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Ilva e l’addio di ArcelorMittal: cronaca di una morte annunciata

Dalla campagna elettorale dei 5 Stelle che volevano chiudere Taranto, al colpo di mano dei senatori grillini che hanno cancellato lo scudo penale.Tutto nel silenzio del Pd
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Cronaca di una morte annunciata. Che il caso della ex Ilva stesse precipitando verso un punto di non ritorno era chiaro a tutti. Ma tutti, tranne i lavoratori e i cittadini di Taranto, facevano finta di non saperlo.

A partire dalla campagna elettorale del 2018, quando il M5S sventolava il vessillo della chiusura dell’acciaieria più grande d’Europa, “cavalcando” il dramma degli abitanti del quartiere Tamburi affacciato sulla fabbrica e sui suoi veleni, la sopravvivenza dell’impianto (e, viste le dimensioni, dell’intera siderurgia italiana) è diventata una variabile dipendente della demagogia e della perenne campagna elettorale del nostro Paese.

Paradossale il percorso dei cinque stelle che, una volta al governo insieme alla Lega, hanno prima portato avanti la minaccia dello spegnimento degli altiforni salvo poi scongiurarlo con l’introduzione dello scudo penale per gli amministratori dello stabilimento (“Il delitto perfett…
Cronaca di una morte annunciata. Che il caso della ex Ilva stesse precipitando verso un punto di non ritorno era chiaro a tutti. Ma tutti, tranne i lavoratori e i cittadini di Taranto, facevano finta di non saperlo.

A partire dalla campagna elettorale del 2018, quando il M5S sventolava il vessillo della chiusura dell’acciaieria più grande d’Europa, “cavalcando” il dramma degli abitanti del quartiere Tamburi affacciato sulla fabbrica e sui suoi veleni, la sopravvivenza dell’impianto (e, viste le dimensioni, dell’intera siderurgia italiana) è diventata una variabile dipendente della demagogia e della perenne campagna elettorale del nostro Paese.

Paradossale il percorso dei cinque stelle che, una volta al governo insieme alla Lega, hanno prima portato avanti la minaccia dello spegnimento degli altiforni salvo poi scongiurarlo con l’introduzione dello scudo penale per gli amministratori dello stabilimento (“Il delitto perfetto” evocato dall’allora ministro dello Sviluppo Economico e vicepremier, Luigi Di Maio).

Cambiato il colore dell’esecutivo da giallo-verde a giallo-rosso, il destino della ex Ilva è tornato a ballare, con il colpo di mano dei senatori grillini che spiazzando il loro stesso ministro, Stefano Patuanelli, hanno di nuovo cancellato lo scudo. Nel più assordante silenzio del Pd (un tempo “partito delle fabbriche”) che, d’altra parte, fin dall’inizio della nuova avventura governativa si è consegnato mani e piedi alla politica industriale (o, meglio, alla “non politica industriale”) del M5S.

Una pantomima, mentre nel frattempo ArcelorMittal veniva scosso come tutti i gruppi siderurgici dalla crisi globale del mercato dell’acciaio, mentre oltre mille lavoratori a Taranto tornavano alla cassa integrazione, e mentre gli abitanti di Tamburi continuano a vedere il fumo minaccioso che si alza dagli altoforni dell’acciaieria.

È la condanna per la seconda potenza manifatturiera in Europa che, incapace di risolvere una volta per tutte, alla stregua di quanto avviene in ogni altro Paese sviluppato, il conflitto tra due interessi sacrosanti come salute e lavoro, continua a giocare al dilemma della torre gettando di sotto alternativamente l’ambiente o l’industria. L’emblema di questa tara politica e culturale, sono gli oltre ottomila addetti della ex Ilva che, una volta tolta la tuta, si incamminano nella città. Operai e nello stesso tempo cittadini. Sarebbe doveroso garantire loro un futuro senza rinunce