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(ansa)

Ma la crescita va finanziata

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Le prime scelte di politica economica annunciate ieri sera dal governo Conte-bis sono nel segno di una sostanziale - anche se forse obbligata - immobilità. Le condizioni esterne non sono negative. La Commissione europea si prepara ad approvare una flessibilità di oltre 14 miliardi per i conti pubblici italiani e un deficit al 2,2% del Pil; sui mercati finanziari lo spread naviga ormai da settimane nella bonaccia dei 140 punti. Ma nonostante questo quadro favorevole prevale il compromesso e non si vede il segno di azioni decise.

La scelta di non aumentare in alcun modo l'Iva e il conseguente effetto di intervenire al minimo sulla riduzione del cuneo fiscale (le tasse che pesano sul lavoro), così come il rituale richiamo a una grande lotta all'evasione fiscale ancora tutta da avviare, prevedendo più di 7 miliardi di recupero di tasse da questo capitolo, sono segnali deboli di un governo che sente sul collo il fiato della Lega e l'incubo di nuove …
Le prime scelte di politica economica annunciate ieri sera dal governo Conte-bis sono nel segno di una sostanziale - anche se forse obbligata - immobilità. Le condizioni esterne non sono negative. La Commissione europea si prepara ad approvare una flessibilità di oltre 14 miliardi per i conti pubblici italiani e un deficit al 2,2% del Pil; sui mercati finanziari lo spread naviga ormai da settimane nella bonaccia dei 140 punti. Ma nonostante questo quadro favorevole prevale il compromesso e non si vede il segno di azioni decise.

La scelta di non aumentare in alcun modo l'Iva e il conseguente effetto di intervenire al minimo sulla riduzione del cuneo fiscale (le tasse che pesano sul lavoro), così come il rituale richiamo a una grande lotta all'evasione fiscale ancora tutta da avviare, prevedendo più di 7 miliardi di recupero di tasse da questo capitolo, sono segnali deboli di un governo che sente sul collo il fiato della Lega e l'incubo di nuove elezioni.

Il rischio che era apparso evidente già in estate con la formazione della nuova maggioranza parlamentare si è fatto realtà concreta nelle ultime 48 ore con l'approvazione della nota di aggiornamento al Def, in pratica l'indirizzo di finanza pubblica per i prossimi anni. Le spinte politiche diverse, se non opposte, della nuova maggioranza, tenute assieme solo dall'interesse contingente di evitare il voto, hanno finito per annullarsi e hanno confinato in spazi angusti l'azione di governo. Un rischio che la disinvolta operazione scissionista di Renzi ha aumentato ulteriormente: lo testimonia il fatto che le polemiche più feroci sull'aumento o meno dell'Iva sono state proprio tra i renziani - convinti che facendo salire l'imposta si sarebbe data una formidabile arma in mano a Salvini - e il loro ex partito che voleva invece investire con forza sulla riduzione del cuneo fiscale, per aumentare lo stipendio dei lavoratori dipendenti con redditi più bassi, anche a costo di aumentare l'Iva.

La coperta, non è un modo di dire, è davvero corta. Per gli impegni presi da anni dall'Italia con la Commissione europea anche nel 2020 bisognerà risparmiare 23 miliardi, pena appunto un aumento dell'Iva. È una sorta di clausola assicurativa che ci è stata chiesta fin dal 2011: se il governo non si muove per tagliare le spese e aumentare le entrate intervengono le clausole automatiche. Con questo vincolo, con la necessità di ridurre il debito pubblico e con un Pil che non cresce - la previsione del governo per il prossimo anno è un aumento dello 0,6%, ma l'Ocse si ferma allo 0,4% - trovare nel bilancio pubblico le risorse per aiutare la crescita è allo stesso tempo difficile e più che mai necessario.

Stretto fra tre azionisti litigiosi la strategia di sopravvivenza di Conte e del suo esecutivo bis può facilmente diventare quella di muoversi e muovere il meno possibile; lasciando fermo anche ciò che andrebbe modificato. Non è una prospettiva che nel lungo termine l'Italia si può permettere. La coperta sarà anche corta, ma se non si tira da qualche parte - accettando il rischio che chi rimane scoperto si lamenti - l'effetto "espansivo" di qualsiasi manovra di bilancio rimarrà ancora più limitato di quello che impongono i numeri.