Crescita mondiale, il 2020 non sarà bellissimo
Alessandro Penati , di ALESSANDRO PENATITutti gli occhi sono puntati sulla Finanziaria. Ma come andrà il prossimo anno dipenderà soprattutto da una congiuntura internazionale che appare precaria
Tutti gli occhi sono puntati sulla Finanziaria. Ma il 2020 dipenderà soprattutto da una congiuntura internazionale che appare precaria. Il World Economic Outlook (Weo) del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha tagliato al 3% la stima della crescita mondiale per il 2019, contro il 3,7% previsto 12 mesi fa. Una decelerazione pervasiva che tocca sia i Paesi avanzati (dal 2,1% all'1,7%), sia quelli emergenti (dal 4,7% al 3,9%).
Per il 2020, però, il Weo prevede una ripresa, con la crescita mondiale che risale al 3,6%. Previsione implicitamente condivisa dai mercati finanziari: l'indice delle Borse mondiali oscilla da mesi intorno ai massimi degli ultimi 20 anni, e gli spread di credito (che misurano il rischio di insolvenza) sono ai minimi storici.
Tre le ragioni della ripresa stimata dal Weo. La previsione che la guerra dei dazi di Trump tenderà a esaurire i propri effetti, dopo il forte impatto iniziale; la convinzione che la forte espansione monetaria d…
Per il 2020, però, il Weo prevede una ripresa, con la crescita mondiale che risale al 3,6%. Previsione implicitamente condivisa dai mercati finanziari: l'indice delle Borse mondiali oscilla da mesi intorno ai massimi degli ultimi 20 anni, e gli spread di credito (che misurano il rischio di insolvenza) sono ai minimi storici.
Tre le ragioni della ripresa stimata dal Weo. La previsione che la guerra dei dazi di Trump tenderà a esaurire i propri effetti, dopo il forte impatto iniziale; la convinzione che la forte espansione monetaria d…
Tutti gli occhi sono puntati sulla Finanziaria. Ma il 2020 dipenderà soprattutto da una congiuntura internazionale che appare precaria. Il World Economic Outlook (Weo) del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha tagliato al 3% la stima della crescita mondiale per il 2019, contro il 3,7% previsto 12 mesi fa. Una decelerazione pervasiva che tocca sia i Paesi avanzati (dal 2,1% all'1,7%), sia quelli emergenti (dal 4,7% al 3,9%).
Per il 2020, però, il Weo prevede una ripresa, con la crescita mondiale che risale al 3,6%. Previsione implicitamente condivisa dai mercati finanziari: l'indice delle Borse mondiali oscilla da mesi intorno ai massimi degli ultimi 20 anni, e gli spread di credito (che misurano il rischio di insolvenza) sono ai minimi storici.
Tre le ragioni della ripresa stimata dal Weo. La previsione che la guerra dei dazi di Trump tenderà a esaurire i propri effetti, dopo il forte impatto iniziale; la convinzione che la forte espansione monetaria decisa dalla banche centrali e la crescente domanda di politiche fiscali contro-cicliche neutralizzeranno le spinte recessive e circoscriveranno le conseguenze di eventuali crisi locali; e la resilienza quasi ovunque della crescita dei consumi che segnala una generale fiducia nelle prospettive del mercato del lavoro. Argomentazioni valide, ma più a spiegare la situazione attuale che ad allontanare lo spettro del rischio recessione.
Gli aumenti tariffari decisi da Trump hanno avuto un effetto recessivo immediato sui settori legati alle esportazioni di entrambi i Paesi, che insieme fanno però più di un terzo del Pil mondiale. Così, l'effetto tende a propagarsi al resto del mondo, amplificato dall'integrazione delle economie, soprattutto dal lato dell'offerta, e dal ruolo chiave della Cina nella supply chain.
La crescita del commercio internazionale in due anni è crollata dal 5,2% all'1,1% odierno. Con il maggior impatto sul settore manifatturiero, in contrazione in tutti i Paesi avanzati secondo gli indici congiunturali.
La guerra dei dazi segna inoltre l'inizio del passaggio da un approccio multilaterale a uno bilaterale nei rapporti economici tra Stati, creando un'incertezza che frena le decisioni di investimento. Un possibile accordo tra Cina e Usa pare limitato ai prodotti agricoli, lasciando fuori le questioni dirimenti dei trasferimenti di tecnologia e dei sussidi pubblici alle imprese cinesi. E difficilmente la Cina firmerà accordi prima di sapere chi sarà il nuovo inquilino alla Casa Bianca. Il rischio derivante dal commercio internazionale è dunque destinato a perdurare.
