Se Xi va a lezione da Mao
Ian Buruma , di IAN BURUMAIl governo tenta di schiacciare le organizzazioni cinesi che operano con autonomia perché i dogmi che fanno concorrenza all’ortodossia dello Stato sono considerati sovversivi
Il primo ottobre del 1949, quando il presidente Mao Zedong si affacciò su piazza Tienanmen per proclamare la fondazione della Repubblica popolare cinese, milioni di patrioti esultarono. L’annuncio fu accolto con gioia anche da molti cinesi che pur non essendo comunisti erano felici del fatto che il Paese, per anni umiliato dalle potenze straniere, vittima della violenta occupazione giapponese e segnato da una sanguinosa guerra civile, si fosse unificato.
Per la prima volta in cento anni i cinesi ritrovavano la loro dignità. E il merito veniva riconosciuto soprattutto a Mao.
Molti di quei patrioti con il tempo dovettero ricredersi: oltre a tutti i “nemici di classe”, Mao prese di mira chiunque non seguisse servilmente le sue volontà, e scatenò contro lo stesso popolo una violenza superiore a quella che era stata esercitata dai giapponesi. La Rivoluzione culturale, durante la quale si ritiene che sino a un milione e mezzo di cinesi persero…
Per la prima volta in cento anni i cinesi ritrovavano la loro dignità. E il merito veniva riconosciuto soprattutto a Mao.
Molti di quei patrioti con il tempo dovettero ricredersi: oltre a tutti i “nemici di classe”, Mao prese di mira chiunque non seguisse servilmente le sue volontà, e scatenò contro lo stesso popolo una violenza superiore a quella che era stata esercitata dai giapponesi. La Rivoluzione culturale, durante la quale si ritiene che sino a un milione e mezzo di cinesi persero…
Il primo ottobre del 1949, quando il presidente Mao Zedong si affacciò su piazza Tienanmen per proclamare la fondazione della Repubblica popolare cinese, milioni di patrioti esultarono. L’annuncio fu accolto con gioia anche da molti cinesi che pur non essendo comunisti erano felici del fatto che il Paese, per anni umiliato dalle potenze straniere, vittima della violenta occupazione giapponese e segnato da una sanguinosa guerra civile, si fosse unificato.
Per la prima volta in cento anni i cinesi ritrovavano la loro dignità. E il merito veniva riconosciuto soprattutto a Mao.
Molti di quei patrioti con il tempo dovettero ricredersi: oltre a tutti i “nemici di classe”, Mao prese di mira chiunque non seguisse servilmente le sue volontà, e scatenò contro lo stesso popolo una violenza superiore a quella che era stata esercitata dai giapponesi. La Rivoluzione culturale, durante la quale si ritiene che sino a un milione e mezzo di cinesi persero la vita, non fu che l’ultima delle sue purghe.
Eppure, l’unificazione della Cina e il ripristino dell’orgoglio nazionale rimangono per molti cinesi motivo sufficiente per rispettare il ricordo di Mao e, per il Partito comunista, per giustificare il monopolio sul Paese. Il timore di nuovi, violenti disordini viene continuamente alimentato. I propagandisti del Partito non perdono occasione di ripetere che senza il governo comunista la Cina piomberebbe nuovamente nel caos, diventando preda di potenze ostili.
Esistono tuttavia altri motivi per cui il Partito comunista rimane ancora al potere in Cina. Per cominciare, il Partito si è adattato bene al capitalismo. E in considerazione di quanto accaduto in Unione Sovietica all’indomani delle riforme democratiche di Gorbaciov, i governanti cinesi si sono rifiutati di seguirne l’esempio.
Dopo aver brutalmente schiacciato nel 1989 le manifestazioni con cui tanti cinesi reclamavano riforme analoghe, il Partito ha stretto un patto con le classi urbane colte (a cui apparteneva la maggior parte dei dimostranti): in cambio della rinuncia a nuove proteste, il governo monopartitico avrebbe creato delle condizioni adatte a favorire l’arricchimento degli individui.
Il successo del Partito comunista in Cina potrebbe avere una ragione storica più profonda. Il potere imperiale è sempre stato sostenuto da un dogma quasi religioso: in quanto intermediari tra Cielo e Terra, gli imperatori cinesi erano trattati come figure semi divine. Il confucianesimo, che in origine era una filosofia morale oltre che politica, divenne un dogma imposto per instillare ubbidienza nei confronti di qualsiasi figura autoritaria: dai padri di famiglia, ai capi clan, sino all’imperatore.
