Il mostro nascosto nel Fisco
Alessandro Penati , di ALESSANDRO PENATI
Obiettivo prioritario della manovra finanziaria è evitare l’aumento delle tasse disattivando le clausole di salvaguardia dell’Iva. Le clausole però sono un’invenzione linguistica per mascherare la nostra incapacità cronica di contenere il trend crescente della spesa corrente, vera causa dell’insostenibilità del debito pubblico. Così, di anno in anno si è rinviato il problema promettendo di controllare la spesa in futuro e impegnandosi ad aumentare l’Iva per rendere credibile la promessa. Disattivare le clausole significa fare oggi quello che non si è fatto in passato in termini di spesa corrente.
Ma davvero questa Finanziaria mette sotto controllo il trend della spesa corrente? Assolutamente no. Il governo infatti “disattiva” le clausole principalmente facendo più debito e contando sulla vittoria nell’annosa guerra all’evasione, anche se l’evasione stimata è prat…
Ma davvero questa Finanziaria mette sotto controllo il trend della spesa corrente? Assolutamente no. Il governo infatti “disattiva” le clausole principalmente facendo più debito e contando sulla vittoria nell’annosa guerra all’evasione, anche se l’evasione stimata è prat…
Obiettivo prioritario della manovra finanziaria è evitare l’aumento delle tasse disattivando le clausole di salvaguardia dell’Iva. Le clausole però sono un’invenzione linguistica per mascherare la nostra incapacità cronica di contenere il trend crescente della spesa corrente, vera causa dell’insostenibilità del debito pubblico. Così, di anno in anno si è rinviato il problema promettendo di controllare la spesa in futuro e impegnandosi ad aumentare l’Iva per rendere credibile la promessa. Disattivare le clausole significa fare oggi quello che non si è fatto in passato in termini di spesa corrente.
Ma davvero questa Finanziaria mette sotto controllo il trend della spesa corrente? Assolutamente no. Il governo infatti “disattiva” le clausole principalmente facendo più debito e contando sulla vittoria nell’annosa guerra all’evasione, anche se l’evasione stimata è praticamente la stessa dal 2011, nonostante i tanti provvedimenti anti-evasione dei sei governi precedenti; ma questo governo, naturalmente, è un’altra cosa. Ci sarà poi il contentino di una riduzione di imposte per qualcuno; e qualche imposta in più per i ricchi.
Controllare la crescita della spesa corrente è diventato politicamente impossibile (i falliti tentativi di spending review lo dimostrano), specie con governi che hanno la speranza di vita tra i più bassi al mondo. Anche se prima o poi diventerà ineludibile. Incapaci di contenere la spesa, e con una stagnazione secolare, diventa impossibile ridurre veramente la pressione fiscale.
La strada giusta sarebbe quella di abbattere le “spese fiscali” (tax expenditure) che tutti i governi passati hanno elargito, per poi restituire automaticamente le maggiori entrare, euro per euro, sotto forma di minori imposte per tutti. Le spese fiscali sono la pletora di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti di imposta agevolativi, riduzioni di aliquote, che nel tempo sono state concesse a specifici interessi. Lo scopo è sempre nobile: diversificazione delle fonti energetiche; ricerca e innovazione; tutela dell’ambiente e degli interessi di rilevanza sociale; valorizzazione del patrimonio artistico e culturale; sostegno dello sviluppo delle imprese, eccetera. Così l’apposita Commissione registra 513 tipologie di spese fiscali per lo Stato, pari a 61 miliardi stimati di minori incassi quest’anno; a cui si aggiungono circa 214 tipologie di spese fiscali per tributi locali (Irap, Tasi, Tari, Tosap, eccetera).
Di fatto, i governi, nessuno escluso, usano le spese fiscali per ricercare il consenso con vere e proprie elargizioni a favore di interessi e gruppi sociali che lo sostengono, nonché per catturare l’attenzione dell’opinione pubblica con annunci ad effetto. Il fascino non troppo discreto delle spese fiscali è che aumentano la spesa corrente, che però non viene contabilizzata in quanto tale perché, nel bilancio dello Stato, le “spese” sono minori entrate; che a loro volta riducono il calcolo numerico della pressione fiscale. A peggiorare le cose, la selva di spese aumenta enormemente la complessità del sistema tributario, rendendo più difficoltoso il contrasto all’evasione.
