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Il codice di Emilia Clarke: nuove regole per le scene di nudo

La denuncia della protagonista de “Il trono di spade” costringe l’unione dei registi britannici a stabilire nuove regole per casting e riprese
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Il Trono di Spade, predicano i più colti tra gli adepti, va visto per capire la politica (la conferma arriva da molti contributi online; come il valido "se la maratona Mentana commentasse Game of Thrones"). Da qualche giorno si è capito quanto hanno ragione. Durante la serie, finita quest'anno dopo otto stagioni, principessine malconce si sono temprate trasformandosi in condottiere; giovani attrici poco esperte si sono formate interpretandole. Sono diventate famosissime, e usano le interviste per denunciare pressioni, scatenare dibattiti, cambiare le regole.

Lo ha appena fatto la londinese Emilia Clarke, più nota come Daenerys, la principessa poi regina biondo-bianca che guida con successo un trio di draghi. Nella vita combatte via podcast: nell'ultima puntata di Armchair Expert ha raccontato come nelle prime stagioni del Trono di Spade le chiedessero "un botto di scene di nudo". E come lei dicesse di sì perché "ero …
Il Trono di Spade, predicano i più colti tra gli adepti, va visto per capire la politica (la conferma arriva da molti contributi online; come il valido "se la maratona Mentana commentasse Game of Thrones"). Da qualche giorno si è capito quanto hanno ragione. Durante la serie, finita quest'anno dopo otto stagioni, principessine malconce si sono temprate trasformandosi in condottiere; giovani attrici poco esperte si sono formate interpretandole. Sono diventate famosissime, e usano le interviste per denunciare pressioni, scatenare dibattiti, cambiare le regole.

Lo ha appena fatto la londinese Emilia Clarke, più nota come Daenerys, la principessa poi regina biondo-bianca che guida con successo un trio di draghi. Nella vita combatte via podcast: nell'ultima puntata di Armchair Expert ha raccontato come nelle prime stagioni del Trono di Spade le chiedessero "un botto di scene di nudo". E come lei dicesse di sì perché "ero appena uscita dalla scuola di recitazione, ero stata solo due volte su un set, pensavo "se è nel copione, è necessario"". E di come fosse terrorizzata, e umiliata. Confortata, se non altro, dal collega Jason Momoa-Khal Drogo. In una scena in cui doveva stuprarla, sentendo il suo disagio "piangeva più di me".

Molti pianti dopo, Clarke è una diva trentatreenne con un film di Natale in uscita, Last Christmas, e un discreto talento comunicativo. Ha trasformato un'intervista promozionale in un atto politico. Tanto che, nel giro di un giorno, l'unione dei registi britannici ha concordato una serie di regole per le scene di nudo. E per i casting, dove avvengono regolarmente abusi: d'ora in poi non si potrà chiedere di spogliarsi completamente, bisognerà avvertire prima se è necessario spogliarsi parzialmente, si potrà portare una persona ad assistere. Le produzioni, prima di girare scene di nudo, dovranno avere l'autorizzazione scritta degli attori. Eccetera. Non tutti seguiranno le regole, ma ora esistono.

Emilia Clarke in "Last Christmas" 

Esiste poi da giorni, online quindi per sempre, una polemica su Clarke. Subito trattata da milionaria viziata e da opportunista del #metoo. Presto difesa da fans -non solo femmine- che non riusciranno, dicono, a rivedere certe scene senza pensare al suo disagio. E da molti commentatori: sul Guardian c'è la modesta proposta di "vietare le scene di nudo sotto i cinquanta". Perché "a cinquant'anni gli attori hanno senso di sé: se un produttore facesse pressioni su Emma Thompson per un topless gratuito, finirebbe la conversazione raccogliendo i propri denti". O perché i cinquantenni baby boomer sono pronti a mettersi nudi pur di restare al centro della scena, vai a sapere.

Mentre le millennial come Clarke sono in maggioranza pudiche. Contrarie a star troppo nude sul set, scettiche sul reggiseno tolto in spiaggia, convinte che il naturismo sia "una cosa da pensionati". Cresciute con una dieta mediatica ricca di Kardashian e di olgettine (ovunque), sono forse in pausa di riflessione sull'uso del corpo, forse a ragione. Per le venti-trentenni socialmente progressiste la nudità può essere battaglia di parità: non stanno in topless ma chiedono il diritto a farlo, come i maschi, nelle piscine e sui social network. Ma si tufferanno senza costume - sempre forse - solo quando Greta Thunberg farà presente che a ogni bagno il tessuto sintetico rilascia microparticelle inquinanti. Il caso Clarke non riguarda solo loro.

Nelle intenzioni, la sua denuncia dovrebbe aiutare le meno avvantaggiate, quelle regolarmente ricattate ai provini. Quelle raccontate da un maschio bianco vecchio anzi morto, il regista Robert Altman. Nel suo capolavoro Nashville, un'aspirante cantante viene brutalizzata dal pubblico mentre accenna la sua canzone, finché non si rende conto che è lì solo per spogliarsi. Fa uno spogliarello spettacolare e tragico, completo di lancio della carta igienica che imbottiva il reggiseno. Poi va via, sentendo "di non valere niente, di non meritare niente", come racconta Clarke nel podcast. Ora, quando sul set insistono perché si spogli "per non deludere i fans", lei manda a quel paese (e parla alla sua base via podcast, perché è quel che ascoltano le ragazze moderne; mentre i boomers si baloccano discutendo di lei su Facebook, o sui giornali).