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Angela Merkel (ansa)

Il cuore addormentato della Germania

Sotto la superficie dei successi serpeggia l'ansia. A 30 anni dalla rivoluzione pacifica che ha aperto la strada alla riunificazione, la società tedesca è conservatrice e sulla difensiva. Nell'interesse di Berlino e dell'Europa, è ora di cambiare
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Se è vero che la Germania è il cuore dell'Europa, allora oggi ha i battiti rallentati, come quelli di un uomo d'affari appisolato sul divano dell'ufficio dopo un pranzo abbondante. Per il bene dell'Europa, e della Germania stessa, bisogna che quel cuore acceleri un po' il ritmo.

Non è che i leader tedeschi non siano razionalmente consapevoli dei problemi che li circondano. Berlino, che inizia a competere con Londra come fucina di esperti, pullula di menti vivaci in grado di indicare con precisione i motivi per cui, a fronte delle sfide poste dalla Brexit, dal populismo, da Donald Trump, Vladimir Putin, la Cina, il cambiamento climatico e l'Ia - per citarne solo alcune - l'Europa necessita di maggiore autonomia strategica, di innovazione digitale e di crescita sostenibile. Manca però la grinta, e la capacità di tradurre questi obiettivi astratti in politiche che gli elettori tedeschi siano pronti realmente a sostenere. Per…
Se è vero che la Germania è il cuore dell'Europa, allora oggi ha i battiti rallentati, come quelli di un uomo d'affari appisolato sul divano dell'ufficio dopo un pranzo abbondante. Per il bene dell'Europa, e della Germania stessa, bisogna che quel cuore acceleri un po' il ritmo.

Non è che i leader tedeschi non siano razionalmente consapevoli dei problemi che li circondano. Berlino, che inizia a competere con Londra come fucina di esperti, pullula di menti vivaci in grado di indicare con precisione i motivi per cui, a fronte delle sfide poste dalla Brexit, dal populismo, da Donald Trump, Vladimir Putin, la Cina, il cambiamento climatico e l'Ia - per citarne solo alcune - l'Europa necessita di maggiore autonomia strategica, di innovazione digitale e di crescita sostenibile. Manca però la grinta, e la capacità di tradurre questi obiettivi astratti in politiche che gli elettori tedeschi siano pronti realmente a sostenere. Per ora la Germania è disposta fattivamente a sposare i fini, ma non i mezzi.

Perché questa stasi? Perché la Germania sta abbastanza bene, grazie. Non ha sofferto le pene che, in un modo o nell'altro, hanno afflitto la maggior parte del continente. La crisi... ma quale crisi? Ovvio che non vale per tutti, ma neppure i tedeschi dell'Est, che recentemente hanno votato in numero sconvolgente l'estrema destra xenofoba di Alternative für Deutschland, mettono la situazione economica al primo posto del loro scontento.

La maggior parte dei tedeschi probabilmente giudica tuttora il lungo cancellierato di Angela Merkel - che il 22 novembre tocca il record dei 14 anni - come un periodo di stabilità e benessere per il Paese. L'economia tedesca in questi anni è andata bene. Oltre ad attingere a tutti i noti tesori imprenditoriali germanici il cancellierato di Merkel ha beneficiato delle riforme del mercato del lavoro e del welfare introdotte durante il governo del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder. Ma la Germania ha tratto importanti vantaggi anche dalle circostanze esterne.

L'apertura della Polonia, dell'Ungheria, della Repubblica Ceca e della Slovacchia dopo il 1989 e la loro successiva adesione al mercato unico europeo hanno offerto alle imprese manifatturiere tedesche la straordinaria opportunità di dislocare la produzione a distanza ravvicinata, utilizzando manodopera specializzata a basso costo nell'ambito di una sorta di Mitteleuropa 2.0. L'adesione all'eurozona ha mantenuto la valuta tedesca a un tasso di cambio esterno inferiore a quello che altrimenti avrebbe raggiunto. Così la macchina dell'esportazione tedesca, girando a pieno ritmo, ha generato eccedenze commerciali stupefacenti. E dato che il Paese punta con determinazione protestante al pareggio di bilancio (il totemico Schwarze Null, lo "zero nero"), e ha l'obbligo costituzionale di porre freno al debito pubblico, le finanze pubbliche tedesche godono di una salute invidiabile rispetto alla maggior parte dei Paesi capitalisti democratici.

