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Tutti genitori di Giovannino

Non dobbiamo giudicare il papà e la mamma. Il futuro è l’unica cosa che si vede e purtroppo non ha niente di confortante
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Se fosse una storia semplice - non è una storia semplice - basterebbe tirare una linea. Una coppia di genitori, un bambino, un abbandono.

Ma non è una storia semplice, e di fronte alla scelta di chi ha lasciato all'ospedale Sant'Anna di Torino il figlio neonato, affetto da una malattia rarissima della pelle, nessuna domanda ha una risposta sicura.
C'è qualcosa, da fuori, da lontano, che alimenta un moto di tenerezza totale, speranzoso e disperato insieme: come se fossimo tutti genitori possibili di Giovannino. Come se fossimo tutti la sua famiglia ideale. Le telefonate in ospedale, le richieste di adozione sono il segno concreto, e commovente, di questa spinta emotiva generosa.

Il bambino non avrà una vita facile, la sua sfortuna comincia col venire al mondo, con l'essere stato toccato da una patologia così rara - l'ittiosi Arlecchino, nome carnevalesco per una devastante anomalia genetica - da colpire una persona su un milione.…
Se fosse una storia semplice - non è una storia semplice - basterebbe tirare una linea. Una coppia di genitori, un bambino, un abbandono.

Ma non è una storia semplice, e di fronte alla scelta di chi ha lasciato all'ospedale Sant'Anna di Torino il figlio neonato, affetto da una malattia rarissima della pelle, nessuna domanda ha una risposta sicura.
C'è qualcosa, da fuori, da lontano, che alimenta un moto di tenerezza totale, speranzoso e disperato insieme: come se fossimo tutti genitori possibili di Giovannino. Come se fossimo tutti la sua famiglia ideale. Le telefonate in ospedale, le richieste di adozione sono il segno concreto, e commovente, di questa spinta emotiva generosa.

Il bambino non avrà una vita facile, la sua sfortuna comincia col venire al mondo, con l'essere stato toccato da una patologia così rara - l'ittiosi Arlecchino, nome carnevalesco per una devastante anomalia genetica - da colpire una persona su un milione.

È capitato a lui, che non sa. Ha quattro mesi, dorme, mangia, piange, sorride. È capitato a loro, i due che l'hanno messo al mondo, e non sapevano. Giudicarli viene istintivo come la tenerezza, la pena, per quel bambino lasciato solo. Ma quel giudizio è facile, e cancella troppi dati. Quelli che anche la burocrazia sanitaria è tenuta a obliterare: chi sono quella madre e quel padre, che età hanno, che storia alle spalle. Il futuro davanti è l'unica cosa che si vede, per una volta, o si può immaginare - e non ha niente di confortante.
Non so se bastano le parole che conosco, le frasi su questa pagina - la paura, la solitudine, l'angoscia, l'impressione di non farcela, di non potercela fare - a dedurre, a spiegare cosa può sentire nel profondo chi è messo davanti a una prova simile. E a quella scelta. E non so nemmeno se c'entra il coraggio, se è così che si chiama - coraggio - la disponibilità ad accettare questa strana, imprevedibile, maligna nemesi che ti fa essere genitore di quell'uno su mille, su un milione. Molti, moltissimi ce l'hanno fatta, ce la fanno, non ci hanno pensato un secondo, si sono solo disposti ad accettare quella vita come è arrivata. Qualcuno non ce la fa, e talvolta non c'è bisogno nemmeno di una anomalia genetica per avere quella paura, quella voglia di scappare via.

Mi sono imbattuto in queste storie, ho indagato, per varie ragioni, in quello strazio. E mentre scrivevo un romanzo, Lontano dagli occhi, proprio su questo, su tre coppie che scelgono così, scelgono di andarsene, ho sentito che non potevo fermarmi alla domanda più immediata: perché? Non potevo fermarmi all'accusa, al dito puntato. Ciò che era stato loro per nove mesi, e tanto vicino al cuore, sarebbe stato lontano per il resto dei giorni. Impossibile che chi ha affidato Giovannino a tutti e a nessuno non sia visitato da qualche lampo di un ricordo monco, dal sentore di un'incompiutezza. Impossibile che non si sia augurato, per lui, qualcosa di meglio.

È viltà? Anche questa è una semplificazione. E non c'è nessuno, adesso, che possa dire alcunché di definitivo su quel dolore. Possiamo solo sperare per Giovannino: per la sua seconda occasione, la sua seconda vita, per il futuro. Che sia appena più generoso di quanto la genetica - e la paura degli adulti - sembrano avergli promesso.