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(ap)

Se gli ideali tornano in piazza

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È una notizia buona o cattiva? Buona, verrebbe sicuramente da dire, perché non c'è niente di più giusto e confortante delle ragioni che riuniscono in cortei oceanici così tanti uomini e donne, ai quattro angoli del mondo.
A Hong Kong come a Beirut, a La Paz come a Bagdad, a Conakry come ad Algeri e in tante altre città ancora, queste folle manifestano per lo Stato di diritto e contro le disuguaglianze sociali, per la libertà e contro la corruzione, per la ridistribuzione attraverso le tasse e contro la distruzione della natura, per la democrazia e contro le dittature, militari, presidenziali, oligarchiche o comuniste. Non è evidente che il Libano, il Sudan, l'Iraq e l'Algeria stanno recitando il secondo atto delle rivoluzioni arabe, quelle che ci eravamo affrettati a credere morte e sepolte, ma che oggi risorgono, sempre in nome dei diritti dell'uomo e non di un fanatismo identitario e religioso?

Di fronte al cor…
È una notizia buona o cattiva? Buona, verrebbe sicuramente da dire, perché non c'è niente di più giusto e confortante delle ragioni che riuniscono in cortei oceanici così tanti uomini e donne, ai quattro angoli del mondo.
A Hong Kong come a Beirut, a La Paz come a Bagdad, a Conakry come ad Algeri e in tante altre città ancora, queste folle manifestano per lo Stato di diritto e contro le disuguaglianze sociali, per la libertà e contro la corruzione, per la ridistribuzione attraverso le tasse e contro la distruzione della natura, per la democrazia e contro le dittature, militari, presidenziali, oligarchiche o comuniste. Non è evidente che il Libano, il Sudan, l'Iraq e l'Algeria stanno recitando il secondo atto delle rivoluzioni arabe, quelle che ci eravamo affrettati a credere morte e sepolte, ma che oggi risorgono, sempre in nome dei diritti dell'uomo e non di un fanatismo identitario e religioso?

Di fronte al coraggio degli iracheni, alla costanza degli algerini, alla fratellanza intercomunitaria dei libanesi o all'intelligenza politica dei sudanesi, come si fa a continuare a negare che non esiste, ripeto, non esiste la minima incompatibilità fra l'islam e la democrazia, una democrazia che oggi, e dico sul serio, in nessuna parte del mondo è viva e vibrante come nella speranza e nella mobilitazione dei mondi arabi?
Come si fa a ignorare che dalla Guinea alla Bolivia i popoli non vogliono più saperne di dittature elettive e di presidenti a vita, e che questa realtà è così potente che si fa già sentire a Budapest, ad Ankara e a Mosca?

E quando i cileni rigettano in modo così massiccio la privatizzazione di tutta l'economia e la crescita a solo profitto dei più ricchi, come si fa a non vedere che la rivoluzione conservatrice di Margaret Thatcher e Ronald Reagan si sta esaurendo, che la ruota gira, che lo Stato ridiventa la soluzione a cui aspirano i popoli e che il rifiuto dell'imposizione fiscale ha finito per spezzare le solidarietà sociali su cui si fondano la dignità umana e la pace civile?
'Democrazia', 'equità', 'solidarietà': sono queste le parole d'ordine che vengono scandite in tutti i continenti, e come non rallegrarsi di questo straordinario ritorno agli ideali dell'Illuminismo e della Rivoluzione francese, alle tre parole essenziali incise su tutti i frontoni della Repubblica francese: 'Liberté, égalité, fraternité'?

Nessuno può più dire, oggi, che questi valori di giustizia sociale e libertà politica non siano universali. Nessun dittatore, ormai, può più fingere che i russi, i cinesi o gli africani non li concepiscano nello stesso modo. Ma dove ci porta questo decennio aperto dai tunisini, riaperto da Hong Kong e dall'Algeria, e di cui si parlerà un giorno come si parla dei sixties, un altro periodo che aveva trasformato lo scenario in modo totale e duraturo ovunque, da Praga a Tokyo, da Los Angeles a Parigi?

Vorremmo poter dire che i frutti manterranno la promessa dei fiori e che si annuncia una nuova primavera dei popoli, ma sfortunatamente no, questa certezza non c'è. Vogliamo sperare. Vogliamo credere che il futuro non ci riserverà nuovi passi indietro, come quelli che avevano seguito il 2011. Vorremmo davvero tanto fare affidamento su queste classi medie urbane che in questo preciso momento fraternizzano, in moltissimi Paesi, con i diseredati delle città e delle campagne, ma tra la speranza e la sua realizzazione si frappongono due ostacoli che non vanno sottovalutati.

Il primo è che lo schieramento della fratellanza, la sinistra, il centro e i progressisti, non ha ancora ritrovato lo slancio intellettuale che ha perso a partire dall'ultimo quarto del XX secolo. Il partito della libertà è rimasto senza idee, un vuoto assoluto tanto più drammatico in quanto ha consentito la rinascita e l'affermazione - una prima assoluta, probabilmente - delle idee reazionarie nate nel XIX secolo dalla critica della Rivoluzione francese e dalla contestazione dell'Illuminismo. Anche se minoritarie, le forze politiche con più slancio in questo momento sono quelle dell'estrema destra, e questi nazionalisti autoritari e xenofobi potrebbero approfittarne per salire sul vagone di testa della rivolta in corso, come avevano fatto all'inizio del secolo scorso il fascismo e poi il nazismo.

L'aspirazione al ritorno di uno Stato difensore dei più deboli può sfociare nel ritorno a uno Stato forte in mano a regimi dittatoriali. Il rigetto del neoliberismo economico può condurre al rigetto delle libertà politiche, come si vede, e non soltanto a Est, in ampi settori delle democrazie occidentali. È ovvio che non è un destino già scritto, ma è un pericolo tutt'altro che inverosimile, perché la prima potenza economica e militare del pianeta, per il momento, è uscita dallo schieramento della libertà, di cui era costantemente capofila. Con Trump, la libertà ha perso il suo principale alleato. È il secondo motivo di preoccupazione, ma questo Nerone d'America ha talmente oltrepassato il limite, pur non essendo imperatore ma soltanto presidente, che negli Stati Uniti potrebbe aprirsi ben presto una nuova pagina. Non è mai successo che candidati democratici così credibili come quelli in lizza oggi siano stati tanto critici dell'ingiustizia sociale e dell'arretramento dello Stato. Quello che si sente nei cortei della rivolta mondiale si sentirà, mattina, pomeriggio e sera, nel corso dei sei mesi di primarie, e poi alla convention democratica.

Donald Trump può essere rieletto, ma se non riuscirà a smentire i sondaggi e questi nuovi democratici dovessero riuscire ad arrivare al potere, gli Stati Uniti nel giro di un anno, come già si è visto in passato, potrebbero prendere la testa di una grande virata sociale, con priorità alle strutture collettive, alla tassazione delle grandi fortune, all'aumento della tassazione dei profitti e all'instaurazione di un sistema sanitario pubblico.

Traduzione di Fabio Galimberti