Una volta concesse, è difficile cancellarle: si toccherebbero gli interessi di pochi, che farebbero sentire la loro protesta, senza alcun percepibile vantaggio per tutti. E il mostro cresce. Quale cittadino sosterrebbe un governo che abolisse la spesa fiscale di 338 milioni a vantaggio dei transfrontalieri con la Svizzera, o i 152 milioni per il riscaldamento in aree geograficamente svantaggiate, o i 146 milioni per le spese funebri, o i 450 milioni per minore Iva dei produttori agricoli, o i 590 milioni per l’elettricità in abitazioni sotto 3kW, o l’1,6 miliardi per il gasolio degli autotrasportatori (e ce ne sono oltre 700 di spese)? Nessuno. Anzi, è probabile che la revoca di uno di tali provvedimenti scateni la solidarietà: se oggi si tocca una spesa fiscale, domani si potrebbe toccare la mia, visto quanto pervasivo è il mostro: tenuto conto che lo stesso soggetto può beneficiare di più provvedimenti, il totale dei benefici è di 124 milioni per le persone fisiche, 3 milioni per le persone giuridiche e 152 mila per le imprese.
Ma un governo lungimirante e coraggioso potrebbe vincere il consenso popolare per una riduzione delle spese fiscali se decidesse di eliminarle in blocco, senza privilegiare interessi e gruppi sociali a lui vicini; a patto di usare automaticamente ogni singolo euro che recupera per abbattere le imposte per tutti. Due esempi estremi per far capire. Ipotizziamo che un governo cancelli di colpo tutte le spese fiscali per l’Ires, i crediti di imposta agevolativi, le imposte di registro, e le accise. Risparmierebbe più o meno 16 miliardi che potrebbe usare per abbattere l’aliquota Ires dal 24% a circa il 15% per tutte le imprese. Non credete che il sostegno della maggioranza degli imprenditori prevarrebbe sulle potreste di alcuni? E se si eliminassero gli oltre 39 miliardi di spese fiscali Irpef si potrebbe quasi azzerare la tassazione per i redditi sotto ai 20.000 euro, beneficando 21 milioni di contribuenti. Si attaccherebbe la crescita della spesa corrente, mascherata da spesa fiscale, abbassando davvero le tasse per la stragrande maggioranza di individui e imprese, e promuovendo la crescita senza aumentare il debito.
Non c’è niente di tutto questo nella manovra finanziaria. Anzi il governo usa le spese fiscali con la vecchia logica della redistribuzione del reddito a favore di qualche interesse: vuole togliere le detrazioni Irpef per chi dichiara al fisco un reddito elevato (ovvero aumenta le tasse a chi già le paga per davvero) per ridurle (una tantum) alla fascia di lavoratori dipendenti a minor reddito. E per il controllo della spesa? Tranquilli, il ministro Gualtieri promette che dopo la manovra partirà una nuova spending review.
Ma davvero questa Finanziaria mette sotto controllo il trend della spesa corrente? Assolutamente no. Il governo infatti “disattiva” le clausole principalmente facendo più debito e contando sulla vittoria nell’annosa guerra all’evasione, anche se l’evasione stimata è praticamente la stessa dal 2011, nonostante i tanti provvedimenti anti-evasione dei sei governi precedenti; ma questo governo, naturalmente, è un’altra cosa. Ci sarà poi il contentino di una riduzione di imposte per qualcuno; e qualche imposta in più per i ricchi.
Controllare la crescita della spesa corrente è diventato politicamente impossibile (i falliti tentativi di spending review lo dimostrano), specie con governi che hanno la speranza di vita tra i più bassi al mondo. Anche se prima o poi diventerà ineludibile. Incapaci di contenere la spesa, e con una stagnazione secolare, diventa impossibile ridurre veramente la pressione fiscale.