Gli indicatori nel settore dei servizi sono ancora positivi, e questo potrebbe spiegare la resilienza del mercato del lavoro. Ma la maggiore componente di valore aggiunto dei manufatti (tecnologia, marketing, design, logistica) è legata al comparto dei servizi, che alla lunga sarà penalizzato se il manifatturiero non inverte presto la rotta.
Per il futuro, la fiducia nella politica economica sembra mal riposta. La moneta che Bce e Banca del Giappone stampano copiosa da anni sembra finire in un buco nero, e l'inflazione rimane ostinatamente al disotto degli obiettivi giudicati coerenti con la crescita potenziale. I tassi negativi non spingono gli investimenti ma alla lunga indeboliscono sistemi bancari già deboli e contribuiscono a inflazionare il prezzo delle attività finanziarie.
La Federal Reserve, che ha già svoltato in senso espansivo, al primo sentore di recessione potrebbe tornare presto ai tassi nulli. Si attribuisce l'inefficacia della politica monetaria a una carenza globale di domanda, che un aumento di spesa pubblica per investimenti dovrebbe compensare. Ma in Giappone l'espansione fiscale da anni non da i risultati sperati; gli Usa hanno già esaurito gli spazi di manovra fiscale con il taglio delle imposte nel 2017; mentre nell'Eurozona, la Germania sembra aver cambiato atteggiamento, ma è troppo poco, troppo tardi.
Per la Cina la priorità è la riduzione graduale dell'indebitamento pubblico e privato, al fine di scongiurare il rischio di una crisi finanziaria, che preclude una svolta fortemente espansiva nella sua politica fiscale e monetaria. E accetta un progressivo rallentamento della crescita che il Weo stima del 5,8% nel 2020, rispetto al 6,9% del 2017.
La ripresa prevista dal Weo, e sulla quale contano i mercati, cammina su un ghiaccio sempre più sottile. Ma le recessioni sono come le bombe: non scoppiano da sole; ci vuole un innesco. Impossibile prevedere quale possa essere, ma un candidato sono i mercati finanziari. Le fluttuazioni dei mercati sono guidate da umori e aspettative per loro natura volatili, e con le quotazioni ai massimi basta poco a innescare un ribasso generalizzato, che si autoalimenterebbe, aumentando così l'avversione al rischio di famiglie e imprese, e riducendo la loro propensione alla spesa.
Il rischio finanziario si propaga poi nel mondo attraverso l'interdipendenza dei sistemi bancari e il ruolo predominante del dollaro. Gran parte delle transazioni internazionali sono pagate in dollari, ma solo le banche americane hanno una raccolta diretta in quella valuta; tutte le altre dipendono dal credito di quelle americane. Un forte apprezzamento del dollaro, una disfunzione del mercato monetario americano o un crollo della fiducia nelle banche straniere, avrebbe pertanto un effetto immediato e pervasivo. Come nel 2008. Il Fmi segnala a questo proposito che l'indebitamento netto in dollari delle banche straniere è continuato a salire anche dopo il 2008: dai 1.000 miliardi di quell'anno ai 1.400 odierni.
Dovrebbe dunque preoccupare che la Fed abbia appena deciso di acquistare 60 miliardi di titoli di stato al mese per iniettare liquidità nel sistema bancario, che dava segni di tensione. Non sarà la manovra finanziaria di questi giorni a metterci al riparo dal rischio che il 2020 non sia un anno bellissimo.
Per il 2020, però, il Weo prevede una ripresa, con la crescita mondiale che risale al 3,6%. Previsione implicitamente condivisa dai mercati finanziari: l'indice delle Borse mondiali oscilla da mesi intorno ai massimi degli ultimi 20 anni, e gli spread di credito (che misurano il rischio di insolvenza) sono ai minimi storici.
Tre le ragioni della ripresa stimata dal Weo. La previsione che la guerra dei dazi di Trump tenderà a esaurire i propri effetti, dopo il forte impatto iniziale; la convinzione che la forte espansione monetaria decisa dalla banche centrali e la crescente domanda di politiche fiscali contro-cicliche neutralizzeranno le spinte recessive e circoscriveranno le conseguenze di eventuali crisi locali; e la resilienza quasi ovunque della crescita dei consumi che segnala una generale fiducia nelle prospettive del mercato del lavoro. Argomentazioni valide, ma più a spiegare la situazione attuale che ad allontanare lo spettro del rischio recessione.
