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Il Pd e Renzi, opposte strategie

Tutti sul palco a chiudere la campagna elettorale regionale: Conte, Zingaretti, Di Maio, Speranza. Il governo e la coalizione Pd-M5S-LeU: ad anticipare l'alleanza strutturale con i 5S che piace ai vertici di via del Nazareno
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Tutti sul palco a chiudere la campagna elettorale in Umbria: Conte, Zingaretti, Di Maio, Speranza. Il governo e la coalizione Pd-M5S-LeU: ad anticipare l'alleanza strutturale con i 5S che piace ai vertici di via del Nazareno. Tutti tranne Renzi, naturalmente, e nessuno si stupisce. Come non meraviglia che l'irrequieto fiorentino ripeta la sua contrarietà al voto anticipato nell'intervista al Corriere della Sera, collocandolo "fra tre anni e mezzo", alla scadenza della legislatura.

E le ragioni sono ovvie: come uno che ha aperto un ristorante e ha bisogno di tempo per farsi conoscere, allo stesso modo l'ex segretario del Pd ha necessità di guadagnare consenso intorno alla sua creatura, Italia Viva, che per il momento è un prodotto di laboratorio (i sondaggi la fotografano in una forbice tra il 3,5 e il 5,5 per cento anche dopo le giornate della Leopolda).

Peraltro l'uscita di Renzi non è di "routine": fa seguito non …
Tutti sul palco a chiudere la campagna elettorale in Umbria: Conte, Zingaretti, Di Maio, Speranza. Il governo e la coalizione Pd-M5S-LeU: ad anticipare l'alleanza strutturale con i 5S che piace ai vertici di via del Nazareno. Tutti tranne Renzi, naturalmente, e nessuno si stupisce. Come non meraviglia che l'irrequieto fiorentino ripeta la sua contrarietà al voto anticipato nell'intervista al Corriere della Sera, collocandolo "fra tre anni e mezzo", alla scadenza della legislatura.

E le ragioni sono ovvie: come uno che ha aperto un ristorante e ha bisogno di tempo per farsi conoscere, allo stesso modo l'ex segretario del Pd ha necessità di guadagnare consenso intorno alla sua creatura, Italia Viva, che per il momento è un prodotto di laboratorio (i sondaggi la fotografano in una forbice tra il 3,5 e il 5,5 per cento anche dopo le giornate della Leopolda).

Peraltro l'uscita di Renzi non è di "routine": fa seguito non a caso alle dichiarazioni di Franceschini, figura chiave dell'attuale Pd e del governo Conte nonché esponente politico molto ascoltato al Quirinale. Cosa aveva appena detto il ministro dei Beni Culturali? Che non ci sarà un altro esecutivo dopo il traballante Conte 2: se il governo va in pezzi, si tornerà alle urne. Si farà quindi quel che si è evitato in agosto, proprio in conseguenza degli sforzi dello stesso Franceschini e di Renzi. I quali sono oggi su posizioni opposte, figlie dello sfilacciarsi del quadro generale e della scissione renziana.

Franceschini parla come un esponente del partito che raccoglie ancora tra il 18 e il 20 per cento e può guardare all'ipotesi elettorale con relativa tranquillità. Viceversa Renzi è alla testa di un piccolo partito-corsaro che non sembra andare oltre il 5. Almeno per il momento.

Come si vede c'è una differenza strategica tra i due punti di vista. Man mano che Conte si logora, il problema del "che fare" della legislatura s'ingigantisce. Al netto dell'attualità che preme (il voto in Umbria, i tormenti della legge di Bilancio, l'eventuale referendum confermativo sul taglio dei parlamentari), le elezioni anticipate potrebbero diventare uno sbocco accettabile per il Pd, di fronte alla prospettiva di tre anni di endemica guerriglia politica e parlamentare. Per cui la paura di consegnarsi alla rivincita di Salvini può finire in subordine rispetto alla certezza dell'instabilità. Del resto, Renzi lo dice con franchezza: il suo obiettivo è spolpare pian piano il Pd, proprio come ha fatto Macron in Francia con i socialisti di Hollande.

Quante possibilità abbia il politico di Rignano di replicare in Italia l'esperienza macroniana circa tre anni dopo, è un'altra questione e andrà verificata sul campo. Ma l'ambizione è quella: con la differenza che Macron arrivò, vide e vinse (più o meno come Renzi alle europee del 2014), mentre adesso Italia Viva deve trascinarsi per un triennio in attesa di un successo posticipato.

Ecco allora l'urgenza di vittorie intermedie: ad esempio, eliminare dalla scena Conte, "l'avvocato del popolo". Sostituirlo con un "mister x", magari proprio con Franceschini, e fare del Pd un partito di ceto politico, guardiano di interessi costituiti, docile davanti al neo-macronismo arrembante. Per quanto la tentazione del potere sia sempre forte nel Pd, non c'è chi non veda che questo è il sentiero verso il declino finale. E allora, forse, meglio le elezioni.