"Il gravissimo comportamento della Turchia mette in discussione il funzionamento della Nato.È quindi normale che i tre europei ne discutano con il presidente Erdogan". Con queste parole il presidente francese Macron ha annunciato ieri un incontro che lui, Merkel e Johnson avranno con Erdogan a margine del vertice Nato in programma ai primi di dicembre a Londra. E l'Italia? Nell'annuncio del presidente francese, non pervenuta.
C'è un dato psicologico forse più grave ancora di quello politico nelle parole dell'inquilino dell'Eliseo. Egli non solo organizza un vertice sulla crisi siriana in cui Francia, Germania e l'uscente Gran Bretagna (che non dovrebbe essere più nella Ue) si arrogano il diritto di rappresentare l'Europa, ma trova perfettamente normale che l'Italia non venga neppure menzionata.
Questo dato, del resto, trova riscontro nel mini-vertice che ieri ha preceduto l'apertura dei lavori del Consiglio eu…
C'è un dato psicologico forse più grave ancora di quello politico nelle parole dell'inquilino dell'Eliseo. Egli non solo organizza un vertice sulla crisi siriana in cui Francia, Germania e l'uscente Gran Bretagna (che non dovrebbe essere più nella Ue) si arrogano il diritto di rappresentare l'Europa, ma trova perfettamente normale che l'Italia non venga neppure menzionata.
Questo dato, del resto, trova riscontro nel mini-vertice che ieri ha preceduto l'apertura dei lavori del Consiglio eu…
"Il gravissimo comportamento della Turchia mette in discussione il funzionamento della Nato.È quindi normale che i tre europei ne discutano con il presidente Erdogan". Con queste parole il presidente francese Macron ha annunciato ieri un incontro che lui, Merkel e Johnson avranno con Erdogan a margine del vertice Nato in programma ai primi di dicembre a Londra. E l'Italia? Nell'annuncio del presidente francese, non pervenuta.
C'è un dato psicologico forse più grave ancora di quello politico nelle parole dell'inquilino dell'Eliseo. Egli non solo organizza un vertice sulla crisi siriana in cui Francia, Germania e l'uscente Gran Bretagna (che non dovrebbe essere più nella Ue) si arrogano il diritto di rappresentare l'Europa, ma trova perfettamente normale che l'Italia non venga neppure menzionata.
Questo dato, del resto, trova riscontro nel mini-vertice che ieri ha preceduto l'apertura dei lavori del Consiglio europeo. Al tavolo del breakfast, per discutere con Ursula von der Leyen del "piano strategico" della nuova Commissione e della bocciatura di tre commissari da parte del Parlamento europeo, si sono trovati i leader di Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Croazia e Lettonia. E Conte? Ancora una volta, non pervenuto.
La giustificazione data dai diplomatici italiani è stata che si trattava di un incontro tra gli esponenti dei tre principali partiti politici responsabili delle bocciature incrociate dei candidati commissari: popolari, socialisti e liberali di Renew Europe. Per questo Conte, che non fa parte di nessuno di questi partiti, non sarebbe stato invitato. Eppure i voti degli eurodeputati M5S erano stati determinanti proprio per l'elezione della von der Leyen. E i voti degli eurodeputati italiani saranno essenziali per la sua conferma in parlamento.
Naturalmente il presidente del Consiglio non condivide l'idea di una Italia marginalizzata nei giochi europei. "Siamo un pilastro di questa Commissione", ha spiegato ieri in conferenza stampa. E ha citato Gentiloni, Sassoli e Fabio Panetta, chiamato nel board della Bce, per spiegare il ruolo fondamentale dell'Italia in Europa.
Ma i successi di alcuni esponenti italiani, dovuti in larga misura ai loro meriti personali, non possono supplire alla mancanza di ruolo politico di cui il nostro Paese sta soffrendo in modo sempre più evidente. Il problema, del resto, era prevedibile e comprensibile. Dopo oltre un anno in cui l'Italia è stata guidata da un governo considerato populista e anti-europeo, il Paese si trovava in una condizione di quarantena politica. Escluso da tutti i giochi e tagliato fuori da qualsiasi progetto per il futuro.
