«È un risultato fantastico, ringrazio la Turchia, ringrazio i curdi, milioni di vite sono salve». È straripante Donald Trump nel celebrare un presunto armistizio, tregua o cessate il fuoco che secondo lui congela l’avanzata turca nella Siria settentrionale e ferma l’escalation delle vittime nella zona controllata da milizie curde. Twitta congratulazioni personali a Erdogan. Cioè a quello stesso autocrate che pochi giorni fa aveva letteralmente cestinato una stranissima missiva in cui Trump lo invitava a «non fare lo scemo». In una settimana l’anti-diplomazia trumpiana è stata bombardata di critiche, non solo nel resto del mondo ma da tutto l’establishment americano, inclusa gran parte del partito repubblicano. La Camera di Washington ha censurato la sua decisione di ritirare le truppe dalla Siria — quella che di fatto diede via libera all’invasione di Erdogan — e perfino il Senato a maggioran…
«È un risultato fantastico, ringrazio la Turchia, ringrazio i curdi, milioni di vite sono salve». È straripante Donald Trump nel celebrare un presunto armistizio, tregua o cessate il fuoco che secondo lui congela l’avanzata turca nella Siria settentrionale e ferma l’escalation delle vittime nella zona controllata da milizie curde. Twitta congratulazioni personali a Erdogan. Cioè a quello stesso autocrate che pochi giorni fa aveva letteralmente cestinato una stranissima missiva in cui Trump lo invitava a «non fare lo scemo». In una settimana l’anti-diplomazia trumpiana è stata bombardata di critiche, non solo nel resto del mondo ma da tutto l’establishment americano, inclusa gran parte del partito repubblicano. La Camera di Washington ha censurato la sua decisione di ritirare le truppe dalla Siria — quella che di fatto diede via libera all’invasione di Erdogan — e perfino il Senato a maggioranza repubblicana rischia di fare lo stesso. Trump ha dovuto improvvisare la spedizione diplomatica del suo vice Pence e del segretario di Stato Pompeo, quelli che ieri sera al termine di un lungo colloquio con Erdogan hanno fatto il “miracolo”. Ma di che miracolo si tratta? Probabilmente solo di salvare la faccia di Trump per qualche giorno. Il governo turco non parla neppure di “cessate il fuoco” bensì di una “pausa”.
Nel frattempo le sue truppe sono sconfinate in Siria ben oltre le 20 miglia che sarebbero la zona concordata con i curdi. Questi ultimi hanno ricevuto zero garanzie: quand’anche rispettino i termini dell’accordo ritirandosi, non ci sono autorità internazionali (né truppe americane) a presidiare l’area per vigilare sulla sicurezza delle popolazioni. Non è chiaro se questo accordo sia concordato con i nuovi protettori dei curdi, cioè la Russia e Assad. Buio totale perfino sul tema che riguarda la sicurezza degli Stati Uniti: che fine faranno i jihadisti dell’Isis detenuti finora sotto la vigilanza dei combattenti curdi.
L’unico vincitore sicuro in quell’area sembra essere Vladimir Putin. Erdogan, Assad e Khamenei sono gli altri ras locali che si contendono aree di influenza a spese dei curdi. Mitt Romney, l’ex candidato della destra contro Obama nel 2012, oggi al Senato sembra sostituire John McCain nel ruolo di coscienza critica del partito repubblicano. «Come siamo diventati deboli — commenta Romney — se una Turchia qualunque può imporci le sue condizioni. Il nostro onore è macchiato perché abbiamo abbandonato un alleato».
Trump però è solo l’ultimo di una serie di presidenti americani che hanno collezionato disastri in Medio Oriente. Bush figlio fece peggio di lui in Iraq nel 2003, con un’invasione che segnò anche l’inizio di una crisi profonda nella relazione transatlantica. Obama “perse” le Primavere arabe, fece guai in Libia e anche in Siria quando proclamò una linea rossa inesistente contro le armi chimiche di Assad. È questa lunga scia di insuccessi, la giustificazione dell’isolazionismo di Trump: lui ha in mente una cosa sola, mantenere la promessa che l’America non farà più il gendarme del mondo.
Peraltro la sua posizione ha una replica identica a sinistra: Elizabeth Warren, la favorita per la nomination democratica, va dicendo da mesi che bisogna ritirarsi dalla Siria e ha continuato a ripeterlo anche nelle ultime ore dopo la tragedia curda. Trump è un incompetente, impulsivo egomaniaco, ma c’è una logica profonda negli eventi di questi giorni. Il declino dell’egemonia Usa lascia dei vuoti che altri riempiono. Dopo la fase “unipolare” e la Pax Americana, bisogna abituarsi a vedere antichi imperi (zarista, ottomano, persiano) che rialzano la testa e rilanciano il Grande Gioco delle contese territoriali, senza esitare davanti a sofferenze umane terribili.
Nel frattempo le sue truppe sono sconfinate in Siria ben oltre le 20 miglia che sarebbero la zona concordata con i curdi. Questi ultimi hanno ricevuto zero garanzie: quand’anche rispettino i termini dell’accordo ritirandosi, non ci sono autorità internazionali (né truppe americane) a presidiare l’area per vigilare sulla sicurezza delle popolazioni. Non è chiaro se questo accordo sia concordato con i nuovi protettori dei curdi, cioè la Russia e Assad. Buio totale perfino sul tema che riguarda la sicurezza degli Stati Uniti: che fine faranno i jihadisti dell’Isis detenuti finora sotto la vigilanza dei combattenti curdi.
L’unico vincitore sicuro in quell’area sembra essere Vladimir Putin. Erdogan, Assad e Khamenei sono gli altri ras locali che si contendono aree di influenza a spese dei curdi. Mitt Romney, l’ex candidato della destra contro Obama nel 2012, oggi al Senato sembra sostituire John McCain nel ruolo di coscienza critica del partito repubblicano. «Come siamo diventati deboli — commenta Romney — se una Turchia qualunque può imporci le sue condizioni. Il nostro onore è macchiato perché abbiamo abbandonato un alleato».
Trump però è solo l’ultimo di una serie di presidenti americani che hanno collezionato disastri in Medio Oriente. Bush figlio fece peggio di lui in Iraq nel 2003, con un’invasione che segnò anche l’inizio di una crisi profonda nella relazione transatlantica. Obama “perse” le Primavere arabe, fece guai in Libia e anche in Siria quando proclamò una linea rossa inesistente contro le armi chimiche di Assad. È questa lunga scia di insuccessi, la giustificazione dell’isolazionismo di Trump: lui ha in mente una cosa sola, mantenere la promessa che l’America non farà più il gendarme del mondo.
Peraltro la sua posizione ha una replica identica a sinistra: Elizabeth Warren, la favorita per la nomination democratica, va dicendo da mesi che bisogna ritirarsi dalla Siria e ha continuato a ripeterlo anche nelle ultime ore dopo la tragedia curda. Trump è un incompetente, impulsivo egomaniaco, ma c’è una logica profonda negli eventi di questi giorni. Il declino dell’egemonia Usa lascia dei vuoti che altri riempiono. Dopo la fase “unipolare” e la Pax Americana, bisogna abituarsi a vedere antichi imperi (zarista, ottomano, persiano) che rialzano la testa e rilanciano il Grande Gioco delle contese territoriali, senza esitare davanti a sofferenze umane terribili.