La strada giusta sarebbe quella di abbattere le “spese fiscali” (tax expenditure) che tutti i governi passati hanno elargito, per poi restituire automaticamente le maggiori entrare, euro per euro, sotto forma di minori imposte per tutti. Le spese fiscali sono la pletora di deduzioni, detrazioni, esenzioni, crediti di imposta agevolativi, riduzioni di aliquote, che nel tempo sono state concesse a specifici interessi. Lo scopo è sempre nobile: diversificazione delle fonti energetiche; ricerca e innovazione; tutela dell’ambiente e degli interessi di rilevanza sociale; valorizzazione del patrimonio artistico e culturale; sostegno dello sviluppo delle imprese, eccetera. Così l’apposita Commissione registra 513 tipologie di spese fiscali per lo Stato, pari a 61 miliardi stimati di minori incassi quest’anno; a cui si aggiungono circa 214 tipologie di spese fiscali per tributi locali (Irap, Tasi, Tari, Tosap, eccetera).
Di fatto, i governi, nessuno escluso, usano le spese fiscali per ricercare il consenso con vere e proprie elargizioni a favore di interessi e gruppi sociali che lo sostengono, nonché per catturare l’attenzione dell’opinione pubblica con annunci ad effetto. Il fascino non troppo discreto delle spese fiscali è che aumentano la spesa corrente, che però non viene contabilizzata in quanto tale perché, nel bilancio dello Stato, le “spese” sono minori entrate; che a loro volta riducono il calcolo numerico della pressione fiscale. A peggiorare le cose, la selva di spese aumenta enormemente la complessità del sistema tributario, rendendo più difficoltoso il contrasto all’evasione.
Una volta concesse, è difficile cancellarle: si toccherebbero gli interessi di pochi, che farebbero sentire la loro protesta, senza alcun percepibile vantaggio per tutti. E il mostro cresce. Quale cittadino sosterrebbe un governo che abolisse la spesa fiscale di 338 milioni a vantaggio dei transfrontalieri con la Svizzera, o i 152 milioni per il riscaldamento in aree geograficamente svantaggiate, o i 146 milioni per le spese funebri, o i 450 milioni per minore Iva dei produttori agricoli, o i 590 milioni per l’elettricità in abitazioni sotto 3kW, o l’1,6 miliardi per il gasolio degli autotrasportatori (e ce ne sono oltre 700 di spese)? Nessuno. Anzi, è probabile che la revoca di uno di tali provvedimenti scateni la solidarietà: se oggi si tocca una spesa fiscale, domani si potrebbe toccare la mia, visto quanto pervasivo è il mostro: tenuto conto che lo stesso soggetto può beneficiare di più provvedimenti, il totale dei benefici è di 124 milioni per le persone fisiche, 3 milioni per le persone giuridiche e 152 mila per le imprese.
Ma un governo lungimirante e coraggioso potrebbe vincere il consenso popolare per una riduzione delle spese fiscali se decidesse di eliminarle in blocco, senza privilegiare interessi e gruppi sociali a lui vicini; a patto di usare automaticamente ogni singolo euro che recupera per abbattere le imposte per tutti. Due esempi estremi per far capire. Ipotizziamo che un governo cancelli di colpo tutte le spese fiscali per l’Ires, i crediti di imposta agevolativi, le imposte di registro, e le accise. Risparmierebbe più o meno 16 miliardi che potrebbe usare per abbattere l’aliquota Ires dal 24% a circa il 15% per tutte le imprese. Non credete che il sostegno della maggioranza degli imprenditori prevarrebbe sulle potreste di alcuni? E se si eliminassero gli oltre 39 miliardi di spese fiscali Irpef si potrebbe quasi azzerare la tassazione per i redditi sotto ai 20.000 euro, beneficando 21 milioni di contribuenti. Si attaccherebbe la crescita della spesa corrente, mascherata da spesa fiscale, abbassando davvero le tasse per la stragrande maggioranza di individui e imprese, e promuovendo la crescita senza aumentare il debito.
Non c’è niente di tutto questo nella manovra finanziaria. Anzi il governo usa le spese fiscali con la vecchia logica della redistribuzione del reddito a favore di qualche interesse: vuole togliere le detrazioni Irpef per chi dichiara al fisco un reddito elevato (ovvero aumenta le tasse a chi già le paga per davvero) per ridurle (una tantum) alla fascia di lavoratori dipendenti a minor reddito. E per il controllo della spesa? Tranquilli, il ministro Gualtieri promette che dopo la manovra partirà una nuova spending review.