Uscire da quella condizione di ostile isolamento, recuperare il moltissimo terreno perduto, non è impresa che si possa portare a termine in poche settimane. Soprattutto se il leader del nuovo governo europeista italiano è lo stesso che ha guidato il vecchio governo italiano anti-europeo. E se il nostro ministro degli Esteri è lo stesso che mesi fa andava in Francia a sobillare i gilets jaunes anti-Ue e anti Macron denunciando il "colonialismo" francese.
Gli europei, bisogna capirli, sono a volte un po' rigidi e stentano a cogliere in tempo l'effervescente mercurialità italiana. Ma risalire dal pozzo in cui ci aveva fatto sprofondare il precedente governo è urgente. Varare una finanziaria che passi senza troppi drammi il vaglio di Bruxelles non può essere l'unico obiettivo di un governo che si considera "un pilastro" dell'Europa.
C'è un dato psicologico forse più grave ancora di quello politico nelle parole dell'inquilino dell'Eliseo. Egli non solo organizza un vertice sulla crisi siriana in cui Francia, Germania e l'uscente Gran Bretagna (che non dovrebbe essere più nella Ue) si arrogano il diritto di rappresentare l'Europa, ma trova perfettamente normale che l'Italia non venga neppure menzionata.
Questo dato, del resto, trova riscontro nel mini-vertice che ieri ha preceduto l'apertura dei lavori del Consiglio europeo. Al tavolo del breakfast, per discutere con Ursula von der Leyen del "piano strategico" della nuova Commissione e della bocciatura di tre commissari da parte del Parlamento europeo, si sono trovati i leader di Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Croazia e Lettonia. E Conte? Ancora una volta, non pervenuto.
La giustificazione data dai diplomatici italiani è stata che si trattava di un incontro tra gli esponenti dei tre principali partiti politici responsabili delle bocciature incrociate dei candidati commissari: popolari, socialisti e liberali di Renew Europe. Per questo Conte, che non fa parte di nessuno di questi partiti, non sarebbe stato invitato. Eppure i voti degli eurodeputati M5S erano stati determinanti proprio per l'elezione della von der Leyen. E i voti degli eurodeputati italiani saranno essenziali per la sua conferma in parlamento.
Naturalmente il presidente del Consiglio non condivide l'idea di una Italia marginalizzata nei giochi europei. "Siamo un pilastro di questa Commissione", ha spiegato ieri in conferenza stampa. E ha citato Gentiloni, Sassoli e Fabio Panetta, chiamato nel board della Bce, per spiegare il ruolo fondamentale dell'Italia in Europa.
Ma i successi di alcuni esponenti italiani, dovuti in larga misura ai loro meriti personali, non possono supplire alla mancanza di ruolo politico di cui il nostro Paese sta soffrendo in modo sempre più evidente. Il problema, del resto, era prevedibile e comprensibile. Dopo oltre un anno in cui l'Italia è stata guidata da un governo considerato populista e anti-europeo, il Paese si trovava in una condizione di quarantena politica. Escluso da tutti i giochi e tagliato fuori da qualsiasi progetto per il futuro.
Uscire da quella condizione di ostile isolamento, recuperare il moltissimo terreno perduto, non è impresa che si possa portare a termine in poche settimane. Soprattutto se il leader del nuovo governo europeista italiano è lo stesso che ha guidato il vecchio governo italiano anti-europeo. E se il nostro ministro degli Esteri è lo stesso che mesi fa andava in Francia a sobillare i gilets jaunes anti-Ue e anti Macron denunciando il "colonialismo" francese.
Gli europei, bisogna capirli, sono a volte un po' rigidi e stentano a cogliere in tempo l'effervescente mercurialità italiana. Ma risalire dal pozzo in cui ci aveva fatto sprofondare il precedente governo è urgente. Varare una finanziaria che passi senza troppi drammi il vaglio di Bruxelles non può essere l'unico obiettivo di un governo che si considera "un pilastro" dell'Europa.