Forse non era ciò che Confucio, o il suo successore Mengzi immaginavano. Essi avevano a cuore la pratica della virtù nei funzionari-letterati e l’osservanza delle norme etiche. Le recenti proteste di Hong Kong, così come la vivace democrazia taiwanese, dimostrano che i cinesi non sono indissolubilmente legati all’autoritarismo. Ma i loro governanti si sono serviti del confucianesimo per rafforzare la gerarchia sociale e il potere autocratico.
A differenza del Giappone, dove l’autorità imperiale è stata a lungo separata da quella dei samurai, in Cina la separazione tra Chiesa e Stato non si è mai compiuta. Il trono imperiale del Dragone riuniva in sé autorità secolare e autorità sacra. E se muovere delle critiche a un governante che deviava dalla retta norma confuciana era in teoria possibile, nella pratica sarebbe costato la decapitazione.
Per i riformatori moderni è difficile tentare di smantellare o dipanare un sistema così chiuso e basato sull’ortodossia. Limitarsi ad abbattere un regime imperiale non poteva bastare: per attuare una rivoluzione in nome della democrazia, oltre ai sacri governanti sarebbe stato necessario eliminare anche l’ortodossia.
Questo era l’obiettivo principale dei moti del 4 maggio del 1919, quando studenti e intellettuali sfilarono per le strade di Pechino. Il confucianesimo dovette cedere il passo. Per alcuni pensatori cinesi la Scienza divenne un nuovo dogma.
Molti intellettuali furono attratti dal marxismo perché forniva loro un’ortodossia moderna e alternativa a carattere politico e scientifico e con una forte componente morale che permetteva loro di riempire quel vuoto che si era venuto a creare con il tramonto del confucianesimo.
La separazione tra Stato e Chiesa non avvenne nemmeno nel 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Negli anni Sessanta la mancanza di rispetto o la semplice ignoranza del “Libretto rosso” di Mao erano considerate forme di blasfemia punite con la “rieducazione” nei gulag cinesi. Dopo la morte di Mao maoismo e marxismo iniziarono a perdere vigore. Ciò contribuì a creare quello che i cinesi amano descrivere come un “vuoto spirituale”. La conversione al Cristianesimo divenne un modo per riempirlo. Una tendenza a cui i leader di partito guardavano con sgomento.<
Il motivo per cui il governo tenta strenuamente di schiacciare le organizzazioni cinesi che operano con autonomia, sottraendosi al controllo esercitato dal Partito, è che i dogmi che fanno concorrenza all’ortodossia dello Stato sono considerati, per definizione, sovversivi. In Cina le rivoluzioni sono nate spesso come culti religiosi. È un problema che Xi Jinping conosce bene. Ed è per questo che sta tentando di rafforzare il controllo del Partito sull’ideologia e di riproporre il pensiero maoista, mentre nelle università, tra i mass media e su Internet cerca di mettere a tacere il pensiero dei dissidenti.
Xi, però, non è Mao, e non possiede il carisma che potrebbe fare di lui un moderno imperatore.
Per la prima volta in cento anni i cinesi ritrovavano la loro dignità. E il merito veniva riconosciuto soprattutto a Mao.
Molti di quei patrioti con il tempo dovettero ricredersi: oltre a tutti i “nemici di classe”, Mao prese di mira chiunque non seguisse servilmente le sue volontà, e scatenò contro lo stesso popolo una violenza superiore a quella che era stata esercitata dai giapponesi. La Rivoluzione culturale, durante la quale si ritiene che sino a un milione e mezzo di cinesi persero la vita, non fu che l’ultima delle sue purghe.
Eppure, l’unificazione della Cina e il ripristino dell’orgoglio nazionale rimangono per molti cinesi motivo sufficiente per rispettare il ricordo di Mao e, per il Partito comunista, per giustificare il monopolio sul Paese. Il timore di nuovi, violenti disordini viene continuamente alimentato. I propagandisti del Partito non perdono occasione di ripetere che senza il governo comunista la Cina piomberebbe nuovamente nel caos, diventando preda di potenze ostili.
