Salvini e il bivio europeo dei sovranisti
Stefano Folli , di STEFANO FOLLIIl capo leghista manterrà la linea di opposizione intransigente rispetto alla Commissione von der Leyen o coglierà la palla al balzo per avvicinarsi a Bruxelles?
Si profila all'orizzonte un'occasione, anzi un'opportunità per la destra italiana e in particolare per Salvini, se davvero vorrà fare quel "salto" politico e culturale a cui lo sfida Ezio Mauro nell'editoriale del 15 novembre. In breve: l'estenuante nascita della Commissione von der Leyen dovrebbe vivere il suo passaggio decisivo tra un paio di settimane, quando la presidente e la sua squadra si presenteranno all'Europarlamento per chiedere l'equivalente di un voto di fiducia. Nessuno può fare sfoggio di ottimismo circa il destino della nuova Commissione, ma tutti sono consapevoli che una sconfitta parlamentare sarebbe un disastro storico per l'Unione e le sue istituzioni.
Dal punto di vista italiano, quel che interessa sono le decisioni che prenderà Salvini. Manterrà la linea di opposizione intransigente rispetto al nuovo organismo o coglierà la palla al balzo per avvicinarsi all'establishment di…
Dal punto di vista italiano, quel che interessa sono le decisioni che prenderà Salvini. Manterrà la linea di opposizione intransigente rispetto al nuovo organismo o coglierà la palla al balzo per avvicinarsi all'establishment di…
Si profila all'orizzonte un'occasione, anzi un'opportunità per la destra italiana e in particolare per Salvini, se davvero vorrà fare quel "salto" politico e culturale a cui lo sfida Ezio Mauro nell'editoriale del 15 novembre. In breve: l'estenuante nascita della Commissione von der Leyen dovrebbe vivere il suo passaggio decisivo tra un paio di settimane, quando la presidente e la sua squadra si presenteranno all'Europarlamento per chiedere l'equivalente di un voto di fiducia. Nessuno può fare sfoggio di ottimismo circa il destino della nuova Commissione, ma tutti sono consapevoli che una sconfitta parlamentare sarebbe un disastro storico per l'Unione e le sue istituzioni.
Dal punto di vista italiano, quel che interessa sono le decisioni che prenderà Salvini. Manterrà la linea di opposizione intransigente rispetto al nuovo organismo o coglierà la palla al balzo per avvicinarsi all'establishment di Bruxelles? O meglio ancora a qualche capitale rilevante? Difficile fare previsioni, ma l'atmosfera politica si è scaldata. Ieri il rappresentante francese scelto da Macron (dopo la caduta di Goulard) ha passato l'esame del Parlamento dopo aver rischiato di scivolare in uno scrutinio preliminare: superato per un solo voto, grazie all'assenza di un deputato leghista. Viceversa, sempre ieri, il candidato ungherese amico di Orbán è stato rimandato in attesa di ulteriori riscontri. La frattura tra il gruppo dei popolari e quello dei socialisti, ai quali sono vicini i liberali macroniani, non è stata ricomposta, anzi per certi aspetti si è approfondita. Per cui i dubbi sono tutt'altro che dissolti circa la partenza della Commissione, guidata da una donna volitiva ma forse priva dell'esperienza necessaria per tenere a bada un ministero così complesso.
Salvini, se vuole, potrebbe inserirsi nel dissidio tra le grandi famiglie e cambiare - almeno in parte - la percezione negativa che in Europa hanno di lui. Non si tratta di entrare nel partito Popolare, è ovvio, ma nemmeno di votare con gli estremisti di AfD e Marine Le Pen. Non a caso pochi giorni fa, in un'intervista a Repubblica, la danese Vestager, influente membro della Commissione uscente e di quella entrante, ha assunto una linea dialogante con i "sovranisti", timorosa che la von der Leyen sia troppo debole per reggere senza qualche segnale di apertura. Tuttavia la debolezza resta e determina l'ipoteca che pende sulla presidenza.
