Il giorno dopo il naufragio, la tragicommedia umbra si risolve in tre interrogativi. Primo, che ne sarà dei Cinquestelle? Secondo, che ne sarà del governo Conte? Terzo, che ne sarà in gennaio del voto in Emilia Romagna, vale a dire un’Umbria moltiplicata per dieci? Non c’è una risposta separata per ognuna delle tre questioni perché in realtà ogni quesito è legato agli altri due. Prendiamo il caso del movimento che fa o faceva capo a Di Maio. Il misero 7 per cento virgola qualcosa raccolto domenica segna uno spartiacque per lui, ma anche per i Grillo e i Casaleggio. Finisce la storia dei Cinquestelle cominciata con le elezioni del 2013; finisce l’ambizione di costruire un assetto di lotta e di governo, metà anti-sistema e metà radicato nel sistema, anzi nel governo. Il M5S può decidere di diventare in tutto e per tutto una corrente esterna del Pd, accettando l’intesa strategica offerta da Fran…
Il giorno dopo il naufragio, la tragicommedia umbra si risolve in tre interrogativi. Primo, che ne sarà dei Cinquestelle? Secondo, che ne sarà del governo Conte? Terzo, che ne sarà in gennaio del voto in Emilia Romagna, vale a dire un’Umbria moltiplicata per dieci? Non c’è una risposta separata per ognuna delle tre questioni perché in realtà ogni quesito è legato agli altri due. Prendiamo il caso del movimento che fa o faceva capo a Di Maio. Il misero 7 per cento virgola qualcosa raccolto domenica segna uno spartiacque per lui, ma anche per i Grillo e i Casaleggio. Finisce la storia dei Cinquestelle cominciata con le elezioni del 2013; finisce l’ambizione di costruire un assetto di lotta e di governo, metà anti-sistema e metà radicato nel sistema, anzi nel governo. Il M5S può decidere di diventare in tutto e per tutto una corrente esterna del Pd, accettando l’intesa strategica offerta da Franceschini: ma l’Umbria insegna che i voti popolari non seguono i giochi di potere dei vertici. A Perugia si è visto che il Pd riesce, sì, a tenere più o meno le sue percentuali delle Europee, ma non recupera i suffragi dei 5S che scivolano invece verso destra.
D’altra parte, l’idea di tornare autonomi (la misteriosa “terza via” di Di Maio) sembra alquanto velleitaria. Non esiste più quell’alone magico intorno al movimento che Beppe Grillo aveva saputo creare all’inizio dell’avventura. Il contratto con Salvini, prima, e ora il patto di governo con il centrosinistra hanno prodotto effetti disastrosi. Il bislacco taglio dei parlamentari non ha emozionato nessuno. La piattaforma Rousseau e l’eco della “democrazia diretta” sono percepite come un gioco di prestigio di cui s’intravede il trucco. E il reddito di cittadinanza appare per quello che è:
un provvedimento costoso e inutile nella sostanza, inservibile anche per consolidare il consenso. Tuttavia l’implosione del movimento avrebbe, è ovvio, effetti distruttivi sul fragile assetto nato in agosto al fine di evitare le elezioni anticipate. Per cui la seconda domanda — il futuro del governo — trova qui la sua risposta: Conte esce dal voto gravemente indebolito, pur senza tener conto di altri fattori, quali il conflitto d’interessi evocato dal Financial Times e le ricadute dell’affare Barr.
In queste condizioni c’è da chiedersi come possa il presidente del Consiglio guidare la legge di bilancio in Parlamento o, a maggior ragione, gestire una politica economica pro-crescita. Eppure Conte, strano a dirsi, può tirare avanti facendo leva proprio sulla sua debolezza, ossia sulla mancanza di alternative. Non esistono al momento nomi verosimili per sostituire il premier, a meno di colpi di scena extra-politici. Nei fatti un’eventuale caduta non riguarderebbe “l’avvocato del popolo”, bensì l’intera coalizione Pd-5S-LeU: un’architettura che in due mesi non ha mai convinto, priva di spessore politico e di una visione comune. Certo, nessuno ha davvero interesse a tagliare il ramo su cui tutti sono seduti, ma talvolta le cose accadono al di là della logica. Se i 5S si frantumano, non riuscendo a contenere le loro contraddizioni, è chiaro che il governo ne verrebbe travolto. Dopodiché le elezioni sarebbero inevitabili: impensabili ulteriori tattiche dilatorie.