Gli aumenti tariffari decisi da Trump hanno avuto un effetto recessivo immediato sui settori legati alle esportazioni di entrambi i Paesi, che insieme fanno però più di un terzo del Pil mondiale. Così, l'effetto tende a propagarsi al resto del mondo, amplificato dall'integrazione delle economie, soprattutto dal lato dell'offerta, e dal ruolo chiave della Cina nella supply chain.
La crescita del commercio internazionale in due anni è crollata dal 5,2% all'1,1% odierno. Con il maggior impatto sul settore manifatturiero, in contrazione in tutti i Paesi avanzati secondo gli indici congiunturali.
La guerra dei dazi segna inoltre l'inizio del passaggio da un approccio multilaterale a uno bilaterale nei rapporti economici tra Stati, creando un'incertezza che frena le decisioni di investimento. Un possibile accordo tra Cina e Usa pare limitato ai prodotti agricoli, lasciando fuori le questioni dirimenti dei trasferimenti di tecnologia e dei sussidi pubblici alle imprese cinesi. E difficilmente la Cina firmerà accordi prima di sapere chi sarà il nuovo inquilino alla Casa Bianca. Il rischio derivante dal commercio internazionale è dunque destinato a perdurare.
Gli indicatori nel settore dei servizi sono ancora positivi, e questo potrebbe spiegare la resilienza del mercato del lavoro. Ma la maggiore componente di valore aggiunto dei manufatti (tecnologia, marketing, design, logistica) è legata al comparto dei servizi, che alla lunga sarà penalizzato se il manifatturiero non inverte presto la rotta.
Per il futuro, la fiducia nella politica economica sembra mal riposta. La moneta che Bce e Banca del Giappone stampano copiosa da anni sembra finire in un buco nero, e l'inflazione rimane ostinatamente al disotto degli obiettivi giudicati coerenti con la crescita potenziale. I tassi negativi non spingono gli investimenti ma alla lunga indeboliscono sistemi bancari già deboli e contribuiscono a inflazionare il prezzo delle attività finanziarie.
La Federal Reserve, che ha già svoltato in senso espansivo, al primo sentore di recessione potrebbe tornare presto ai tassi nulli. Si attribuisce l'inefficacia della politica monetaria a una carenza globale di domanda, che un aumento di spesa pubblica per investimenti dovrebbe compensare. Ma in Giappone l'espansione fiscale da anni non da i risultati sperati; gli Usa hanno già esaurito gli spazi di manovra fiscale con il taglio delle imposte nel 2017; mentre nell'Eurozona, la Germania sembra aver cambiato atteggiamento, ma è troppo poco, troppo tardi.
Per la Cina la priorità è la riduzione graduale dell'indebitamento pubblico e privato, al fine di scongiurare il rischio di una crisi finanziaria, che preclude una svolta fortemente espansiva nella sua politica fiscale e monetaria. E accetta un progressivo rallentamento della crescita che il Weo stima del 5,8% nel 2020, rispetto al 6,9% del 2017.
La ripresa prevista dal Weo, e sulla quale contano i mercati, cammina su un ghiaccio sempre più sottile. Ma le recessioni sono come le bombe: non scoppiano da sole; ci vuole un innesco. Impossibile prevedere quale possa essere, ma un candidato sono i mercati finanziari. Le fluttuazioni dei mercati sono guidate da umori e aspettative per loro natura volatili, e con le quotazioni ai massimi basta poco a innescare un ribasso generalizzato, che si autoalimenterebbe, aumentando così l'avversione al rischio di famiglie e imprese, e riducendo la loro propensione alla spesa.
Il rischio finanziario si propaga poi nel mondo attraverso l'interdipendenza dei sistemi bancari e il ruolo predominante del dollaro. Gran parte delle transazioni internazionali sono pagate in dollari, ma solo le banche americane hanno una raccolta diretta in quella valuta; tutte le altre dipendono dal credito di quelle americane. Un forte apprezzamento del dollaro, una disfunzione del mercato monetario americano o un crollo della fiducia nelle banche straniere, avrebbe pertanto un effetto immediato e pervasivo. Come nel 2008. Il Fmi segnala a questo proposito che l'indebitamento netto in dollari delle banche straniere è continuato a salire anche dopo il 2008: dai 1.000 miliardi di quell'anno ai 1.400 odierni.
Dovrebbe dunque preoccupare che la Fed abbia appena deciso di acquistare 60 miliardi di titoli di stato al mese per iniettare liquidità nel sistema bancario, che dava segni di tensione. Non sarà la manovra finanziaria di questi giorni a metterci al riparo dal rischio che il 2020 non sia un anno bellissimo.