✕
Operai della Whirlpool in presidio davanti allo stabilimento di Napoli (ansa)

Nel Sud il destino dell’Italia

Nei prossimi 30 anni la popolazione italiana diminuirà di 4,5 milioni di persone. E la "vittima" principale sarà il Mezzogiorno dove il lavoro manca e la capacità imprenditoriale risente dell'emigrazione di giovani e laureati
3 minuti di lettura
L'epilogo della questione Whirlpool di Napoli dimostra che il Mezzogiorno è scomparso da tempo dai radar della politica e non è più una questione centrale nel dibattito pubblico. Ma dovrà rientrare in fretta nell'agenda di governo, perché il futuro del Paese dipenderà dallo sviluppo del Sud. Non è una esagerazione, se si guardano con attenzione le proiezioni demografiche diffuse recentemente dall'Eurostat.

Nei prossimi trent'anni la popolazione italiana diminuirà di 4,5 milioni di persone (-7,5 per cento rispetto a oggi), scendendo dagli attuali 60,3 milioni a 55,8 milioni nel 2050. Le previsioni della divisione di statistica delle Nazioni Unite sono anche peggiori: il calo sarebbe di 6,2 milioni, ipotizzando minori flussi migratori. In ogni caso, la riduzione si concentrerà nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni.

La riduzione della popolazione attiva si tradurrebbe automaticamente in una contraz…
L'epilogo della questione Whirlpool di Napoli dimostra che il Mezzogiorno è scomparso da tempo dai radar della politica e non è più una questione centrale nel dibattito pubblico. Ma dovrà rientrare in fretta nell'agenda di governo, perché il futuro del Paese dipenderà dallo sviluppo del Sud. Non è una esagerazione, se si guardano con attenzione le proiezioni demografiche diffuse recentemente dall'Eurostat.

Nei prossimi trent'anni la popolazione italiana diminuirà di 4,5 milioni di persone (-7,5 per cento rispetto a oggi), scendendo dagli attuali 60,3 milioni a 55,8 milioni nel 2050. Le previsioni della divisione di statistica delle Nazioni Unite sono anche peggiori: il calo sarebbe di 6,2 milioni, ipotizzando minori flussi migratori. In ogni caso, la riduzione si concentrerà nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni.

La riduzione della popolazione attiva si tradurrebbe automaticamente in una contrazione dell'economia. In assenza di un forte aumento della produttività del lavoro, difficile da realizzare in tempi così brevi, e supponendo che i livelli di partecipazione al mercato del lavoro rimangano costanti in futuro, la flessione demografica genererebbe nel 2050 una perdita cumulata del Pil nella misura del 20 per cento. Nell'ipotesi più benevola, supponendo che l'occupazione aumenterà ai ritmi mediamente positivi osservati negli ultimi dieci anni, la diminuzione del Pil nei prossimi trent'anni sarà comunque compresa tra il 7 e l'8 per cento. Numeri allarmanti, che suonano come la tromba dell'apocalisse: è l'annuncio di una catastrofe, con ripercussioni sul piano sociale che farebbero tremare qualsiasi democrazia liberale.

Ma c'è un aspetto che rende ancora più inquietante questo scenario. La diminuzione della popolazione attesa è da attribuire - per intero! - al Mezzogiorno. Secondo le previsioni dell'Istat, nel 2050 la popolazione residente nel Centro-Nord sarà rimasta pressoché uguale a quella di oggi (186mila persone in più: +0,5 per cento), mentre al Sud sarà diminuita di quasi 2,8 milioni di individui (-13,5 per cento). Colpa non soltanto del fatto che i giovani se ne vanno dal Sud, ma anche perché qui gli stranieri non si fermano.

Che fare per scongiurare questi scenari funesti e rimettere in moto lo sviluppo del Mezzogiorno? La ricetta è arcinota: più innovazione e digitalizzazione delle imprese per renderle maggiormente competitive; meno zavorre e palle di piombo, imputabili agli adempimenti burocratici e fiscali che gravano sul ceto medio produttivo. In più: investimenti pubblici in infrastrutture. A questo proposito, si noti che negli ultimi dieci anni la spesa pubblica in conto capitale è diminuita di un quinto, cioè di oltre 10 miliardi di euro. Non a caso, la contrazione del Pil durante gli anni della crisi al Sud è stata più che doppia (-10,4 per cento in termini reali nel periodo 2007-2017) rispetto al Centro-Nord (-3,6 per cento). Nello stesso periodo, i consumi delle famiglie nell'Italia centro-settentrionale sono tornati ai livelli pre-crisi (+0,1 per cento), mentre nell'Italia meridionale risultano ancora inferiori di un decimo (-9,9 per cento). Così, al Sud il valore del Pil per abitante è oggi pari al 55 per cento di quello del Centro-Nord e la povertà colpisce il 10 per cento delle famiglie meridionali, cioè il doppio che nel resto d'Italia (5,6 per cento).

Ma c'è un ulteriore capitolo di interventi ispirato direttamente dalle previsioni demografiche, che annunciano lo svuotamento delle coorti in età lavorativa. Per garantire il futuro dell'intero Paese, sarà indispensabile portare a livelli di saturazione tutta l'energia lavorativa disponibile, favorendo l'ingresso nel mondo del lavoro di chi oggi ne è escluso: i giovani e le donne del Sud.
Cominciamo dalle donne. Il tasso di attività femminile in Italia è oggi al 56 per cento: è aumentato di 9 punti percentuali in dieci anni, ma è ancora inferiore di 19 punti rispetto a quello degli uomini ed è comunque tra i più bassi in Europa. Nel Mezzogiorno è nettamente inferiore: 41,5 per cento (in Germania, per avere un'idea, è al 74,3 per cento). Misure per conciliare le esigenze familiari e lavorative possono favorire la crescita della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e incrementare il tasso di natalità. Servono non solo trasferimenti monetari (il bonus bebè), ma anche asili nido pubblici e congedi parentali più generosi.

E i giovani? Nel Mezzogiorno la disoccupazione è al 18,4 per cento, ovvero 11 punti in più rispetto al Centro-Nord: riguarda 1,4 milioni di persone. Il tasso di disoccupazione giovanile, in particolare, al Sud è al 33,8 per cento, cioè 19 punti in più del Centro-Nord. E sono 1,7 milioni i giovani Neet che non lavorano, non studiano, non sono impegnati in percorsi formativi, cioè un giovane su tre. Inoltre, quasi un quarto dei diplomati del Mezzogiorno sceglie di continuare gli studi altrove. Di conseguenza, nelle regioni meridionali la capacità imprenditoriale risente dell'emigrazione di giovani e laureati (quelli che se ne vanno sono aumentati di cinque volte negli ultimi dieci anni), mentre resta scarsissima la capacità di attrarre studenti e lavoratori qualificati dall'estero.
Infine, gli stranieri appunto. Il saldo migratorio non compensa più il saldo naturale (nascite meno decessi): è questo il motivo per cui la popolazione complessiva del nostro Paese ha cominciato a diminuire già da quattro anni. Per evitare l'annunciato shock demografico ed economico, non si potrà fare a meno di una seria politica di programmazione dei flussi migratori in entrata, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno. Perché la "questione meridionale" si impone ora con risvolti del tutto nuovi. Non è più materia per vecchi meridionalisti preoccupati dei divari di sviluppo, ma rappresenta una grave ipoteca sul destino futuro dell'intero Paese.

L'autore è direttore generale del Censis. Ha pubblicato "La notte di un'epoca" (Ponte alle Grazie)