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(ansa)

Riforma e Russiagate: quei due cigni neri

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Due questioni ingombrano il recinto della maggioranza 5S-Pd-Renzi. La prima riguarda gli esiti della riforma che riduce i parlamentari: non tutto si è risolto con il quarto voto di martedì e non solo perché mancano i correttivi istituzionali. La seconda tocca i punti oscuri dell’intrigo che coinvolge i vertici dei servizi di sicurezza, in un rapporto con l’autorità politica tuttora non spiegato in modo convincente. I due piani sono distinti, ma non si esclude che possano incrociarsi e addirittura sovrapporsi in un futuro non lontano. Di certo la coalizione sembra condannata a una vita precaria. Il buonsenso vuole che la legislatura sia più solida dopo il taglio di deputati e senatori, operativo dalle prossime elezioni nel 2023, ma è opportuno non dimenticare che in politica come in economia esistono i “cigni neri”: eventi imprevedibili e clamorosi in grado di scompaginare i piani prestabiliti.

Intanto l’iter cost…
Due questioni ingombrano il recinto della maggioranza 5S-Pd-Renzi. La prima riguarda gli esiti della riforma che riduce i parlamentari: non tutto si è risolto con il quarto voto di martedì e non solo perché mancano i correttivi istituzionali. La seconda tocca i punti oscuri dell’intrigo che coinvolge i vertici dei servizi di sicurezza, in un rapporto con l’autorità politica tuttora non spiegato in modo convincente. I due piani sono distinti, ma non si esclude che possano incrociarsi e addirittura sovrapporsi in un futuro non lontano. Di certo la coalizione sembra condannata a una vita precaria. Il buonsenso vuole che la legislatura sia più solida dopo il taglio di deputati e senatori, operativo dalle prossime elezioni nel 2023, ma è opportuno non dimenticare che in politica come in economia esistono i “cigni neri”: eventi imprevedibili e clamorosi in grado di scompaginare i piani prestabiliti.

Intanto l’iter costituzionale della riforma non si è ancora concluso: occorre attendere l’eventuale referendum confermativo. Ben difficilmente la consultazione respingerebbe il taglio dei parlamentari — molto popolare nell’opinione pubblica — ma fino ad allora la legge non sarà promulgata. Ciò significa che in caso di scioglimento delle Camere, obbligato da circostanze improvvise prima dell’esito referendario, si tornerà alle urne con l’attuale modello elettorale, il “Rosatellum”, e con liste che prevedono 630 deputati e 315 senatori. Irrealistico? Forse sì, ma molto dipende dalla nuova legge elettorale di cui non si sa nulla. O meglio, la confusione è massima tra chi predilige un sistema maggioritario (una parte del Pd, Salvini) e chi ragiona sul proporzionale (Renzi, i 5S, un altro segmento del centrosinistra).

Fin quando lo scenario non si sarà chiarito in base a precisi accordi politici, tutto è ancora possibile, come spiegava ieri sulla Stampa il costituzionalista Clementi. Anche che qualcuno, magari insoddisfatto dalla legge elettorale che si profila, rovesci il tavolo e preferisca il voto con il Parlamento allargato.

Forse non è un caso che alcuni renziani, dentro e fuori dal Pd, pur avendo votato il taglio, si stiano organizzando per avviare le procedure referendarie. È l’unica strada per tenere una spada di Damocle sospesa sulla legislatura e sui giochi di potere in atto.

La seconda questione tocca, come si è detto, l’intrigo internazionale intorno ai servizi. Giuseppe Conte riferirà presto al Copasir che ieri ha eletto il suo presidente, il leghista Volpi. Il premier si è mosso finora con una certa astuzia nelle sabbie mobili di una vicenda che però potrebbe sfuggire di mano da un momento all’altro. Sembra di capire che l’Italia sia stata e forse sia ancora il terreno di scontro tra apparati americani in cerca di sponde italiane: oggi Trump, ieri Obama/Clinton.

Ma è il primo, Trump, ad aver messo con forza i piedi nel piatto, chiedendo aiuto ai personaggi dello psicodramma romano colti proprio nei giorni in cui cambiavano maggioranza e avevano necessità di solidi appoggi d’oltreoceano. Conte si tiene stretta per ora la delega sui servizi, ma per uscirne indenne ha bisogno di coperture politiche. Se non le troverà, la sua debolezza potrebbe essere il primo “cigno nero”. Nel frattempo Mattarella si prepara a partire alla volta di Washington. E non è il momento più facile per andare in visita alla Casa Bianca.