Il limite di von der Leyen
Massimo Riva , di MASSIMO RIVANon passa settimana senza che la presidente della Commissione incorra in qualche incidente di percorso che ne logora immagine e prestigio, allungando ombre preoccupanti su peso e ruolo politici del futuro esecutivo dell’Unione
Non si può proprio dire che sia stata una mossa felice e tanto meno ben riuscita quella con la quale Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono accordati per indicare Ursula von der Leyen alla guida della nuova Commissione di Bruxelles. Ormai non passa settimana senza che la prescelta di Parigi e Berlino incorra in qualche incidente di percorso che ne logora immagine e prestigio, allungando ombre preoccupanti su peso e ruolo politici del futuro esecutivo dell’Unione. Siamo intanto al punto che il suo insediamento ha dovuto essere rinviato di un mese per consentire a Frau Ursula di porre rimedio alla bocciatura di ben tre candidati commissari da parte del parlamento di Strasburgo. E va ricordato che già nel primo voto — quello sulla sua candidatura alla presidenza — von der Leyen se l’è cavata per un soffio con un margine minimo di nove consensi.
Alto, in questo clima, è il rischio che anche la pronuncia dell’aula sulla Commission…
Alto, in questo clima, è il rischio che anche la pronuncia dell’aula sulla Commission…
Non si può proprio dire che sia stata una mossa felice e tanto meno ben riuscita quella con la quale Emmanuel Macron e Angela Merkel si sono accordati per indicare Ursula von der Leyen alla guida della nuova Commissione di Bruxelles. Ormai non passa settimana senza che la prescelta di Parigi e Berlino incorra in qualche incidente di percorso che ne logora immagine e prestigio, allungando ombre preoccupanti su peso e ruolo politici del futuro esecutivo dell’Unione. Siamo intanto al punto che il suo insediamento ha dovuto essere rinviato di un mese per consentire a Frau Ursula di porre rimedio alla bocciatura di ben tre candidati commissari da parte del parlamento di Strasburgo. E va ricordato che già nel primo voto — quello sulla sua candidatura alla presidenza — von der Leyen se l’è cavata per un soffio con un margine minimo di nove consensi.
Alto, in questo clima, è il rischio che anche la pronuncia dell’aula sulla Commissione nel suo complesso possa riservare ulteriori sorprese. Ma quand’anche andasse tutto liscio, un danno serio per le istituzioni comunitarie è ormai acquisito: con von der Leyen la Commissione sarà presieduta da una “lame duck”, cioè dalla classica anatra politicamente zoppa. Con l’aggravante, nel caso specifico, che la perdita di autorità e autorevolezza non è avvenuta in forza di subdoli colpi inflitti da avversari spietati ma trae origine da errori, scelte e sbandamenti che Frau Ursula ha fatto tutti da sola. A cominciare dal suo primo esordio pubblico nel quale ha mostrato un’imbarazzante benevolenza nei confronti delle deviazioni in corso in alcuni Paesi dell’Est sul delicato terreno dello Stato di diritto. Poi ha cercato di aggiustare il tiro con qualche precisazione verbale, subito contraddetta però da un atto politico di segno opposto con la proposta di nomina del rappresentante ungherese nella Commissione. Per questo ruolo e con palese volontà provocatoria il governo Orbán ha indicato il nome dell’ex ministro della giustizia promotore di quella riforma che ha portato Bruxelles ad aprire una procedura contro Budapest per violazione dell’indipendenza del potere giudiziario. Non ci voleva un indovino per prevedere che Strasburgo avrebbe raccolto la sfida bocciando una simile candidatura, come poi accaduto. Un qualunque politico navigato, prima di cadere nella trappola, avrebbe ottenuto dal governo di Budapest un cambio di cavallo. Von der Leyen no, ha preferito mostrarsi acquiescente verso la mossa di Orbán andando così dritta filata verso un doppio scacco: la censura del proposto ma di riflesso anche della proponente.
E non basta. Anche la candidatura della francese Sylvie Goulard, seppure per ragioni diverse, è finita nel cestino con crescente disdoro per il suo mentore Macron e per la sempre ossequiente Ursula. Mentre ancora resta da capire che cosa avesse davvero in mente la sempre più ondivaga e oscillante von der Leyen con la trovata di istituire una sorta di commissariato alla “difesa dello stile di vita europeo”. Proposito successivamente ridimensionato ancor prima di essere spiegato, ma che ha appesantito lo strascico di incresciosi interrogativi sulla visione politica di Frau Ursula. Troppe le ambiguità e troppi gli errori ormai per non porsi un dilemma diabolico sul futuro prossimo dell’Unione. Meglio affrontare subito il trauma di un cambio al vertice della nuova Commissione ovvero correre i rischi rovinosi di una gestione azzoppata dalla fragilità e incoerenza politiche di chi la guida?
Alto, in questo clima, è il rischio che anche la pronuncia dell’aula sulla Commissione nel suo complesso possa riservare ulteriori sorprese. Ma quand’anche andasse tutto liscio, un danno serio per le istituzioni comunitarie è ormai acquisito: con von der Leyen la Commissione sarà presieduta da una “lame duck”, cioè dalla classica anatra politicamente zoppa. Con l’aggravante, nel caso specifico, che la perdita di autorità e autorevolezza non è avvenuta in forza di subdoli colpi inflitti da avversari spietati ma trae origine da errori, scelte e sbandamenti che Frau Ursula ha fatto tutti da sola. A cominciare dal suo primo esordio pubblico nel quale ha mostrato un’imbarazzante benevolenza nei confronti delle deviazioni in corso in alcuni Paesi dell’Est sul delicato terreno dello Stato di diritto. Poi ha cercato di aggiustare il tiro con qualche precisazione verbale, subito contraddetta però da un atto politico di segno opposto con la proposta di nomina del rappresentante ungherese nella Commissione. Per questo ruolo e con palese volontà provocatoria il governo Orbán ha indicato il nome dell’ex ministro della giustizia promotore di quella riforma che ha portato Bruxelles ad aprire una procedura contro Budapest per violazione dell’indipendenza del potere giudiziario. Non ci voleva un indovino per prevedere che Strasburgo avrebbe raccolto la sfida bocciando una simile candidatura, come poi accaduto. Un qualunque politico navigato, prima di cadere nella trappola, avrebbe ottenuto dal governo di Budapest un cambio di cavallo. Von der Leyen no, ha preferito mostrarsi acquiescente verso la mossa di Orbán andando così dritta filata verso un doppio scacco: la censura del proposto ma di riflesso anche della proponente.
E non basta. Anche la candidatura della francese Sylvie Goulard, seppure per ragioni diverse, è finita nel cestino con crescente disdoro per il suo mentore Macron e per la sempre ossequiente Ursula. Mentre ancora resta da capire che cosa avesse davvero in mente la sempre più ondivaga e oscillante von der Leyen con la trovata di istituire una sorta di commissariato alla “difesa dello stile di vita europeo”. Proposito successivamente ridimensionato ancor prima di essere spiegato, ma che ha appesantito lo strascico di incresciosi interrogativi sulla visione politica di Frau Ursula. Troppe le ambiguità e troppi gli errori ormai per non porsi un dilemma diabolico sul futuro prossimo dell’Unione. Meglio affrontare subito il trauma di un cambio al vertice della nuova Commissione ovvero correre i rischi rovinosi di una gestione azzoppata dalla fragilità e incoerenza politiche di chi la guida?