Ma sotto la superficie di tutti questi successi serpeggia l'ansia. Non sarà che il Paese ha sprecato gli anni d'oro senza investire a sufficienza per rinnovare le infrastrutture? Non sarà che ha perso il treno della rivoluzione digitale, tanto che oggi la sua mitica industria automobilistica risulta decisamente antiquata rispetto alle auto autonome elettriche sviluppate dai colossi della Silicon Valley e della Cina? Non sarà che tutti i risultati ottenuti nell'arco dei settantanni successivi al 1949 finiranno per essere erosi grazie all'immigrazione, alla guerra dei dazi di Trump, al populismo e ad altre incognite? Lo stato d'animo comune, soprattutto nell'Ovest dominante del Paese, è all'insegna del "teniamoci stretto quello che abbiamo".

Così, a 30 anni dalla rivoluzione pacifica che ha aperto la strada alla riunificazione tedesca, ci troviamo davanti una società conservatrice, sulla difensiva, che sostiene l'immobilismo dello status quo. Il presidente francese Emmanuel Macron è impaziente di rivoluzionare l'Europa conferendo al vecchio continente ambizioni strategiche napoleoniche, ma la Germania di Merkel non collabora. Cito a questo proposito la battuta memorabile di uno dei consiglieri di Macron: "Gli aristocratici non votano per la rivoluzione!". (Se in questa analogia i tedeschi sono gli aristocratici pre 1789, significa che i Francesi sono i sanculotti?) Le iniziative europee di Macron sono state accolte tiepidamente o ignorate da parte tedesca.

La politica corrisponde all'economia e alla società. La Germania è l'unico Paese che conosco dove i politici fanno di tutto per risultare noiosi. Fa parte della cultura della responsabilità, sobietà e moderazione che esprime il rifiuto consapevole dello sfrenato e feroce comportamento politico tedesco tra il 1914 e il 1945. Gli interventi dei politici fanno venir sonno, ma se l'alternativa sono Trump e Boris Johnson, io scelgo la serietà e la noia.

Per dieci dei quattordici anni trascorsi, Merkel ha capeggiato governi di grande coalizione riunendo i cristianodemocratici di centrosinistra e i socialdemocratici di centrodestra e garantendo continuità e stabilità, ma non senza costi. Il centrismo consensuale non ha incoraggiato il robusto dibattito politico essenziale alla democrazia liberale. I conservatori tedeschi lamentano da tempo la presenza di "due partiti socialdemocratici". Questo governo è perfetto in periodi poco impegnativi, ma non ha l'ambizione necessaria a fronteggiare le colossali sfide odierne. Inoltre la lunghissima pemanenza al potere dei due maggiori partiti ha rafforzato il sostegno agli estremismi, sia di destra che di sinistra.

Tutti sanno che l'era Merkel è al tramonto ma la Merkeldämmerung dura di più dell'epica rappresentazione del Crepuscolo degli dei di Wagner al festival di Bayreuth. Un sondaggio Politbarometer ha rivelato che più di due terzi degli intervistati auspicano che Merkel e il governo di grande coalizione restino al potere fino alle elezioni fissate per l'autunno 2021. Col massimo rispetto per i due terzi dei tedeschi non credo che questa soluzione vada nell'interesse a lungo termine né della Germania né dell'Europa.
Merkel il suo vice cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz hanno l'astuto piano di sopravvivere persino agli dei di Wagner. In primo luogo hanno dimostrato di aver fatto i compiti, pubblicando un rapporto di medio termine sul governo di grande coalizione che indica nel complesso ottimi risultati. In secondo luogo hanno avuto un piccolo scontro sulle pensioni conclusosi - sorpresa! - con un compromesso costruttivo. Ora puntano a ottenere il consenso alla continuità in occasione dei rispettivi congressi di partito, quello dei cistiano democratici a Lipsia venerdì e sabato e quello dei socialdemocratici in calendario all'inzio del mese prossimo a Berlino.

Per fortuna neppure i politici tedeschi sono del tutto prevedibili. Angela Merkel e Annegret Kramp-Karrenbauer, che le è succeduta alla presidenza della Cdu, affronteranno le critiche dello sfidante di destra Friedrich Merz. Scholz deve competere per la guida della Spd con un paio di avversari di sinistra nel voto postale degli iscritti al partito. Se, sotto la leadership teuto-corbynista i socialdemocratici dovessero infine abbandonare la grande coalizione, emergerebbero tutta una serie di possibilità. Forse un governo di minoranza cristianodemocratico? O una coalizione "giamaicana" tra cristianodemocratici (nero), liberaldemocratici (giallo) e Verdi (verde). Oppure si andrà a nuove elezioni con il possibile esito di un governo nero-verde?

In ogni caso, per me una cosa è chiara: nell'interesse a lungo termine della Germania e dell'Europa, è ora di cambiare.
(Traduzione di Emilia Benghi)