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Whirlpool, un fallimento con due colpevoli

Dobbiamo ricominciare a investire, senza spacciare come nuovi 50 miliardi non spesi dai governi passati. In caso contrario, il Paese rimarrà dentro al tunnel
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A Napoli, con la chiusura dello stabilimento Whirlpool, non muore solo un'industria, una comunità, un territorio. C'è molto di più, nella decisione unilaterale della multinazionale americana che dal primo novembre mette i sigilli a una delle sue più importanti fabbriche di lavatrici. C'è prima di tutto la spregiudicata impudenza di un capitalismo che straccia accordi aziendali e patti sociali, cavalcando la tigre della globalizzazione selvaggia, sfruttando il dumping salariale, inseguendo il massimo profitto
a qualunque costo. Non c'è giustificazione possibile, per un colosso industriale che decide di buttare in mezzo alla strada oltre 400 famiglie, dopo aver assunto neanche tre mesi fa un impegno formale a riconvertire l'impianto sull'alto di gamma e a trasferire  le attività dalla Cina, la Polonia  e la Turchia.

Ma in questo dramma c'è anche e soprattutto il fallimento di un governo che no…
A Napoli, con la chiusura dello stabilimento Whirlpool, non muore solo un'industria, una comunità, un territorio. C'è molto di più, nella decisione unilaterale della multinazionale americana che dal primo novembre mette i sigilli a una delle sue più importanti fabbriche di lavatrici. C'è prima di tutto la spregiudicata impudenza di un capitalismo che straccia accordi aziendali e patti sociali, cavalcando la tigre della globalizzazione selvaggia, sfruttando il dumping salariale, inseguendo il massimo profitto
a qualunque costo. Non c'è giustificazione possibile, per un colosso industriale che decide di buttare in mezzo alla strada oltre 400 famiglie, dopo aver assunto neanche tre mesi fa un impegno formale a riconvertire l'impianto sull'alto di gamma e a trasferire  le attività dalla Cina, la Polonia  e la Turchia.

Ma in questo dramma c'è anche e soprattutto il fallimento di un governo che non sa gestire le crisi aziendali, di una politica che non sa immaginare i modelli di sviluppo, di un Paese che non sa difendere la produzione e il lavoro. C'è la resa di una classe dirigente che, palesemente, pensa a tutt'altro che ai mali strutturali del suo sistema economico. Salvo poi precipitarsi all'ultimo minuto al capezzale del morente di turno, appena in tempo per constatarne il decesso.

Ed è paradossale che stavolta il certificato di morte della Whirlpool sia stilato proprio a Palazzo Chigi, nello stesso luogo e nello stesso giorno in cui l'esecutivo prova a dimostrare, manovra alla mano, la radicale "discontinuità" tra la coalizione giallo-verde e quella giallo-rossa. Purtroppo non è così. Il Conte Due, che ieri mattina ha ricevuto inutilmente i rappresentanti del gruppo Usa, è lo stesso premier di prima: cioè il Conte Uno che, nei quattordici mesi precedenti, non si è mai preoccupato di gestire uno solo dei troppi tavoli di crisi esplosi in Italia. Li ha lasciati alle cure del ministro "competente"; cioè a quel Luigi Di Maio che seduto su quattro poltrone (vicepremier, capo politico e plenipotenziario al Lavoro e allo Sviluppo) in più di un anno non ha saputo sbloccare un solo dossier industriale né ha trovato il tempo di riferire in Parlamento su quel dissesto consumato a due passi dalla sua Pomigliano. Ha ragione a lamentarsi il suo successore Patuanelli, denunciando i "comportamenti predatori" dell'azienda. E non hanno torto a indignarsi i vari De Luca e de Magistris, Carfagna e Durigon. Ma dov'erano tutti, mentre il tessuto industriale si logorava, le filiere si strappavano, i lavoratori si disperavano?

Per mesi maggioranze e opposizioni hanno abitato spiagge e balconi, stanze chiuse e studi televisivi. Da settimane si discute di taglio dei parlamentari e riforme elettorali, di "facilitatori" e "quadriumviri", di scissioni a sinistra e ricomposizioni al centro, di patti civici in Umbria e desistenze in Emilia. La stessa legge di stabilità appena varata, senz'anima e senza risorse, parla più all'establishment che agli italiani. Dov'è il Paese, con le sue paure e le sue speranze? Resta confinato in un "altrove" perenne, che la politica non vede e non sente. L'Italia è tuttora sospesa tra stagnazione e recessione.

Prospettive e aspettative peggiorano, come certifica il Fondo Monetario. Nel 2020 la crescita e l'occupazione resteranno inchiodate intorno allo zero (tra 0,2 e 0,5%), i consumi caleranno dello 0,2, gli investimenti saliranno solo dell'1,1. Il costo del lavoro per unità di prodotto aumenterà di un altro 2,2 (allargando l'abisso con i nostri partner europei) mentre la produttività scenderà di un altro 1,4. Subiremo l'impatto della guerra dei dazi tra Usa e Cina e della paurosa frenata dell'auto in Germania, dove la produzione è già crollata dell'11% nei primi 8 mesi dell'anno. In questo scenario, possiamo solo aspettarci tante altre Whirlpool.

I governi degli ultimi anni si sono trovati di fronte 160 crisi dichiarate. Ilva e Alitalia, Ast e Electrolux, Ideal Standard e Termini Imerese, Blutec e Bekaert, MercatoneUno e Natuzzi, Melegatti e Pernigotti. Un cronicario aziendale, che può diventare un cimitero industriale. Non sempre spiegabile con le difficoltà di settore: mentre Alcoa chiude, le imprese tricolori importano alluminio dall'estero per oltre 2 miliardi. Mentre Industria Italiana Autobus agonizza, l'Atac di Virginia Raggi compra bus in Israele. I posti a rischio sono tuttora 300 mila. La cassa integrazione straordinaria cresce a ritmi del 70/80%.

Dobbiamo decidere se esiste ancora un destino industriale, al di là delle poche nicchie in cui siamo diventati i migliori nonostante tutti i limiti di un Sistema-Paese quasi inesistente: le burocrazie sclerotizzate, le infrastrutture carenti, i costi folli dell'energia, la giustizia lenta e la corruzione veloce. Dobbiamo ricominciare a investire, senza spacciare come nuovi 50 miliardi non spesi dai governi passati. In caso contrario, il Paese rimarrà dentro al tunnel. E la luce laggiù in fondo non sarà l'uscita che si avvicina, ma continuerà ad essere il treno che arriva.

Il prezzo più insopportabile lo pagherà come sempre il Sud: i suoi 250 mila figli, come i padri e i nonni, hanno preferito affrontare il "viaggio della speranza" verso un Nord qualsiasi, piuttosto che marcire davanti a un bar o diventare carne da cannone delle mafie. La tragedia è che ormai emigrano non solo gli ingegneri, ma anche i camerieri. Serviranno ai tavoli di Londra e Parigi, Monaco e Madrid. Tanto da quelli di Palazzo Chigi non c'è da aspettarsi più nulla.