Aria di primavera ad Oriente
Massimo Riva , di MASSIMO RIVAIl fronte di Visegrad mostra le prime incrinature di fronte alle proteste democratiche. Ma Bruxelles dovrebbe fare di più
Di mese in mese qualcosa di nuovo accade sul fronte orientale. Il blocco autoritario e anti-europeista, che tiene ancora insieme gli scismatici di Visegrad, sta cominciando a incrinarsi sotto la pressione di crescenti contestazioni interne ai singoli Paesi. Dapprima si sono avute le elezioni presidenziali in Slovacchia che hanno visto il successo di una candidata di maggior fede europea. Poi in Ungheria Viktor Orban, il dispotico alfiere della "democrazia illiberale", ha dovuto incassare la secca sconfitta del suo personale candidato nel voto per la scelta del sindaco di Budapest.
Ora a Praga una folla stimata in qualche centinaio di migliaia di persone è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di un presidente che si era fatto eleggere diffondendo a piene mani slogan eurofobi. Non sarà ancora un'altra primavera ceca come ai tempi di Dubcek, ma è comunque il segnale che anche in quel Paese la predicazione sovran-populista sta incontrando un'o…
Ora a Praga una folla stimata in qualche centinaio di migliaia di persone è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di un presidente che si era fatto eleggere diffondendo a piene mani slogan eurofobi. Non sarà ancora un'altra primavera ceca come ai tempi di Dubcek, ma è comunque il segnale che anche in quel Paese la predicazione sovran-populista sta incontrando un'o…
Di mese in mese qualcosa di nuovo accade sul fronte orientale. Il blocco autoritario e anti-europeista, che tiene ancora insieme gli scismatici di Visegrad, sta cominciando a incrinarsi sotto la pressione di crescenti contestazioni interne ai singoli Paesi. Dapprima si sono avute le elezioni presidenziali in Slovacchia che hanno visto il successo di una candidata di maggior fede europea. Poi in Ungheria Viktor Orban, il dispotico alfiere della "democrazia illiberale", ha dovuto incassare la secca sconfitta del suo personale candidato nel voto per la scelta del sindaco di Budapest.
Ora a Praga una folla stimata in qualche centinaio di migliaia di persone è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di un presidente che si era fatto eleggere diffondendo a piene mani slogan eurofobi. Non sarà ancora un'altra primavera ceca come ai tempi di Dubcek, ma è comunque il segnale che anche in quel Paese la predicazione sovran-populista sta incontrando un'opposizione determinata a sbarrare il passo a un avventurismo politico che ricorda da vicino gli anni bui del Novecento.
Sagacia politica vorrebbe che dal fronte occidentale tutti questi fermenti orientali venissero letti con grande favore e soprattutto incoraggiati con espliciti sostegni a combattere per sconfiggere quell'infezione nazionalista che, nel passaggio dall'Est all'Ovest, sta assumendo connotati di linguaggio e di sostanza sempre più simili a quelli dei regimi nazifascisti. Viceversa, accade che proprio in quella parte d'Europa dove il tempo dovrebbe aver scavato le trincee più solide dell'europeismo le novità che giungono dai Paesi dell'Est sono accolte quasi come fattori di disturbo del piccolo cabotaggio politico al quale tutti sembrano un po' rassegnati.
Basta guardare a quel che sta accadendo in queste ore di vigilia del voto del parlamento di Strasburgo sulla Commissione von der Leyen. Già la nuova presidente è stata ben felice di aver superato l'esame sulla sua persona con l'apporto dei voti pilotati da Viktor Orban. Figuriamoci se lei stessa e i governi amici di Berlino o di Parigi possono aver voglia di andare in cerca di guai aprendo un conflitto politico vero con il "viktatore" di Budapest e i suoi accoliti di Visegrad. Perfino la iperliberale vice-presidente Margrethe Vestager ha già avvertito che la nuova Commissione andrà a Strasburgo a caccia di maggioranze ad assetto variabile, caso per caso, senza farsi scrupoli politici di alcun genere.
