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Il lessico contro le donne

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Ogni volta che riferendosi a un femminicidio si parla di “tempesta emotiva” o “raptus” non solo si banalizza la gravità del gesto, ma si diventa in un certo senso complici  
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Forse ora la si smetterà davvero, e una volta per tutte, di parlare di "tempesta emotiva" o "raptus di follia"
o "amore malato" riferendosi a un femminicidio. Forse la si smetterà anche di credere che la gelosia non la si possa controllare, o che la violenza possa talvolta essere la conseguenza inevitabile della frustrazione o della rabbia.

Dicendo no allo sconto di pena accordato dalla Corte d'Appello di Bologna a Michele Castaldo, l'assassino di Olga Matei, la Corte di Cassazione ha infatti deciso che la "soverchiante tempesta emotiva e passionale" che avrebbe travolto Castaldo non rappresentava un'attenuante generica.

Perché si sarebbe d'altronde trattato di un'attenuante? E per chi? Certo non per Olga, brutalmente strangolata a mani nude dal proprio assassino. Senza alcuna compassione. Senza nemmeno quel minimo rispetto che è dovuto a ogni persona, quel rispetto che dovrebbe obbligare chiunqu…
Forse ora la si smetterà davvero, e una volta per tutte, di parlare di "tempesta emotiva" o "raptus di follia"
o "amore malato" riferendosi a un femminicidio. Forse la si smetterà anche di credere che la gelosia non la si possa controllare, o che la violenza possa talvolta essere la conseguenza inevitabile della frustrazione o della rabbia.

Dicendo no allo sconto di pena accordato dalla Corte d'Appello di Bologna a Michele Castaldo, l'assassino di Olga Matei, la Corte di Cassazione ha infatti deciso che la "soverchiante tempesta emotiva e passionale" che avrebbe travolto Castaldo non rappresentava un'attenuante generica.

Perché si sarebbe d'altronde trattato di un'attenuante? E per chi? Certo non per Olga, brutalmente strangolata a mani nude dal proprio assassino. Senza alcuna compassione. Senza nemmeno quel minimo rispetto che è dovuto a ogni persona, quel rispetto che dovrebbe obbligare chiunque a fermarsi, a non distruggere l'essere umano che ci è di fronte, anche quando si è travolti dall'ira, dalla gelosia, dall'ansia o dal dolore.

Ogniqualvolta, riferendosi a un femminicidio, si parla di "tempesta emotiva" o "raptus" o "follia momentanea" non solo si banalizza la gravità del gesto di fronte al quale ci si trova, ma si diventa in un certo senso complici dei colpevoli.

Si cercano delle scuse. Si invocano delle ragioni. Si immagina di rendere giustizia prendendo in considerazione la personalità o la storia di un colpevole - cosa che può e deve fare uno psichiatra o uno psicoterapeuta quando un uomo violento, rendendosi conto della propria incapacità a controllare la collera o
la gelosia, cerca di essere aiutato per evitare di commettere l'irreparabile - ma la giustizia, in questo modo, non la si rende affatto, anzi, si approfondisce ancora di più la sofferenza delle persone care, che non solo hanno perso una figlia o una madre o una sorella o un'amica, ma che sono anche costrette a sentirsi dire: è un omicidio, sì, ma l'assassino va capito, era fragile, era depresso, era geloso, aveva paura. Evocare un raptus o una qualsivoglia tempesta emotiva è solo un modo di riesumare l'antico "delitto d'onore" del Codice Rocco, definitivamente abrogato nel 1981, ma ancora fin troppo presente sia nella mentalità popolare sia nella cultura giuridica (e talvolta giornalistica) del nostro Paese.

C'è dietro l'idea secondo cui le passioni non si potrebbero controllare, la gelosia sarebbe una prova d'amore, e la violenza la conseguenza di un disonore, oppure di un abbandono, oppure di un'infanzia difficile. Mentre dietro i femminicidi c'è quasi sempre l'atteggiamento freddo e manipolatore di un perverso narcisista che, incapace di fare i conti con le proprie fratture - cosa dolorosa e difficile per tutti, sempre, ma non per questo motivo per scaricare la propria rabbia o le proprie frustrazioni su un'altra persona - disumanizza la donna che gli è accanto ancora prima di massacrarla. Come spiegare altrimenti la furia omicida? Quelle mani che serrano finché la persona smette di respirare. Quegli attimi lunghi di agonia durante i quali dentro non si muove nulla di umano - nessuna compassione, nessuna emozione, nessuna pietà - e, in preda a una rabbia fredda, si va fino in fondo.

Un oggetto al limite sì, lo si può rovinare e distruggere quando è nostro: nonostante la perdita del valore economico, da un punto di vista morale non si è commesso alcun crimine. Ma una persona, come spiega bene Kant, ha sempre e solo una dignità, e quindi un valore intrinseco. La dignità è sacra.
E nessuno ha il diritto di invocare difficoltà o sofferenze o passioni o umori per giustificare, o anche solo spiegare, la propria o l'altrui violenza.