norme già presenti nell’ordinamento”: quelle relative al consenso informato, alle cure palliative e alla sedazione profonda continua (queste ultime due tra le più intelligenti riforme prodotte dai governi di centro-sinistra). Altra questione fondamentale: da subito si dichiara l’urgenza di un “indispensabile intervento del legislatore” che consenta la verifica sia delle condizioni richieste, che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Sistema Sanitario Nazionale.
Il che significa, molto semplicemente, che il Parlamento, non potrà più sottrarsi, per pusillanimità o per opportunismo, ricorrendo all’orribile formula di “questioni eticamente sensibili” o celandosi dietro “valori non negoziabili”, al compito più alto e ineludibile della politica. Comporre, cioè, valori in apparenza non conciliabili, trovando l’intesa intorno a regole essenziali che non mortifichino i principi di alcuna delle componenti della società nazionale. Funzione prioritaria della politica è, appunto, quella di trovare un terreno comune, dove tutti i valori, comunque ispirati a un bene comune, siano negoziabili. Certo, indispensabile, quel “supplemento di saggezza” di cui ha parlato papa Francesco e del quale difettano spesso sia i sostenitori di una tesi, sia i sostenitori dell’altra. La cultura laica ha imparato molto da quella cattolica negli ultimi anni. Per esempio, il concetto che la “vita degna di essere vissuta” non può essere misurata con parametri economici o consumistici, utilitaristici o agonistici; e che, dunque, può esservi “vita degna” anche in chi ha perso gran parte delle proprie facoltà e della propria vitalità. E che, anche in quelle condizioni, l’esistenza del malato può trovare un senso e una finalità. Ma, allo stesso tempo, la dignità non è un’evocazione retorica, come molto oscurantismo religioso pretende: nella decadenza dell’organismo fisico e della sensibilità cognitiva e spirituale c’è una forma di degrado che umilia l’identità della persona, così come è difficile immaginare qualcosa di più oltraggioso di quei suicidi disperati, messi in atto da chi non trova altra possibilità di sottrarsi al dolore se non buttandosi giù da una finestra. Rispetto a tutto ciò la determinazione con cui, finalmente, il magistero della Chiesa si pronuncia contro l’accanimento terapeutico è essenziale e tuttavia non sufficiente. Sarebbe davvero sciocco, oltre che contro producente, tirare per la veste talare il Papa e contrapporlo ai suoi vescovi, eppure il suo linguaggio è talmente diverso da far immaginare un pensiero, magari non ancora una dottrina, differente da quello delle gerarchie. Sempre nel discorso del Novembre 2017 papa Francesco disse «è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona».
E si fatica a trovare in quelle parole l’eco di frasi come “la vita è un dovere” e il suicidio “è un atto di egoismo” (ancora il cardinale Bassetti). Guai, ripeto, a interferire con un dibattito drammatico per la stessa Chiesa. Guai a strumentalizzare e a piegare a interessi mondani ciò che richiede massimo rispetto. Detto questo, è difficile non osservare come nel corso dei decenni si sia manifestata una notevole distanza tra la dottrina della Chiesa, i suoi principi ispiratori, le sue enunciazioni teorico-teologiche e la pastorale nella sua concreta relazione tra sacerdoti e fedeli. Sorprendentemente, è stata la prima, in più di una circostanza, a rivelarsi maggiormente innovativa e coraggiosa. Va ricordato che era il 1957 quando Pio XII rivolgendosi al Congresso nazionale della Società italiana di anestesiologia, così affermava: «l`uso dei narcotici per morenti o malati in pericolo di morte è lecito anche se l`attenuazione del dolore renderà più breve la vita».
Infine, se la sentenza della Consulta ha detto cose buone e giuste con simile limpidezza, il merito è tutto della stessa Consulta, della sua indipendenza e intelligenza. Ma sarebbe davvero ingiusto trascurare il ruolo che ha avuto in questa vicenda l’Associazione Luca Coscioni.
La cribbiosa tenacia dei suoi dirigenti, in particolare Filomena Gallo e Marco Cappato, la loro sagacia politica e la loro competenza, unite a una passione senza titubanze e senza fanatismi, ha consentito ancora una volta che la minoranza radicale contribuisse in maniera determinante a un successo che va a vantaggio della maggioranza dei cittadini.
Nella decisione della Corte Costituzionale niente di quanto paventato da taluni ambienti cattolici: nessun “via libera all’eutanasia” e nemmeno quel “piano inclinato” che, secondo i critici apocalittici, porterebbe inevitabilmente a una società necrofila, dove la vita umana sarebbe considerata secondo parametri solo economicistici (parole del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinal Bassetti). All’opposto, la Consulta precisa che il suo intervento nasce, tra l’altro, dalla necessità “di evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili”. E, di conseguenza, ha ribadito quanto già anticipato, precisando le rigorose condizioni che consentono di ritenere “non punibile” chi assista il paziente che abbia maturato “autonomamente e liberamente” il proposito di togliersi la vita. Ovvero “una patologia irreversibile” che sia causa di “sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili per il malato”; in grado di sopravvivere solo attraverso “trattamenti di sostegno vitale”, ma capace comunque di “prendere decisioni libere e consapevoli”.