Un altro messaggio che suona di una chiarezza esemplare alle orecchie di chi lotta per una vera democrazia nei Paesi dell'Est: siete soli, arrangiatevi. Quella che scorre oggi sotto i nostri occhi diventa così l'ennesima replica di una vecchia storia europea di disarmo morale e politico. Non è la prima volta che lo schieramento dei moderati cede al compromesso con le forze dell'autoritarismo. Lo ha fatto il partito popolare in Italia col primo governo Mussolini nel 1922, lo hanno fatto i cattolici di Von Papen con Hitler nel 1933. Un reputato combattente per la libertà, come il polacco Lech Walesa, ha cercato di alzare l'allarme dichiarando che il pericolo incombente per il suo e altri Paesi d'Europa ha un nome preciso: è fascismo. Ma soprattutto all'Ovest le sue parole hanno avuto eco quasi nulla. Anzi, qualche Don Ferrante si è spinto perfino a sostenere che non si possa parlare di fascismo perché questo sarebbe fenomeno storico nato e morto nel Novecento. Saranno pur malcerte le democrazie dell'Est, ma quanto miopi e codardi i democratici dell'Ovest.
Ora a Praga una folla stimata in qualche centinaio di migliaia di persone è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di un presidente che si era fatto eleggere diffondendo a piene mani slogan eurofobi. Non sarà ancora un'altra primavera ceca come ai tempi di Dubcek, ma è comunque il segnale che anche in quel Paese la predicazione sovran-populista sta incontrando un'opposizione determinata a sbarrare il passo a un avventurismo politico che ricorda da vicino gli anni bui del Novecento.
Sagacia politica vorrebbe che dal fronte occidentale tutti questi fermenti orientali venissero letti con grande favore e soprattutto incoraggiati con espliciti sostegni a combattere per sconfiggere quell'infezione nazionalista che, nel passaggio dall'Est all'Ovest, sta assumendo connotati di linguaggio e di sostanza sempre più simili a quelli dei regimi nazifascisti. Viceversa, accade che proprio in quella parte d'Europa dove il tempo dovrebbe aver scavato le trincee più solide dell'europeismo le novità che giungono dai Paesi dell'Est sono accolte quasi come fattori di disturbo del piccolo cabotaggio politico al quale tutti sembrano un po' rassegnati.
Basta guardare a quel che sta accadendo in queste ore di vigilia del voto del parlamento di Strasburgo sulla Commissione von der Leyen. Già la nuova presidente è stata ben felice di aver superato l'esame sulla sua persona con l'apporto dei voti pilotati da Viktor Orban. Figuriamoci se lei stessa e i governi amici di Berlino o di Parigi possono aver voglia di andare in cerca di guai aprendo un conflitto politico vero con il "viktatore" di Budapest e i suoi accoliti di Visegrad. Perfino la iperliberale vice-presidente Margrethe Vestager ha già avvertito che la nuova Commissione andrà a Strasburgo a caccia di maggioranze ad assetto variabile, caso per caso, senza farsi scrupoli politici di alcun genere.
Un altro messaggio che suona di una chiarezza esemplare alle orecchie di chi lotta per una vera democrazia nei Paesi dell'Est: siete soli, arrangiatevi. Quella che scorre oggi sotto i nostri occhi diventa così l'ennesima replica di una vecchia storia europea di disarmo morale e politico. Non è la prima volta che lo schieramento dei moderati cede al compromesso con le forze dell'autoritarismo. Lo ha fatto il partito popolare in Italia col primo governo Mussolini nel 1922, lo hanno fatto i cattolici di Von Papen con Hitler nel 1933. Un reputato combattente per la libertà, come il polacco Lech Walesa, ha cercato di alzare l'allarme dichiarando che il pericolo incombente per il suo e altri Paesi d'Europa ha un nome preciso: è fascismo. Ma soprattutto all'Ovest le sue parole hanno avuto eco quasi nulla. Anzi, qualche Don Ferrante si è spinto perfino a sostenere che non si possa parlare di fascismo perché questo sarebbe fenomeno storico nato e morto nel Novecento. Saranno pur malcerte le democrazie dell'Est, ma quanto miopi e codardi i democratici dell'Ovest.