Governo, lo psicodramma detto salva-Stati
Stefano Folli , di STEFANO FOLLITutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano, ma pochi lo fanno con lealtà. La riforma del Mes non è un romanzo giallo, è il prodotto di un itinerario di cui chi ha avuto responsabilità negli ultimi anni dovrebbe essere al corrente
Nessuno crede, è ovvio, che il governo Conte possa cadere sul fondo cosiddetto "salva Stati" (Mes): sarebbe un po' troppo complicato spiegare agli elettori cosa è successo e perché, visto che pochi tra gli stessi protagonisti del solito litigio sono in grado di illustrare la questione in modo chiaro. Tuttavia la sconnessione della classe politica sta raggiungendo vertici inquietanti. La materia è sensibile, anzi incandescente, come accade ogni volta che si misura la debolezza politica dell'Italia rispetto al resto dell'Unione e in particolare a Germania e Francia. Debolezza tanto più evidente quando si parla di riforme, come il Mes, in cui il convitato di pietra è il nostro debito pubblico: immenso e sotto la spada di Damocle di una possibile ristrutturazione, totale o parziale, come pre-requisito per accedere eventualmente ai benefici del fondo, in caso di necessità.
Si tratta di un tema realmente complesso al qu…
Si tratta di un tema realmente complesso al qu…
Nessuno crede, è ovvio, che il governo Conte possa cadere sul fondo cosiddetto "salva Stati" (Mes): sarebbe un po' troppo complicato spiegare agli elettori cosa è successo e perché, visto che pochi tra gli stessi protagonisti del solito litigio sono in grado di illustrare la questione in modo chiaro. Tuttavia la sconnessione della classe politica sta raggiungendo vertici inquietanti. La materia è sensibile, anzi incandescente, come accade ogni volta che si misura la debolezza politica dell'Italia rispetto al resto dell'Unione e in particolare a Germania e Francia. Debolezza tanto più evidente quando si parla di riforme, come il Mes, in cui il convitato di pietra è il nostro debito pubblico: immenso e sotto la spada di Damocle di una possibile ristrutturazione, totale o parziale, come pre-requisito per accedere eventualmente ai benefici del fondo, in caso di necessità.
Si tratta di un tema realmente complesso al quale i governi di Roma - tutti i più recenti, non solo l'attuale - si avvicinano fra contraddizioni irrisolte o forse nemmeno percepite come tali. Tentando di semplificarla, la vicenda si presenta sdoppiata su due livelli. Il primo riguarda le trattative con l'Europa e la difesa di un interesse nazionale. Qui esiste una linea di sostanziale continuità tra i ministri Tria e Gualtieri, cioè tra l'esecutivo Lega-5S e l'asse attuale Pd-5S. È una linea tecnica che punta a ottenere un risultato nei tempi previsti, cioè entro l'anno: non senza le incognite che hanno suscitato le preoccupazioni del governatore della Banca d'Italia e del presidente dell'Abi. Esiste poi il livello politico, il più delicato. Qui toccava e tocca al presidente del Consiglio creare un consenso intorno all'operazione, senza tacerne i limiti e gli ostacoli; spettava e spetta a lui districarsi tra i meandri di una maggioranza fragile e di un'opposizione aggressiva, senza dare l'impressione, magari sbagliata, che si voglia aggirare il Parlamento o comunque non coinvolgerlo a sufficienza.
Come spesso accade, siamo precipitati nello psicodramma. Tutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano, ma pochi lo fanno con lealtà. La riforma del Mes non è un romanzo giallo con tanti innocenti e un solo colpevole: è il prodotto di un itinerario di cui dovrebbero essere al corrente tutti coloro che hanno avuto responsabilità di governo negli ultimi anni. Invece Salvini ne parla - per inasprire le fratture nell'attuale maggioranza - come se non fosse lui il vicepremier del precedente esecutivo. Che sia stato ordito un complotto alle sue spalle, è poco credibile.
Allo stesso modo, l'altro vicepremier di allora, Di Maio, si affretta ad alzare la voce e a reclamare un vertice di maggioranza perché si sente incalzato dal suo vecchio partner leghista e teme di lasciargli spazio di manovra. Si innesca il consueto piccolo cabotaggio demagogico in cui non è chiaro quale sia la posizione del Pd e se intende assumerne una per non trovarsi alla mercé di un M5S più che mai squassato dalle lacerazioni interne. Il che non è una novità, se non fosse che ad ogni crisi (ieri l'Ilva, domani Alitalia) il bandolo della matassa si fa più scivoloso e rischia di sfuggire di mano. A maggior ragione se Di Maio pensa di sfruttare un passaggio insidioso e molto serio come il Mes per far dimenticare il grottesco caso Trenta, contro il quale i Cinque Stelle hanno sbriciolato la loro immagine.
Si tratta di un tema realmente complesso al quale i governi di Roma - tutti i più recenti, non solo l'attuale - si avvicinano fra contraddizioni irrisolte o forse nemmeno percepite come tali. Tentando di semplificarla, la vicenda si presenta sdoppiata su due livelli. Il primo riguarda le trattative con l'Europa e la difesa di un interesse nazionale. Qui esiste una linea di sostanziale continuità tra i ministri Tria e Gualtieri, cioè tra l'esecutivo Lega-5S e l'asse attuale Pd-5S. È una linea tecnica che punta a ottenere un risultato nei tempi previsti, cioè entro l'anno: non senza le incognite che hanno suscitato le preoccupazioni del governatore della Banca d'Italia e del presidente dell'Abi. Esiste poi il livello politico, il più delicato. Qui toccava e tocca al presidente del Consiglio creare un consenso intorno all'operazione, senza tacerne i limiti e gli ostacoli; spettava e spetta a lui districarsi tra i meandri di una maggioranza fragile e di un'opposizione aggressiva, senza dare l'impressione, magari sbagliata, che si voglia aggirare il Parlamento o comunque non coinvolgerlo a sufficienza.
Come spesso accade, siamo precipitati nello psicodramma. Tutti recitano la loro parte sul palcoscenico romano, ma pochi lo fanno con lealtà. La riforma del Mes non è un romanzo giallo con tanti innocenti e un solo colpevole: è il prodotto di un itinerario di cui dovrebbero essere al corrente tutti coloro che hanno avuto responsabilità di governo negli ultimi anni. Invece Salvini ne parla - per inasprire le fratture nell'attuale maggioranza - come se non fosse lui il vicepremier del precedente esecutivo. Che sia stato ordito un complotto alle sue spalle, è poco credibile.
Allo stesso modo, l'altro vicepremier di allora, Di Maio, si affretta ad alzare la voce e a reclamare un vertice di maggioranza perché si sente incalzato dal suo vecchio partner leghista e teme di lasciargli spazio di manovra. Si innesca il consueto piccolo cabotaggio demagogico in cui non è chiaro quale sia la posizione del Pd e se intende assumerne una per non trovarsi alla mercé di un M5S più che mai squassato dalle lacerazioni interne. Il che non è una novità, se non fosse che ad ogni crisi (ieri l'Ilva, domani Alitalia) il bandolo della matassa si fa più scivoloso e rischia di sfuggire di mano. A maggior ragione se Di Maio pensa di sfruttare un passaggio insidioso e molto serio come il Mes per far dimenticare il grottesco caso Trenta, contro il quale i Cinque Stelle hanno sbriciolato la loro immagine.