Esistono tuttavia altri motivi per cui il Partito comunista rimane ancora al potere in Cina. Per cominciare, il Partito si è adattato bene al capitalismo. E in considerazione di quanto accaduto in Unione Sovietica all’indomani delle riforme democratiche di Gorbaciov, i governanti cinesi si sono rifiutati di seguirne l’esempio.
Dopo aver brutalmente schiacciato nel 1989 le manifestazioni con cui tanti cinesi reclamavano riforme analoghe, il Partito ha stretto un patto con le classi urbane colte (a cui apparteneva la maggior parte dei dimostranti): in cambio della rinuncia a nuove proteste, il governo monopartitico avrebbe creato delle condizioni adatte a favorire l’arricchimento degli individui.
Il successo del Partito comunista in Cina potrebbe avere una ragione storica più profonda. Il potere imperiale è sempre stato sostenuto da un dogma quasi religioso: in quanto intermediari tra Cielo e Terra, gli imperatori cinesi erano trattati come figure semi divine. Il confucianesimo, che in origine era una filosofia morale oltre che politica, divenne un dogma imposto per instillare ubbidienza nei confronti di qualsiasi figura autoritaria: dai padri di famiglia, ai capi clan, sino all’imperatore.
Forse non era ciò che Confucio, o il suo successore Mengzi immaginavano. Essi avevano a cuore la pratica della virtù nei funzionari-letterati e l’osservanza delle norme etiche. Le recenti proteste di Hong Kong, così come la vivace democrazia taiwanese, dimostrano che i cinesi non sono indissolubilmente legati all’autoritarismo. Ma i loro governanti si sono serviti del confucianesimo per rafforzare la gerarchia sociale e il potere autocratico.
A differenza del Giappone, dove l’autorità imperiale è stata a lungo separata da quella dei samurai, in Cina la separazione tra Chiesa e Stato non si è mai compiuta. Il trono imperiale del Dragone riuniva in sé autorità secolare e autorità sacra. E se muovere delle critiche a un governante che deviava dalla retta norma confuciana era in teoria possibile, nella pratica sarebbe costato la decapitazione.
Per i riformatori moderni è difficile tentare di smantellare o dipanare un sistema così chiuso e basato sull’ortodossia. Limitarsi ad abbattere un regime imperiale non poteva bastare: per attuare una rivoluzione in nome della democrazia, oltre ai sacri governanti sarebbe stato necessario eliminare anche l’ortodossia.
Questo era l’obiettivo principale dei moti del 4 maggio del 1919, quando studenti e intellettuali sfilarono per le strade di Pechino. Il confucianesimo dovette cedere il passo. Per alcuni pensatori cinesi la Scienza divenne un nuovo dogma.
Molti intellettuali furono attratti dal marxismo perché forniva loro un’ortodossia moderna e alternativa a carattere politico e scientifico e con una forte componente morale che permetteva loro di riempire quel vuoto che si era venuto a creare con il tramonto del confucianesimo.
La separazione tra Stato e Chiesa non avvenne nemmeno nel 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Negli anni Sessanta la mancanza di rispetto o la semplice ignoranza del “Libretto rosso” di Mao erano considerate forme di blasfemia punite con la “rieducazione” nei gulag cinesi. Dopo la morte di Mao maoismo e marxismo iniziarono a perdere vigore. Ciò contribuì a creare quello che i cinesi amano descrivere come un “vuoto spirituale”. La conversione al Cristianesimo divenne un modo per riempirlo. Una tendenza a cui i leader di partito guardavano con sgomento.<
Il motivo per cui il governo tenta strenuamente di schiacciare le organizzazioni cinesi che operano con autonomia, sottraendosi al controllo esercitato dal Partito, è che i dogmi che fanno concorrenza all’ortodossia dello Stato sono considerati, per definizione, sovversivi. In Cina le rivoluzioni sono nate spesso come culti religiosi. È un problema che Xi Jinping conosce bene. Ed è per questo che sta tentando di rafforzare il controllo del Partito sull’ideologia e di riproporre il pensiero maoista, mentre nelle università, tra i mass media e su Internet cerca di mettere a tacere il pensiero dei dissidenti.
Xi, però, non è Mao, e non possiede il carisma che potrebbe fare di lui un moderno imperatore.