Secondo la linea ortodossa, il capo leghista dovrebbe rallegrarsi di questo scenario e restarsene sulla riva del fiume in attesa del crollo della Commissione. Viceversa il Salvini desideroso di rendersi accetto nelle capitali che contano - ma in definitiva a Berlino - potrebbe decidere altrimenti. Un'astensione leghista, ad esempio, contribuirebbe non poco ad attenuare i guai della von der Leyen. Se poi quell'astensione risultasse decisiva - può ancora accadere - allora la marcia di Salvini per avvicinarsi alla destra del Ppe, secondo il modello Orbán, potrebbe essere presentata come un successo. S'intende che sarebbero scontenti (e sconfitti) in quel caso gli irriducibili del no-euro e i fautori di un nazionalismo senza sconti. Ma il capo avrebbe dimostrato che le ferite di agosto sono guarite. Anche se restano tutti gli interrogativi sul "che fare" alla testa di una destra che vorrebbe votare, ma in fondo ha paura di vincere.
Dal punto di vista italiano, quel che interessa sono le decisioni che prenderà Salvini. Manterrà la linea di opposizione intransigente rispetto al nuovo organismo o coglierà la palla al balzo per avvicinarsi all'establishment di Bruxelles? O meglio ancora a qualche capitale rilevante? Difficile fare previsioni, ma l'atmosfera politica si è scaldata. Ieri il rappresentante francese scelto da Macron (dopo la caduta di Goulard) ha passato l'esame del Parlamento dopo aver rischiato di scivolare in uno scrutinio preliminare: superato per un solo voto, grazie all'assenza di un deputato leghista. Viceversa, sempre ieri, il candidato ungherese amico di Orbán è stato rimandato in attesa di ulteriori riscontri. La frattura tra il gruppo dei popolari e quello dei socialisti, ai quali sono vicini i liberali macroniani, non è stata ricomposta, anzi per certi aspetti si è approfondita. Per cui i dubbi sono tutt'altro che dissolti circa la partenza della Commissione, guidata da una donna volitiva ma forse priva dell'esperienza necessaria per tenere a bada un ministero così complesso.
Salvini, se vuole, potrebbe inserirsi nel dissidio tra le grandi famiglie e cambiare - almeno in parte - la percezione negativa che in Europa hanno di lui. Non si tratta di entrare nel partito Popolare, è ovvio, ma nemmeno di votare con gli estremisti di AfD e Marine Le Pen. Non a caso pochi giorni fa, in un'intervista a Repubblica, la danese Vestager, influente membro della Commissione uscente e di quella entrante, ha assunto una linea dialogante con i "sovranisti", timorosa che la von der Leyen sia troppo debole per reggere senza qualche segnale di apertura. Tuttavia la debolezza resta e determina l'ipoteca che pende sulla presidenza.
Secondo la linea ortodossa, il capo leghista dovrebbe rallegrarsi di questo scenario e restarsene sulla riva del fiume in attesa del crollo della Commissione. Viceversa il Salvini desideroso di rendersi accetto nelle capitali che contano - ma in definitiva a Berlino - potrebbe decidere altrimenti. Un'astensione leghista, ad esempio, contribuirebbe non poco ad attenuare i guai della von der Leyen. Se poi quell'astensione risultasse decisiva - può ancora accadere - allora la marcia di Salvini per avvicinarsi alla destra del Ppe, secondo il modello Orbán, potrebbe essere presentata come un successo. S'intende che sarebbero scontenti (e sconfitti) in quel caso gli irriducibili del no-euro e i fautori di un nazionalismo senza sconti. Ma il capo avrebbe dimostrato che le ferite di agosto sono guarite. Anche se restano tutti gli interrogativi sul "che fare" alla testa di una destra che vorrebbe votare, ma in fondo ha paura di vincere.