L’agenda dei furbi non fa governo
di SEBASTIANO MESSINAIl segretario del Pd Nicola Zingaretti chiede di varare subito lo Ius soli e lo Ius culturae, ma il M5S si rifiuta di prendere in considerazione la riforma che il suo principale alleato vuole varare per segnare la differenza tra questo governo e quello precedente
Tra le tante risposte possibili alla richiesta di Zingaretti di varare subito lo Ius soli e lo Ius culturae, Luigi Di Maio ha scelto la peggiore: buttarla in caciara. Lo sprezzante commento che il Movimento 5 Stelle ha iniziato nel pomeriggio con un comunicato anonimo ("C'è mezzo paese sott'acqua e uno pensa allo ius soli?") e ha completato in serata con le parole del suo capo politico ("Io sono sconcertato") rivela infatti che il ministro degli Esteri si rifiuta persino di prendere in considerazione la riforma che il suo principale alleato, il Partito democratico, vuole varare per segnare con una norma di civiltà la differenza tra questo governo e quello precedente.
Che l'argomento sia delicato, anzi delicatissimo, lo sanno anche i sassi. La proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia con lo Ius soli, come negli Stati Uniti, rimbalza inutilmente in Parlamento da 15 anni, e finora neanche i governi di centro-sinistra sono …
Che l'argomento sia delicato, anzi delicatissimo, lo sanno anche i sassi. La proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia con lo Ius soli, come negli Stati Uniti, rimbalza inutilmente in Parlamento da 15 anni, e finora neanche i governi di centro-sinistra sono …
Tra le tante risposte possibili alla richiesta di Zingaretti di varare subito lo Ius soli e lo Ius culturae, Luigi Di Maio ha scelto la peggiore: buttarla in caciara. Lo sprezzante commento che il Movimento 5 Stelle ha iniziato nel pomeriggio con un comunicato anonimo ("C'è mezzo paese sott'acqua e uno pensa allo ius soli?") e ha completato in serata con le parole del suo capo politico ("Io sono sconcertato") rivela infatti che il ministro degli Esteri si rifiuta persino di prendere in considerazione la riforma che il suo principale alleato, il Partito democratico, vuole varare per segnare con una norma di civiltà la differenza tra questo governo e quello precedente.
Che l'argomento sia delicato, anzi delicatissimo, lo sanno anche i sassi. La proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia con lo Ius soli, come negli Stati Uniti, rimbalza inutilmente in Parlamento da 15 anni, e finora neanche i governi di centro-sinistra sono riusciti a farla passare. Né ha avuto sorte migliore l'idea di far diventare cittadini italiani i 200 mila ragazzi arrivati dall'estero che hanno completato un intero ciclo di studi nel nostro Paese, lo Ius culturae, benché un sondaggio Demos abbia rivelato che più dei due terzi degli italiani la vedrebbero con favore. Ora, che il primo governo Conte abbia evitato accuratamente di varare queste riforme si capisce, visto che era Salvini a dettare la rotta. Ma perché non voglia farlo il secondo governo Conte, che sta in piedi grazie ai voti del Pd, è invece più difficile da spiegare. Ed è per questo che Zingaretti, ieri, ha promesso che il suo partito si batterà per sbloccare presto queste due leggi di civiltà. Come il Pd la pensa anche la base del M5S: allo Ius culturae è favorevole il 71% degli elettori grillini, per i sondaggi. Eppure Di Maio ieri sera invocava le calamità naturali per evitare di rispondere, per non dire né sì né no.
Avrebbe potuto dire chiaramente che lui è contrario, come fece nel 2015 quando la legge sullo Ius soli fu votata - inutilmente - dall'aula di Montecitorio: allora si nascose dietro il pretestuoso cavillo che prima di concedere quel diritto bisognava aspettare che lo facesse anche il resto dell'Europa, visto che oggi il passaporto italiano è un passaporto europeo. Oppure avrebbe potuto cavarsela, come fece a marzo quando gli posero la stessa imbarazzante domanda, con la sua formula preferita: "La questione non è nell'agenda del governo". Ma così avrebbe dovuto spiegare cosa c'è, in quell'agenda, visto che sono già passati due mesi e mezzo e i due "decreti sicurezza" pretesi da Salvini non sono ancora stati né cancellati né corretti, mentre la riforma costituzionale che taglia i parlamentari è stata votata subito, e senza che nessuno, nel Pd, gli obiettasse che di questa riforma si potrebbe dire quello che lui diceva dell'Italicum: "È un'arma di distrazione di massa". E invece Di Maio ha scelto, ancora una volta, la strada della furbizia, nascondendo il suo no sotto l'acqua alta di Venezia, mormorando uno sconcerto che lascia sconcertati.
Che l'argomento sia delicato, anzi delicatissimo, lo sanno anche i sassi. La proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia con lo Ius soli, come negli Stati Uniti, rimbalza inutilmente in Parlamento da 15 anni, e finora neanche i governi di centro-sinistra sono riusciti a farla passare. Né ha avuto sorte migliore l'idea di far diventare cittadini italiani i 200 mila ragazzi arrivati dall'estero che hanno completato un intero ciclo di studi nel nostro Paese, lo Ius culturae, benché un sondaggio Demos abbia rivelato che più dei due terzi degli italiani la vedrebbero con favore. Ora, che il primo governo Conte abbia evitato accuratamente di varare queste riforme si capisce, visto che era Salvini a dettare la rotta. Ma perché non voglia farlo il secondo governo Conte, che sta in piedi grazie ai voti del Pd, è invece più difficile da spiegare. Ed è per questo che Zingaretti, ieri, ha promesso che il suo partito si batterà per sbloccare presto queste due leggi di civiltà. Come il Pd la pensa anche la base del M5S: allo Ius culturae è favorevole il 71% degli elettori grillini, per i sondaggi. Eppure Di Maio ieri sera invocava le calamità naturali per evitare di rispondere, per non dire né sì né no.
Avrebbe potuto dire chiaramente che lui è contrario, come fece nel 2015 quando la legge sullo Ius soli fu votata - inutilmente - dall'aula di Montecitorio: allora si nascose dietro il pretestuoso cavillo che prima di concedere quel diritto bisognava aspettare che lo facesse anche il resto dell'Europa, visto che oggi il passaporto italiano è un passaporto europeo. Oppure avrebbe potuto cavarsela, come fece a marzo quando gli posero la stessa imbarazzante domanda, con la sua formula preferita: "La questione non è nell'agenda del governo". Ma così avrebbe dovuto spiegare cosa c'è, in quell'agenda, visto che sono già passati due mesi e mezzo e i due "decreti sicurezza" pretesi da Salvini non sono ancora stati né cancellati né corretti, mentre la riforma costituzionale che taglia i parlamentari è stata votata subito, e senza che nessuno, nel Pd, gli obiettasse che di questa riforma si potrebbe dire quello che lui diceva dell'Italicum: "È un'arma di distrazione di massa". E invece Di Maio ha scelto, ancora una volta, la strada della furbizia, nascondendo il suo no sotto l'acqua alta di Venezia, mormorando uno sconcerto che lascia sconcertati.