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Dipendenti dell'ex Ilva davanti al Mise durante l'incontro tra i sindacati e i vertici di ArcelorMittal (ansa)

Dall’Ilva all’Alitalia: La strategia della toppa

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Da Venezia a Taranto — passando per Roma dove ci si prepara all’ottavo rinvio del cosiddetto “salvataggio” di Alitalia — il bollettino dal nostro fronte interno è disastroso. L’inefficienza e la deresponsabilizzazione dei decisori, i veti incrociati tra poteri locali e potere centrale e i contrasti con quello giudiziario, la tattica della procrastinazione continua elevata a strategia politica, hanno cucito addosso a tre problemi così diversi lo stesso vestito di Arlecchino, fatto per l’appunto aggiungendo una toppa dopo l’altra.
Un vestito che al primo strappo — si tratti della non imprevedibile acqua alta, della decisione di una multinazionale in malafede o delle richieste di un possibile socio estero per la compagnia di bandiera — cade a brandelli e rivela la sostanziale paralisi del Paese.

Dall’Ilva alla vicenda del Mose a Venezia, le infinite rievocazioni di quello che si era promesso di fare e poi no…
Da Venezia a Taranto — passando per Roma dove ci si prepara all’ottavo rinvio del cosiddetto “salvataggio” di Alitalia — il bollettino dal nostro fronte interno è disastroso. L’inefficienza e la deresponsabilizzazione dei decisori, i veti incrociati tra poteri locali e potere centrale e i contrasti con quello giudiziario, la tattica della procrastinazione continua elevata a strategia politica, hanno cucito addosso a tre problemi così diversi lo stesso vestito di Arlecchino, fatto per l’appunto aggiungendo una toppa dopo l’altra.
Un vestito che al primo strappo — si tratti della non imprevedibile acqua alta, della decisione di una multinazionale in malafede o delle richieste di un possibile socio estero per la compagnia di bandiera — cade a brandelli e rivela la sostanziale paralisi del Paese.

Dall’Ilva alla vicenda del Mose a Venezia, le infinite rievocazioni di quello che si era promesso di fare e poi non si è mai fatto — ormai un vero genere giornalistico nazionale — danno tutto il segno di una politica instabilissima (non da oggi, ma oggi più che mai) nei suoi assetti ed evanescente rispetto a temi e problemi concreti; incapace di avere, prima ancora che decisioni coerenti, uno sguardo lungo che superi le contingenze del momento e ragioni su un progetto di sviluppo o di salvaguardia di territorio, imprese o interi settori economici.

Proprio il caso Ilva, con l’intervento della procura di Milano, è quello che in queste ore meglio mostra il cortocircuito italiano. Da una parte c’è la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal che gioca senza alcuno scrupolo le sue carte, anche quelle truccate: dopo la lunga procedura per l’acquisto dell’Ilva le è bastatato un anno per prendere atto che il mercato dell’acciaio mondiale è in calo e che quindi il Siderurgico di Taranto, non più economicamente sostenibile, va chiuso. Intanto, però, il gruppo che prometteva un ruolo centrale per i suoi nuovi stabilimenti italiani ha portato a casa — sua — risultati non di poco conto: ha chiuso alcuni stabilimenti europei anche grazie alle condizioni poste dall’Antitrust comunitario proprio per consentire l’operazione Ilva, alleggerendo quindi la propria capacità produttiva in un mercato in crisi; ha impedito a potenziali concorrenti di impiantarsi al suo posto a Taranto; ha avuto libero accesso — come è stato notato — alla lista completa dei clienti dell’Ilva, con i loro ordini e le loro necessità.

Ma la fuga ingloriosa di ArcelorMittal è coperta e resa più facile anche da quel che si vede dall’altro lato della barricata, ossia il polverone che in queste settimane le forze di governo hanno sollevato attorno alla multinazionale, senza riuscire a opporsi alla demagogia a Cinque Stelle.

La scelta di affossare lo “scudo” penale, che avrebbe dovuto proteggere ArcelorMittal — non offrendole l’immunità per eventuali nuovi reati, ma esentandola da responsabilità nel processo di bonifica dell’Ilva — è l’alibi perfetto che la multinazionale chiedeva per consentirsi una decisione altrimenti ingiustificabile. Ora l’ingresso in campo della procura di Milano guidata da Francesco Greco — e per il potere evocativo di luoghi e uomini è subito effetto “Mani Pulite”, anche se da quell’epoca è passato oltre un quarto di secolo — viene accolto come un intervento salvifico, nel quale riporre tutte le speranze che la politica non può dare nonostante i proclami che distribuisce generosamente anche in queste ore.

L’ennesimo ruolo di supplenza della magistratura potrà forse anche avere qualche utilità in queste circostanze disperate. Ma non promette nulla di buono né per l’immagine dell’Italia tra gli investitori esteri — non tutti, sperabilmente, così cinici e/o incapaci come i francoindiani dell’acciaio — né per il ruolo stesso della politica. Se arriva chi si occupa — con i codici penale e civile alla mano — di patologie, significa che chi avrebbe dovuto prevenire quella patologia ha fallito in pieno.