Con ciò la Corte Costituzionale ha realizzato un’operazione di verità e di affermazione del senso profondo e autentico del diritto, dichiarando l’incostituzionalità dell’equiparazione (voluta dal codice Rocco del 1930) di due fattispecie penali diverse, quali l’istigazione al suicidio e l’aiuto alla sua attuazione.
La Consulta segnala, inoltre, che le condizioni indicate sono “desunte da norme già presenti nell’ordinamento”: quelle relative al consenso informato, alle cure palliative e alla sedazione profonda continua (queste ultime due tra le più intelligenti riforme prodotte dai governi di centro-sinistra). Altra questione fondamentale: da subito si dichiara l’urgenza di un “indispensabile intervento del legislatore” che consenta la verifica sia delle condizioni richieste, che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Sistema Sanitario Nazionale.
Il che significa, molto semplicemente, che il Parlamento, non potrà più sottrarsi, per pusillanimità o per opportunismo, ricorrendo all’orribile formula di “questioni eticamente sensibili” o celandosi dietro “valori non negoziabili”, al compito più alto e ineludibile della politica. Comporre, cioè, valori in apparenza non conciliabili, trovando l’intesa intorno a regole essenziali che non mortifichino i principi di alcuna delle componenti della società nazionale. Funzione prioritaria della politica è, appunto, quella di trovare un terreno comune, dove tutti i valori, comunque ispirati a un bene comune, siano negoziabili. Certo, indispensabile, quel “supplemento di saggezza” di cui ha parlato papa Francesco e del quale difettano spesso sia i sostenitori di una tesi, sia i sostenitori dell’altra. La cultura laica ha imparato molto da quella cattolica negli ultimi anni. Per esempio, il concetto che la “vita degna di essere vissuta” non può essere misurata con parametri economici o consumistici, utilitaristici o agonistici; e che, dunque, può esservi “vita degna” anche in chi ha perso gran parte delle proprie facoltà e della propria vitalità. E che, anche in quelle condizioni, l’esistenza del malato può trovare un senso e una finalità. Ma, allo stesso tempo, la dignità non è un’evocazione retorica, come molto oscurantismo religioso pretende: nella decadenza dell’organismo fisico e della sensibilità cognitiva e spirituale c’è una forma di degrado che umilia l’identità della persona, così come è difficile immaginare qualcosa di più oltraggioso di quei suicidi disperati, messi in atto da chi non trova altra possibilità di sottrarsi al dolore se non buttandosi giù da una finestra. Rispetto a tutto ciò la determinazione con cui, finalmente, il magistero della Chiesa si pronuncia contro l’accanimento terapeutico è essenziale e tuttavia non sufficiente. Sarebbe davvero sciocco, oltre che contro producente, tirare per la veste talare il Papa e contrapporlo ai suoi vescovi, eppure il suo linguaggio è talmente diverso da far immaginare un pensiero, magari non ancora una dottrina, differente da quello delle gerarchie. Sempre nel discorso del Novembre 2017 papa Francesco disse «è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona».
E si fatica a trovare in quelle parole l’eco di frasi come “la vita è un dovere” e il suicidio “è un atto di egoismo” (ancora il cardinale Bassetti). Guai, ripeto, a interferire con un dibattito drammatico per la stessa Chiesa. Guai a strumentalizzare e a piegare a interessi mondani ciò che richiede massimo rispetto. Detto questo, è difficile non osservare come nel corso dei decenni si sia manifestata una notevole distanza tra la dottrina della Chiesa, i suoi principi ispiratori, le sue enunciazioni teorico-teologiche e la pastorale nella sua concreta relazione tra sacerdoti e fedeli. Sorprendentemente, è stata la prima, in più di una circostanza, a rivelarsi maggiormente innovativa e coraggiosa. Va ricordato che era il 1957 quando Pio XII rivolgendosi al Congresso nazionale della Società italiana di anestesiologia, così affermava: «l`uso dei narcotici per morenti o malati in pericolo di morte è lecito anche se l`attenuazione del dolore renderà più breve la vita».
Infine, se la sentenza della Consulta ha detto cose buone e giuste con simile limpidezza, il merito è tutto della stessa Consulta, della sua indipendenza e intelligenza. Ma sarebbe davvero ingiusto trascurare il ruolo che ha avuto in questa vicenda l’Associazione Luca Coscioni.
La cribbiosa tenacia dei suoi dirigenti, in particolare Filomena Gallo e Marco Cappato, la loro sagacia politica e la loro competenza, unite a una passione senza titubanze e senza fanatismi, ha consentito ancora una volta che la minoranza radicale contribuisse in maniera determinante a un successo che va a vantaggio della maggioranza dei cittadini.