L’argomento secondo cui “ma così vince Salvini” era già debole in agosto, ma oggi andrebbe rovesciato: un governo che forse è minoranza nel Paese, destinato a logorarsi sempre di più nel piccolo cabotaggio, rischia di ingrossare le file della destra fino a provocare — per mancanza di coraggio, voglia di battersi e idee competitive — un disastro di proporzioni non prevedibili. Ne deriva che i margini di recupero sono esigui e passano per un sussulto di spirito repubblicano di cui per la verità non si vede traccia. Peraltro il tema interpella anche il Quirinale, in quanto il presidente della Repubblica, con la sua autorità, potrebbe decidere di richiamare alle loro responsabilità i protagonisti e i comprimari dello psicodramma. Forse è necessario, anzi urgente.
Si arriva così al terzo interrogativo: le regionali in Emilia Romagna. Bologna non è Perugia ed è chiaro che una sconfitta del centrosinistra in gennaio aprirebbe uno scenario senza precedenti. Escluso ormai che si voglia ripresentare l’asse Pd-5S (salvo una fusione di fatto tra i due), l’unica strada percorribile conduce a un’intesa sul nome di Bonaccini tra il Pd e il partito renziano. Nemmeno questa scelta è semplice, ma è forse l’unica via per costruire un’offerta politica in grado di reggere la sfida. Renzi, ma non solo lui, dovrebbe pensarci, anziché restare seduto sulla riva del fiume in attesa delle spoglie del Pd.
D’altra parte, l’idea di tornare autonomi (la misteriosa “terza via” di Di Maio) sembra alquanto velleitaria. Non esiste più quell’alone magico intorno al movimento che Beppe Grillo aveva saputo creare all’inizio dell’avventura. Il contratto con Salvini, prima, e ora il patto di governo con il centrosinistra hanno prodotto effetti disastrosi. Il bislacco taglio dei parlamentari non ha emozionato nessuno. La piattaforma Rousseau e l’eco della “democrazia diretta” sono percepite come un gioco di prestigio di cui s’intravede il trucco. E il reddito di cittadinanza appare per quello che è:
un provvedimento costoso e inutile nella sostanza, inservibile anche per consolidare il consenso. Tuttavia l’implosione del movimento avrebbe, è ovvio, effetti distruttivi sul fragile assetto nato in agosto al fine di evitare le elezioni anticipate. Per cui la seconda domanda — il futuro del governo — trova qui la sua risposta: Conte esce dal voto gravemente indebolito, pur senza tener conto di altri fattori, quali il conflitto d’interessi evocato dal Financial Times e le ricadute dell’affare Barr.
In queste condizioni c’è da chiedersi come possa il presidente del Consiglio guidare la legge di bilancio in Parlamento o, a maggior ragione, gestire una politica economica pro-crescita. Eppure Conte, strano a dirsi, può tirare avanti facendo leva proprio sulla sua debolezza, ossia sulla mancanza di alternative. Non esistono al momento nomi verosimili per sostituire il premier, a meno di colpi di scena extra-politici. Nei fatti un’eventuale caduta non riguarderebbe “l’avvocato del popolo”, bensì l’intera coalizione Pd-5S-LeU: un’architettura che in due mesi non ha mai convinto, priva di spessore politico e di una visione comune. Certo, nessuno ha davvero interesse a tagliare il ramo su cui tutti sono seduti, ma talvolta le cose accadono al di là della logica. Se i 5S si frantumano, non riuscendo a contenere le loro contraddizioni, è chiaro che il governo ne verrebbe travolto. Dopodiché le elezioni sarebbero inevitabili: impensabili ulteriori tattiche dilatorie.
L’argomento secondo cui “ma così vince Salvini” era già debole in agosto, ma oggi andrebbe rovesciato: un governo che forse è minoranza nel Paese, destinato a logorarsi sempre di più nel piccolo cabotaggio, rischia di ingrossare le file della destra fino a provocare — per mancanza di coraggio, voglia di battersi e idee competitive — un disastro di proporzioni non prevedibili. Ne deriva che i margini di recupero sono esigui e passano per un sussulto di spirito repubblicano di cui per la verità non si vede traccia. Peraltro il tema interpella anche il Quirinale, in quanto il presidente della Repubblica, con la sua autorità, potrebbe decidere di richiamare alle loro responsabilità i protagonisti e i comprimari dello psicodramma. Forse è necessario, anzi urgente.
Si arriva così al terzo interrogativo: le regionali in Emilia Romagna. Bologna non è Perugia ed è chiaro che una sconfitta del centrosinistra in gennaio aprirebbe uno scenario senza precedenti. Escluso ormai che si voglia ripresentare l’asse Pd-5S (salvo una fusione di fatto tra i due), l’unica strada percorribile conduce a un’intesa sul nome di Bonaccini tra il Pd e il partito renziano. Nemmeno questa scelta è semplice, ma è forse l’unica via per costruire un’offerta politica in grado di reggere la sfida. Renzi, ma non solo lui, dovrebbe pensarci, anziché restare seduto sulla riva del fiume in attesa delle spoglie del Pd.