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(afp)

Chi destabilizza il governo

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Ogni giorno che passa è sempre più evidente che l'affare Ilva è troppo grosso per essere gestito da una classe politica incapace di colpi d'ala: un ceto senz'anima e - come ha scritto Ezio Mauro - arroccato nel suo minimalismo come per un'estrema difesa. Ma è altrettanto chiaro che ci stiamo avvicinando a rapidi passi verso un bivio cruciale.

Nel momento infatti in cui si è coinvolta una multinazionale, la questione dell'acciaieria non si presta a essere risolta attraverso uno dei falsi compromessi al ribasso di cui gli esempi abbondano. Sul piano tecnico, ma soprattutto politico, le alternative sono due.

La prima prevede che ArcelorMittal dia seguito ai suoi annunci e abbandoni l'impresa. Siamo appena a due passi da un simile esito: se accadrà, vorrà dire che ha prevalso la parte più ideologica e massimalista dei Cinque Stelle e in quel caso c'è da attendersi non tanto la chiusura degli impia…
Ogni giorno che passa è sempre più evidente che l'affare Ilva è troppo grosso per essere gestito da una classe politica incapace di colpi d'ala: un ceto senz'anima e - come ha scritto Ezio Mauro - arroccato nel suo minimalismo come per un'estrema difesa. Ma è altrettanto chiaro che ci stiamo avvicinando a rapidi passi verso un bivio cruciale.

Nel momento infatti in cui si è coinvolta una multinazionale, la questione dell'acciaieria non si presta a essere risolta attraverso uno dei falsi compromessi al ribasso di cui gli esempi abbondano. Sul piano tecnico, ma soprattutto politico, le alternative sono due.

La prima prevede che ArcelorMittal dia seguito ai suoi annunci e abbandoni l'impresa. Siamo appena a due passi da un simile esito: se accadrà, vorrà dire che ha prevalso la parte più ideologica e massimalista dei Cinque Stelle e in quel caso c'è da attendersi non tanto la chiusura degli impianti, quanto un tentativo di nazionalizzazione. Sarebbe un singolare caso di "sovranismo", culmine di errori prolungati negli anni e in antitesi quasi perfetta con lo spirito dell'Unione europea come è stato declinato negli ultimi vent'anni.

S'intende che per le finanze pubbliche il costo dell'operazione sarebbe esorbitante, probabilmente insostenibile, e andrebbe calcolato pensando anche alla prossima crisi che già si delinea all'orizzonte, ossia Alitalia. Ma, dal punto di vista grillino, la definitiva uscita di scena di Mittal e l'apertura dell'ombrello statale (o anche solo l'avvio di un tale disegno) sarebbe presentato come un grande successo.

La seconda alternativa prevede invece che sia restaurata la tutela legale per la multinazionale e che si stipuli un nuovo accordo con i suoi vertici in grado di tutelare al massimo i lavoratori. Forse è troppo tardi per far prevalere tale scenario di apparente buonsenso, ma più che altro c'è da domandarsi come reagirebbero i Cinque Stelle o almeno quel segmento parlamentare del movimento che Di Maio dichiara di non essere più in grado di controllare. Il rifiuto ideologico della seconda ipotesi, se dovesse prevalere questa tendenza, porterebbe diritto alla crisi del governo Conte. È vero infatti che i Cinque Stelle vogliono evitare le elezioni anticipate, ma l'agonia dell'esecutivo unita alla sconfitta sull'Ilva sarebbe per loro inaccettabile: una sorta di seconda Tav, persino più grave.

In altri termini: o il movimento impone la sua linea al Pd e al governo, rinforzando così il legame con i propri militanti e illudendosi di tamponare il declino, ovvero i gruppi parlamentari potrebbero diventare davvero incontenibili.

Del resto, rompere sull'Ilva, nella logica grillina più intransigente, sarebbe ai loro occhi molto più vantaggioso in termini elettorali che chinare il capo per poi attraversare le forche caudine della manovra di bilancio e quindi avviarsi verso un 2020 che non promette nulla di buono per la retorica movimentista. Ne deriva che le vere minacce alla precaria stabilità del governo Conte vengono oggi dalle convulsioni dei Cinque Stelle. Sono loro i naturali destabilizzatori, assai più dei renziani in cerca di visibilità. E quando ci si riferisce ai Cinque Stelle non s'intende, è ovvio, il gruppo di vertice, da Casaleggio a Di Maio, quanto la base parlamentare frustrata e impaurita.