✕

Unione bancaria ecco i veri rischi

Il salva-Stati e la riforma Scholz possono creare una miscela esplosiva in caso di tensioni sul mercato del debito pubblico
3 minuti di lettura
Il cosiddetto fondo salva-Stati (Mes) sta sollevando parecchie polemiche ed è oggetto di scontro politico in Italia. Poco risalto invece viene dato alla riforma avanzata dal Olaf Scholz, ministro delle Finanze tedesco sull'Unione Bancaria. Mes e Unione dovrebbero essere invece analizzate assieme perché la combinazione delle due può diventare una miscela esplosiva in presenza di tensioni sul mercato del nostro debito pubblico.
Scholz offre la disponibilità tedesca a condividere il costo dell'assicurazione sui depositi delle banche dell'Eurozona a tre condizioni: l'estensione della normativa sulle risoluzioni bancarie a tutte le banche di minori dimensioni sottraendole alla vigilanza nazionale; attribuzione della qualifica di attività rischiosa ai titoli di stato ai fini dei requisiti patrimoniali; e utilizzo prioritario del fondo nazionale di tutela dei depositi prima di poter attivare quello condiviso europeo.

È utile ricordar…
Il cosiddetto fondo salva-Stati (Mes) sta sollevando parecchie polemiche ed è oggetto di scontro politico in Italia. Poco risalto invece viene dato alla riforma avanzata dal Olaf Scholz, ministro delle Finanze tedesco sull'Unione Bancaria. Mes e Unione dovrebbero essere invece analizzate assieme perché la combinazione delle due può diventare una miscela esplosiva in presenza di tensioni sul mercato del nostro debito pubblico.
Scholz offre la disponibilità tedesca a condividere il costo dell'assicurazione sui depositi delle banche dell'Eurozona a tre condizioni: l'estensione della normativa sulle risoluzioni bancarie a tutte le banche di minori dimensioni sottraendole alla vigilanza nazionale; attribuzione della qualifica di attività rischiosa ai titoli di stato ai fini dei requisiti patrimoniali; e utilizzo prioritario del fondo nazionale di tutela dei depositi prima di poter attivare quello condiviso europeo.

È utile ricordare che la Direttiva sulla risoluzione delle banche chiede che, in caso di dissesto, le perdite siano assorbite prima dagli azionisti, poi dal debito subordinato, dalle obbligazioni senior, e infine dai depositi superiori ai 100.000 euro. Le ulteriori eventuali perdite sarebbe coperte dal fondo nazionale di tutela dei depositi, alimentato coi contributi delle banche.

È evidente che lo scopo della Direttiva non è minimizzare i cosiddetti "costi di insolvenza" a tutela del valore residuo delle attività (perdita di clienti, fuoriuscita di dipendenti validi, debitori che non pagano, tagli delle linee di credito e via di seguito) come in ogni legge fallimentare; ma di impedire qualsiasi intervento statale, scaricando il costo del dissesto interamente sul privato. Incidentalmente la proposta Scholz avrebbe impedito l'uso della legge nazionale nella liquidazione delle venete, che ha permesso l'uso di fondi pubblici per evitare maggiori costi a clienti e risparmiatori. Ne consegue che la Direttiva è stata pensata per dissesti di banche singole, non per una crisi sistemica di un sistema bancario. Perché in questo caso non ci saranno mai sufficienti capitali privati per assorbire le perdite, e diventa ineludibile l'intervento dello stato come le recenti crisi dei sistemi bancari di Usa, Gran Bretagna, Spagna, o Irlanda, e tantissimi altri in passato, chiaramente dimostrano.

Una tipica banca investe circa 55% del proprio attivo in prestiti rischiosi finanziandoli per il 45% con i depositi. Semplificando al massimo, con questi numeri ci vorrebbe una recessione devastante che spazzi via 90% del valore dei prestiti per attivare l'assicurazione sui deposti; che però, nella proposta Scholz, utilizzerebbe prima il fondo di tutela nazionale interbancario. In casi di dissesti singoli, pertanto, la proposta Scholz di mutualizzazione dell'assicurazione sui depositi appare come un tentativo di fare bella figura gratis.
Il vero problema che Scholz ha in mente è invece una crisi bancaria sistemica. L'entrata in vigore del Mes trasforma chiaramente il debito pubblico italiano nella potenziale causa di una simile crisi perché prevede anche la possibilità di una ristrutturazione del debito pubblico in caso di un suo intervento.

Nella sua intervista a Repubblica di ieri Scholz sottolinea che la ristrutturazione non è automatica: ma quello che conta per gli investitori in Btp è che questa possibilità, e quindi il rischio che ne consegue, adesso esiste. Ed è un rischio enorme. Ipotizzando per esempio che la ristrutturazione voglia riportare lo stock di debito a 60% del Pil, oppure prendendo a esempio crisi del passato in altri Paesi, la perdita secca per i detentori di Btp sarebbe tra il 60 e 70%.

Unitamente alla prevedibile esplosione delle sofferenze sui prestiti, un simile taglio del valore del debito pubblico causerebbe un collasso del sistema bancario (vedi Grecia); e anche questo graverebbe interamente sui privati secondo Scholz, salvo l'intervento residuale dell'assicurazione europea sui depositi. Ma a quel punto saremmo precipitati in una crisi economica così grave che comporterebbe con buona probabilità un'uscita disordinata dall'euro.

Mes e progetto Scholz sembrano dunque una pistola puntata verso i nostri governi con l'obiettivo di costringerli finalmente a risanare le nostre finanze stabilizzando il debito, pena conseguenze nefaste.
La finalità è assolutamente condivisibile. Ma qui si rischia l'effetto opposto.

Nei mercati finanziari contano solo i rischi percepiti: se, come oggi, la Bce dichiara che i Btp sono privi di rischio ai fini di vigilanza prudenziale e che l'euro è irreversibile (è il senso del whatever it takes) non c'è la percezione di quel rischio. Se invece fossero le stesse autorità europee a sancire che i nostri titoli di stato sono rischiosi e che, nel caso di una ondata di sfiducia nel debito pubblico italiano da parte degli investitori, la sua ristrutturazione diventa una certezza, alla prima forte tensione dello spread si scatenerebbe la corsa a vendere Btp, che farebbe precipitare la crisi del debito, con una possibile ristrutturazione del debito, crisi sistemica delle banche e rischio di uscita dall'euro. Sarebbe la classica profezia che si autoavvera. Senza contare che proposte del genere forniscono su di un piatto d'argento facili argomenti ai populisti nostrani per aumentare proprio quel consenso che invece l'establishment europeo vorrebbe circoscrivere.

Per restare a casa nostra, però, è inutile e controproducente reagire buttandola in rissa politica. Poiché il treno del Mes e dell'Unione è ormai partito bisognerebbe negoziare duramente il nostro assenso al fine di ottenere contropartite concrete nella condivisione di altri rischi. Per esempio, del rischio macroeconomico con l'inserimento nel Patto di Stabilità della procedura di infrazione anche per i surplus commerciali eccessivi; o dei costi sociali per la ristrutturazione dei settori in crisi irreversibili come le acciaierie a ciclo completo (non c'è solo l'Ilva in Europa); o degli investimenti in infrastrutture tramite un vero fondo comune europeo finanziato da bond garantiti solidalmente. Lo faremo? Io penso di no.