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(ap)

Ma Xi Jinping non teme le proteste di Hong Kong

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Da sei mesi il mondo segue con ansia la rivolta libertaria di Hong Kong. C'è il timore che da un giorno all'altro possa essere spenta da un bagno di sangue, se Xi Jinping dovesse decidere di mandare in piazza l'esercito cinese.

Ma perché finora Hong Kong non è stata un'altra Tienanmen? Cosa la distingue dalla protesta che trent'anni fa venne schiacciata con i carriarmati nel cuore di Pechino? I protagonisti sono simili: oggi come allora sono soprattutto gli studenti, l'anima della protesta democratica.

Che cosa ha trattenuto Xi Jinping - almeno fin qui - dall'usare gli stessi metodi del suo predecessore Deng Xiaoping. L'attuale presidente non è più "democratico", anzi si dice comunista per rivendicare il primato insindacabile del partito. Ha emendato la Costituzione per togliere il limite al proprio mandato: se lo vuole, è imperatore a vita. Sfidando l'opacità del regime, si può azz…
Da sei mesi il mondo segue con ansia la rivolta libertaria di Hong Kong. C'è il timore che da un giorno all'altro possa essere spenta da un bagno di sangue, se Xi Jinping dovesse decidere di mandare in piazza l'esercito cinese.

Ma perché finora Hong Kong non è stata un'altra Tienanmen? Cosa la distingue dalla protesta che trent'anni fa venne schiacciata con i carriarmati nel cuore di Pechino? I protagonisti sono simili: oggi come allora sono soprattutto gli studenti, l'anima della protesta democratica.

Che cosa ha trattenuto Xi Jinping - almeno fin qui - dall'usare gli stessi metodi del suo predecessore Deng Xiaoping. L'attuale presidente non è più "democratico", anzi si dice comunista per rivendicare il primato insindacabile del partito. Ha emendato la Costituzione per togliere il limite al proprio mandato: se lo vuole, è imperatore a vita. Sfidando l'opacità del regime, si può azzardare questo giudizio: finora Xi ha dato prova di forza, oltre che di pazienza e nervi saldi. In futuro, si vedrà. Una recente intervista dell'ambasciatore cinese a Roma sembra preparare il terreno per metodi più duri.

La Cina del 1989 era povera e insicura. La transizione all'economia di mercato era appena cominciata, i costi sembravano prevalere sui benefici: licenziamenti nelle aziende di Stato; inflazione che riduceva il potere d'acquisto dei lavoratori. Poi cominciò la dissoluzione del blocco sovietico. La dirigenza cinese era terrorizzata dal precedente di Gorbaciov. Deng imboccò la strada opposta a quella dell'ultimo leader dell'Urss. Schiacciò con il massacro di Tienanmen ogni velleità di riforma politica. Accelerò quelle economiche. Con il boom della crescita iniziò a cooptare nella classe dirigente proprio i ceti protagonisti della rivolta: borghesia urbana, laureati, videro spalancarsi nuove opportunità e un futuro in ascesa. Libertà economica e di costume, libertà di viaggiare.

Quella sfida è stata stravinta, ben oltre le aspettative. Oggi la Cina è una superpotenza con un'economia pari a quella americana. In certi settori tecnologici è già avvenuto il sorpasso. Non più solo "fabbrica del Pianeta", è più avanti di noi in intelligenza artificiale, robotica, supercomputer. Ha un progetto imperiale allo stadio avanzato, le Nuove vie della Seta (Belt and Road Initiative) con cui esporta infrastrutture e modernizzazione dall'Asia all'Africa, dal Golfo Persico ai Balcani. Mille miliardi di investimenti: è l'equivalente contemporaneo del Piano Marshall con cui l'America finanziò la ricostruzione europea nel dopoguerra.

Questa Repubblica Popolare ha perso ogni complesso d'inferiorità. Xi teorizza che il suo sistema politico è ben più efficiente delle nostre rissose, instabili, stagnanti democrazie. I ragazzi di Hong Kong non sono d'accordo; la loro protesta è una spina nel fianco del trionfalismo di Pechino. Ma i media cinesi rispolverano la cultura comunista per spiegare quanto accade.

La gioventù di Hong Kong è disperata perché quell'isola - a cui gli inglesi non diedero mai la democrazia finché fu loro nel 1997 - è in mano a magnati capitalisti avidi e gretti. La speculazione immobiliare ha reso Hong Kong "inabitabile" per un neolaureato. La concorrenza della manodopera cinese fa il resto. (C'è del vero nella propaganda di regime). Quel che finora ha rassicurato Xi è la marginalità di Hong Kong. Lui sentirebbe ben altro pericolo al minimo segnale di protesta a Pechino o Shanghai. Ma finora non c'è un effetto-contagio, dall'isola verso la madrepatria continentale. Molti cinesi sembrano considerare i manifestanti di Hong Kong come dei ragazzi viziati, teppisti violenti, e anche traditori perché simpatizzano per l'Occidente. Il quale oggi si guarda bene dal premere sulla Cina: ha ben altri problemi. L'America di Trump, in particolare, non vuole "disturbare" con il tema dei diritti umani una trattativa commerciale in corso.

I rapporti di forze tra Hong Kong e la madrepatria si sono ribaltati. Ai tempi del passaggio di consegne dalla Gran Bretagna alla Repubblica Popolare, l'ex-colonia era una vetrina di modernità, efficienza, cosmopolitismo. Era una piattaforma finanziaria vitale per gestire i rapporti tra la Cina e il resto del mondo.
Oggi Hong Kong ha un peso molto più contenuto, rispetto al dragone cinese. Mandarci l'esercito sarebbe una pessima operazione di relazioni pubbliche, in una fase in cui la Cina vuole proiettare di sé un'immagine rassicurante. Un impero buono, fondato sul soft power, capace di offrire con le Vie della Seta una win-win proposition, un'offerta di reciproco vantaggio. È dunque per puro calcolo di convenienze che Xi ha evitato l'uso della forza militare. Come tutti i calcoli di "costi-benefici", è fondato su un'analisi fredda della realtà. Può cambiare. Xi non avrebbe bisogno di giustificarsi di fronte ai suoi. In quanto all'Occidente: lui ci ha già accusati di soffiare sul fuoco o addirittura di manovrare le proteste di Hong Kong. Col risultato - è sempre Xi a dirlo - che ci siamo ritrovati anche noi gli scontri in piazza: a Parigi, Barcellona, Santiago del Cile e altrove. La narrazione cinese potrà riservarci altre sorprese.